“Lumumba vive”
Questo tifoso ai Mondiali di calcio ricorda un eroe nazionale della Repubblica Democratica del Congo, diventato simbolo dell’anticolonialismo africano

Ai Mondiali di calcio c’è un tifoso che si sta facendo notare più degli altri. Assiste alle partite della Repubblica Democratica del Congo rimanendo in una posizione eretta e composta, con il braccio destro alzato. Si chiama Michel Kuka Mboladinga, ma è conosciuto dai tifosi congolesi come “Lumumba Vea”, cioè “Lumumba vive”, in riferimento all’ex primo ministro del paese Patrice Lumumba, figura centrale della decolonizzazione africana e tra i principali promotori del panafricanismo.
Il gesto è un omaggio a lui, perché la posizione col braccio alzato è la stessa della statua che lo raffigura nella capitale congolese Kinshasa. L’importanza di Lumumba per il movimento anticoloniale africano tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu enorme e il modo in cui fu ucciso – da un gruppo di separatisti appoggiati dal governo belga con il benestare di quello statunitense – lo ha reso un simbolo per chi si opponeva all’ingerenza dell’Occidente negli affari del continente africano.
Tre anni dopo la sua morte Malcolm X, fra i più noti attivisti statunitensi per i diritti delle persone nere, lo definì «il più grande uomo nero che abbia mai calpestato il continente africano». Ancora oggi Lumumba è considerato da molti un corrispettivo africano del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara, simbolo dei movimenti rivoluzionari latinoamericani ucciso nel 1967 dall’esercito boliviano con il sostegno degli Stati Uniti.

Patrice Lumumba a Bruxelles, in Belgio, per partecipare alle riunioni sull’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo, il 27 gennaio del 1960 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)
Patrice Lumumba nacque nel 1925 nel Congo belga, la colonia del Belgio che decenni dopo sarebbe diventata la Repubblica Democratica del Congo. Dal 1885 al 1908 il paese era stato una proprietà personale del Re Leopoldo II del Belgio, che l’aveva amministrato impiegando una violenza indiscriminata nei confronti della popolazione locale, causando la morte di milioni di persone. La brutalità del dominio leopoldino fu tale da essere percepita come esagerata persino da parti dell’opinione pubblica europea dell’epoca. È una denuncia centrale nel romanzo del 1899 di Joseph Conrad Cuore di tenebra, per esempio.
Anche per via della risonanza del romanzo di Conrad, e per l’assiduità con cui varie organizzazioni europee per i diritti umani dell’epoca denunciarono gli abusi in Congo, si creò un movimento d’opinione. La posizione di Leopoldo II divenne indifendibile anche per altri stati europei, che pure avevano i loro imperi, e la pressione internazionale lo convinse a cedere il Congo: nel 1908 fu annesso al Belgio. Il passaggio all’amministrazione statale diretta, formalmente sotto il controllo del parlamento, migliorò solo in parte le condizioni di vita della popolazione congolese.
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Con l’obiettivo di rendere la colonia indipendente dal Belgio, nel 1958 Lumumba fondò il Movimento Nazionale Congolese (MNC), che presto diventò uno dei principali gruppi indipendentisti congolesi. In quegli anni molte colonie africane avevano iniziato a chiedere e ottenere, con metodi più o meno violenti, la loro indipendenza e un movimento nazionalista si era sviluppato anche nel Congo belga.
Due anni di proteste sempre più partecipate convinsero il governo belga a organizzare colloqui a Bruxelles con i leader del movimento indipendentista, fra cui Lumumba. I colloqui iniziarono a gennaio del 1960 e portarono rapidamente il Belgio a concedere l’indipendenza al paese.

