L’Arabia Saudita continua a non farcela nel calcio
Nonostante i tanti soldi spesi, anche questi Mondiali sono stati un fallimento
di Valerio Moggia

Pareggiando 0-0 contro Capo Verde, l’Arabia Saudita è stata eliminata ai gironi dei Mondiali di calcio, proseguendo la sua tradizione negativa nel torneo: l’unica volta in cui è riuscita a superare la prima fase dei Mondiali è stata nel 1994, quando arrivò fino agli ottavi di finale. Da allora, ha registrato cinque eliminazioni ai gironi e due mancate qualificazioni al torneo (2010 e 2014).
Questi risultati non sono del tutto sorprendenti, ma denotano un serio problema per l’Arabia Saudita, che negli ultimi tre anni ha iniziato a investire molto nel proprio campionato di calcio, la Saudi Pro League, rapidamente diventato uno dei più ricchi al mondo e tra i più competitivi in Asia. L’Arabia Saudita è diventata dominante a livello continentale tra le squadre di club (l’Al-Ahli ha vinto le ultime due edizioni della Champions League asiatica), ma sta faticando a ottenere risultati soddisfacenti con la propria squadra nazionale.
Questa situazione è ben rappresentata dalle prestazioni dei Falchi, il nome con cui sono chiamati i giocatori della nazionale saudita, nella Coppa d’Asia. L’ultima vittoria nella competizione risale al 1996, e nelle quattro edizioni successive al secondo posto del 2007 sono state ottenute due eliminazioni ai gironi e due agli ottavi di finale. Va addirittura peggio nella Coppa delle nazioni del Golfo, un torneo regionale che l’Arabia Saudita non vince addirittura dal 2003, sebbene sia il paese con l’economia maggiore e il terzo più popolato tra i partecipanti (dietro a Iraq e Yemen).
In questi anni, invece che migliorare, l’Arabia Saudita sembra essere addirittura peggiorata. Ai Mondiali del 2022 in Qatar debuttò con un’inaspettata vittoria sull’Argentina, che poi avrebbe vinto il titolo, mentre quest’anno è stata eliminata con due pareggi e una sconfitta, segnando un solo gol, al debutto contro l’Uruguay.

Il calciatore dell’Arabia Saudita Moteb Al-Harbi deluso dopo l’eliminazione dai Mondiali del 2026 (Rico Brouwer/Soccrates/Getty Images)
Per invertire questa tendenza, nell’agosto del 2023 la Federazione calcistica saudita (SAFF) aveva ingaggiato come nuovo allenatore Roberto Mancini, ex commissario tecnico della nazionale italiana, con cui aveva vinto l’Europeo nell’estate del 2021. Mancini aveva firmato un contratto da 25 milioni di euro all’anno, che ne aveva fatto l’allenatore di squadre nazionali più pagato al mondo. Nell’ottobre del 2024, però, Mancini aveva abbandonato l’incarico dopo appena 21 partite (di cui solo 9 vittorie), venendo sostituito dal francese Hervé Renard, l’uomo che aveva allenato l’Arabia Saudita durante i Mondiali del 2022.
Anche i risultati di Renard sono stati deludenti, e hanno portato all’esonero lo scorso aprile, poco dopo aver qualificato la squadra ai Mondiali attualmente in corso. Al suo posto è stato chiamato un tecnico dal profilo molto meno noto a livello internazionale, il greco Giorgos Donis, che vanta una buona esperienza nei club del Golfo.
Uno dei problemi del calcio saudita finora è stato l’incapacità di produrre giocatori di buon livello internazionale. Sono pochissimi quelli che hanno avuto la possibilità di andare a giocare all’estero: il primo è stato il centrocampista Sami Al-Jaber, considerato uno dei più grandi calciatori sauditi di sempre, che nel 2000 fece una breve esperienza al Wolverhampton, in Inghilterra. Dei pochi giocatori sauditi che sono riusciti ad arrivare in Europa, nessuno è riuscito a ritagliarsi un ruolo da protagonista. Attualmente ce n’è solo uno, il difensore Saud Abdulhamid, che ha fatto una comparsa nella Roma durante la stagione 2024/25, ma è reduce da una buona esperienza da titolare in Francia con il Lens.
I motivi per cui i calciatori sauditi non si trasferiscono all’estero sono molteplici. In primo luogo, i risultati modesti della nazionale non aiutano a dare loro visibilità, e spesso vengono oscurati dai tanti campioni stranieri nelle partite della Saudi Pro League. Il saudita con più gol nell’ultimo campionato, per esempio, è stato Khalid Al-Ghannam, dodicesimo nella classifica marcatori con appena 13 gol. Nessun saudita ha vinto uno dei premi annuali o mensili della stagione, a eccezione di quelli come miglior giovane e miglior giocatore saudita.

(Michael Regan – FIFA/FIFA via Getty Images)
Ma ci sono anche altre questioni che limitano l’emigrazione di calciatori sauditi. In patria ricevono stipendi alti, per cui trasferirsi in un club straniero vorrebbe dire accettare una forte riduzione d’ingaggio, oltre a dover lottare per ottenere spazio in prima squadra. Come ha spiegato su X il giornalista saudita Mo Fayad, che scrive per Arab News, la cultura saudita è poi molto legata alla famiglia, per cui non c’è grande propensione a trasferirsi in un paese straniero per lunghi periodi.
Questo è vero al punto che alcuni preferiscono scendere di categoria piuttosto che lasciare il paese. Mohammed Al-Owais, il portiere titolare della nazionale a questi Mondiali, un anno fa ha accettato di trasferirsi all’Al-Ula, nella seconda divisione saudita, per poter giocare titolare dopo l’arrivo del marocchino Yassine Bounou all’Al-Hilal, il suo vecchio club.

Mohammed Al-Owais (Hakan Akgun/Anadolu via Getty Images)
L’arrivo dei campioni stranieri nella Saudi Pro League non ha dunque migliorato il livello dei giocatori locali. Come ha scritto George Simms su The Observer, il principio fondamentale per creare una squadra nazionale di qualità «non è avere club migliori, ma scuole calcio migliori». Così, di recente sono state strette varie partnership con club europei per aprire delle football academy a Riad e a Gedda: la Juventus ne ha tre, ma ce ne sono anche del Paris Saint-Germain, del Liverpool, dell’Inter e del Milan.
Si tratta però di progetti che hanno un interesse principalmente economico, con investitori locali che sponsorizzano interamente queste iniziative sfruttando i brand delle squadre europee, che in cambio ottengono sponsor e visibilità nel Golfo. Aprendo la sua scuola calcio a Gedda, l’Inter ha ottenuto un permesso ufficiale per intraprendere attività commerciali in Arabia Saudita e ha poi sottoscritto un accordo di sponsorizzazione con la società di telecomunicazioni Zain KSA.
Per sapere se i progetti di sviluppo del calcio giovanile in Arabia Saudita daranno frutti bisognerà attendere una decina d’anni almeno. Nel frattempo, paesi meno ricchi e popolati stanno colmando rapidamente il divario con le squadre europee ricorrendo ai figli della diaspora, come dimostra il caso di Capo Verde, al debutto ai Mondiali e che ha eliminato proprio l’Arabia Saudita nel girone. La diaspora saudita, però, non è particolarmente numerosa, e si compone principalmente di dissidenti politici o di studenti che, una volta diplomati, fanno ritorno a casa.



