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  • Domenica 28 giugno 2026

Il ritorno alla normalità in Iran, fra funerali di stato e repressione

Il regime sta usando la propaganda per raccontare un paese coeso, partendo dalla cerimonia per celebrare Ali Khamenei

Un cartellone propagandistico con l'ex Guida suprema Ali Khamenei a Teheran, il 6 maggio 2026 (Majid Asgaripour/WANA via REUTERS)
Un cartellone propagandistico con l'ex Guida suprema Ali Khamenei a Teheran, il 6 maggio 2026 (Majid Asgaripour/WANA via REUTERS)
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Il 4 luglio a Teheran, la capitale dell’Iran, inizieranno i funerali di Ali Khamenei, ucciso da un bombardamento israeliano il 28 febbraio, nel primo giorno della guerra in Medio Oriente. Khamenei era la Guida suprema, la principale autorità politica e religiosa del paese, e da allora il suo posto è stato preso da Mojtaba Khamenei, suo figlio. I funerali saranno un momento centrale per il regime iraniano, che vuole dare una dimostrazione di unità nazionale e allo stesso tempo mostrarsi “presentabile” di fronte ai leader politici stranieri, invitati insieme a diversi giornalisti internazionali a seguire la cerimonia, che si terrà in tre città diverse.

I funerali erano stati rinviati per mesi a causa della guerra. Ora il regime li vuole sfruttare per celebrare la vecchia leadership, per legittimare la nuova – Mojtaba Khamenei – e per riproporre la retorica di un paese unito dopo una guerra vinta.

La cerimonia comincerà nella Grande moschea di Teheran e proseguirà con un grande corteo a cui, secondo il sindaco di Teheran Alireza Zakani, parteciperanno 15-20 milioni di persone. Dal 7 luglio le celebrazioni si sposteranno nella città di Qom, importante centro religioso dell’islam sciita, e poi a Mashhad il 9 luglio: anche qui sono attese più di 10 milioni di persone (le stime sono ovviamente delle autorità iraniane e vanno prese con cautela).

La preghiera del venerdì al campus universitario di Teheran, sotto le immagini della ex Guida suprema Ali Khamenei e di generali dell’esercito uccisi durante la guerra, il 24 aprile 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Al momento non si sa se parteciperanno leader stranieri. Si sa che sono stati invitati capi di stato e di governo, per esempio di Russia, Cina e Pakistan, oltre al primo ministro nazionalista indiano Narendra Modi. I paesi politicamente più vicini all’Iran potrebbero mandare delle delegazioni, anche se probabilmente di basso livello.

Il regime ha organizzato i funerali di Khamenei con l’idea di far passare il messaggio di una riconciliazione nazionale, anche tra settori che prima della guerra erano molto distanti. Nei video di propaganda del regime compaiono per esempio giovani dai look inusuali o donne a capo scoperto, senza velo. La campagna ha un doppio obiettivo: mostrare un volto del regime più aperto, ma anche sostenere che chi in passato si opponeva al regime è stato convinto dalla guerra che non esista un’alternativa auspicabile alla Repubblica Islamica.

La zona di Teheran dove il 28 febbraio è stato ucciso Ali Khamenei, in una foto del 6 giugno 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

In realtà il regime sta continuando a reprimere con durezza il dissenso, nonostante i tentativi di mostrare altro. Il 22 giugno la magistratura iraniana – controllata dalla parte più radicale del regime – ha detto che dall’inizio della guerra ha fatto arrestare 3.000 persone accusate di collaborare con Israele. Ottocento sono state arrestate dopo il cessate il fuoco, grazie all’approvazione di una legge che rende più facile essere incriminati e più dure le pene.

Gruppi dissidenti all’estero hanno denunciato un aumento significativo delle esecuzioni. Lo ha sostenuto per esempio il Consiglio nazionale della resistenza iraniana, espressione dei Mojahedin del Popolo, un’organizzazione attiva sin dagli anni Ottanta nel tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica, in passato anche con metodi violenti e attentati terroristici. Il consiglio dice che nell’ultimo mese sono state eseguite 134 condanne a morte, di cui 31 solo fra il 13 e il 16 giugno. Molti dei detenuti uccisi erano stati arrestati durante le grandi proteste antigovernative di gennaio, altri erano in carcere da più tempo.