Una spedizione di industriali belgi alla ricerca di risorse naturali, in una foto dei primi del Novecento (Getty)
Il governo belga si era mostrato collaborativo, almeno pubblicamente, perché nel frattempo era cambiato il contesto storico: erano aumentate le pressioni nazionali e internazionali a favore dei processi di decolonizzazione. Il Belgio non voleva restare incastrato in una lunga guerra indipendentista come quella che la Francia stava combattendo da anni in Algeria, e il governo belga era comunque convinto di poter continuare a controllare il Congo belga in modo indiretto.
La data dell’indipendenza, e dunque della nascita della Repubblica Democratica del Congo, fu fissata per il 30 giugno 1960. In vista di questo passaggio, per dotare lo stato nascituro di un governo slegato dall’amministrazione coloniale, a maggio furono indette le prime elezioni libere. Le vinse il partito di Lumumba, che divenne primo ministro: il primo nella storia del Congo indipendente.
Lumumba era determinato a respingere le ingerenze che il Belgio avrebbe voluto mantenere nel paese, e lo rese chiaro proprio durante la cerimonia d’indipendenza, a cui partecipò re Baldovino del Belgio. Lumumba parlò dopo il re, che aveva fatto una tirata paternalistica in cui descriveva il dominio coloniale come un processo di modernizzazione positivo per il paese, e l’indipendenza come una concessione benevola del Belgio.
Il discorso di Lumumba è ricordato come uno dei più importanti della storia del movimento anticoloniale africano. Ricordò le condizioni inumane a cui il Belgio aveva sottoposto la popolazione congolese per decenni, e chiese ai suoi cittadini di aiutarlo ad «affermare la giustizia sociale e garantire a ogni uomo un equo compenso per il proprio lavoro». Fece anche riferimento agli ideali del movimento panafricano, che in quegli anni promuoveva l’indipendenza e la solidarietà fra i popoli africani in contrapposizione al colonialismo e al razzismo.
Il governo di Lumumba, però, durò solo pochi mesi e poco dopo lui fu ucciso, ma andiamo con ordine.
Subito dopo l’indipendenza, la nuova Repubblica Democratica del Congo entrò in una grave crisi, anche istituzionale. Il partito di Lumumba, pur avendo vinto le elezioni, non aveva la maggioranza in parlamento e fu costretto a un compromesso con il leader di un’altra forza indipendentista, Joseph Kasavubu, che divenne presidente. I rapporti tra i due si deteriorarono velocemente, e in estate la situazione precipitò.
A inizio luglio il Belgio mandò dei paracadutisti per sedare un ammutinamento dell’esercito nella capitale Léopoldville, ufficialmente per proteggere i suoi cittadini. Pochi giorni dopo il Katanga, la regione più ricca del Congo, dichiarò la secessione con l’appoggio delle autorità belghe. L’intervento del Belgio confermava le accuse di Lumumba, che chiedeva al paese di smettere di interferire. Nel frattempo il presidente Kasavubu si era rivolto alle Nazioni Unite, che schierarono un contingente con funzioni di peacekeeping.

Patrice Lumumba fuori dal parlamento il 7 settembre 1960: il parlamento si era opposto sia alla sua destituzione, sia a quella di Kasavubu (AP Photo)
L’arrivo delle forze dell’ONU esacerbò le tensioni tra Lumumba e Kasavubu. Lumumba voleva che il contingente internazionale riportasse la regione secessionista sotto il controllo del governo centrale, Kasavubu invece era contrario a un intervento diretto delle forze dell’ONU e sperava nell’appoggio degli Stati Uniti. Lumumba chiese invece l’intervento dell’Unione Sovietica e la crisi, da regionale, divenne internazionale: erano gli anni della Guerra Fredda.
Nel settembre del 1960 Kasavubu rimosse dall’incarico Lumumba, che a sua volta dichiarò decaduto Kasavubu. Lo scontro tra presidente e primo ministro lasciò la Repubblica Democratica del Congo senza un governo: o meglio, ce n’erano due e ognuno sosteneva di essere quello legittimo. Con il paese nel caos, diviso tra secessionisti e province fedeli al presidente o al primo ministro, il colonnello Joseph Mobutu fece un colpo di stato, sostenuto dal Belgio.
Mobutu, che sarebbe rimasto al potere per i successivi trent’anni, sosteneva di voler esautorare la politica per riportare l’ordine, ma nella pratica era un alleato di Kasavubu, tanto che nel 1961 lo rinominò presidente.
Lumumba, invece, fu messo agli arresti domiciliari ma riuscì a fuggire. A dicembre fu catturato dagli uomini di Mobutu e da loro consegnato ai separatisti del Katanga, che gli erano molto ostili. A gennaio del 1961 venne fucilato, poi il suo corpo venne fatto a pezzi e sciolto nell’acido su decisione delle autorità locali, fra cui c’erano anche funzionari belgi, che cercarono di far sparire ogni traccia dell’omicidio.

Patrice Lumumba dopo il suo arresto, il 4 dicembre del 1960 (Getty Images)
L’occultamento del corpo avvenne su ordine del commissario belga Frans Verscheure e fu messo in atto, fra gli altri, dal poliziotto belga Gérard Soete, che poi prelevò dai resti di Lumumba un dente e lo portò con sé in Belgio. Quel dente è stato restituito dal Belgio solo nel 2022. Indagini successive stabilirono che l’omicidio era avvenuto con l’assenso anche degli Stati Uniti: nel 1960 il presidente Dwight D. Eisenhower autorizzò quello che viene descritto come il primo ordine degli Stati Uniti di assassinare un leader straniero.
Nonostante Lumumba non avesse un’ideologia comunista – era un nazionalista congolese e, anzi, prima di rivolgersi all’Unione Sovietica aveva sperato nell’ONU e negli stessi Stati Uniti – l’intelligence statunitense si era convinta che, se fosse rimasto leader, avrebbe avvicinato la Repubblica Democratica del Congo ai sovietici. La CIA, la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero, sostenne il colpo di stato di Mobutu e acconsentì alla consegna di Lumumba ai separatisti.
All’omicidio seguirono proteste in Africa, in Europa e negli Stati Uniti. In poco tempo Lumumba, un oratore eccezionale e carismatico, era diventato un punto di riferimento per gli attivisti afroamericani che negli Stati Uniti chiedevano l’abolizione delle leggi razziali, che poi avvenne nel 1964. A livello internazionale, fu visto come un simbolo del movimento anticoloniale. Nel 1965 Ernesto “Che” Guevara andò nella Repubblica Democratica del Congo per una missione, fallita, insieme ai ribelli in lotta contro Mobutu, che nel frattempo aveva instaurato un regime.

Una statua di re Baldovino del Belgio imbrattata di vernice rossa come protesta, in una foto del giugno 2020, a Bruxelles (AP Photo/Francisco Seco)
Quanto al Belgio, che pure come detto era coinvolto, per anni l’omicidio di Lumumba è rimasto un fatto perlopiù taciuto. Le cose cambiarono nel 1999, quando il sociologo belga Ludo De Witte scrisse un libro molto approfondito sull’omicidio che ebbe grande eco sull’opinione pubblica e contribuì alla riscoperta della storia di Lumumba anche fuori dagli ambienti politicizzati e della Repubblica Democratica del Congo.
Il libro portò anche all’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta in Belgio che nel 2000 confermò la responsabilità del governo belga nell’omicidio. Non trovò prove che dimostrassero un coinvolgimento diretto del governo, ma lo reputò «moralmente responsabile». Ricostruì infatti che alcuni funzionari belgi nella Repubblica Democratica del Congo avevano già cercato di rapire e forse assassinare Lumumba. Re Baldovino era stato informato dell’esistenza di piani per ucciderlo, ma non era intervenuto per fermarli. La commissione concluse che il governo del tempo non aveva fatto nulla per impedire che venisse ucciso, dopo che Mobutu lo aveva fatto arrestare e lo aveva poi consegnato alle autorità secessioniste della regione del Katanga.
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A marzo del 2026 un tribunale belga ha stabilito che sarebbe potuto infine iniziare il processo per l’omicidio di Lumumba, oltre sessant’anni dopo. È stato rinviato a giudizio solo l’ex diplomatico belga Étienne Davignon, perché tutti gli altri sospettati erano ormai morti. A maggio è morto anche Davignon, prima dell’inizio del processo, che era previsto per il 2027. Era accusato di partecipazione a crimini di guerra perché ritenuto a conoscenza, insieme ad altri funzionari, del trasferimento di Lumumba in Katanga. Lui aveva sempre negato il coinvolgimento. Il governo belga chiese scusa ufficialmente per l’uccisione di Lumumba nel 2002, 41 anni dopo la morte.
Il regime di Mobutu, che a un certo punto aveva fatto un secondo golpe contro Kasavubu, fu rovesciato nel 1997 al termine di una guerra vinta dai ribelli di Laurent Kabila. I governi successivi riabilitarono la figura di Lumumba come eroe nazionale.
Sempre nel 2001 a Kinshasa, la capitale che fino al 1966 si chiamava Léopoldville, fu inaugurato un mausoleo dove è conservato anche il dente di Lumumba. In cima c’è la statua che raffigura Lumumba in posizione eretta e con il braccio destro alzato, la stessa che il tifoso Michel Kuka Mboladinga assume durante le partite della nazionale congolese.

La statua del memoriale di Lumumba a Kinshasa, in una foto del 2022 (AP Photo/Samy Ntumba Shambuyi)



