I maturandi francesi devono rispondere a domande esistenziali

Perché devono cimentarsi con la prova di filosofia, che quest'anno chiedeva: «Possiamo essere felici quando gli altri non lo sono?»

Alcuni studenti seduti ai banchi durante la prova, tra cui una studentessa con una mano sulla tempia
Una classe del liceo Janson de Sailly durante la prova di filosofia all’esame di maturità, a Parigi, il 15 giugno 2026 (Juliette Pavy/The New York Times/contrasto)
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In un video circolato molto sui social negli ultimi giorni lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia descrive un ipotetico esame di maturità: «Io lo farei così: ti siedi e io ti chiedo “perché sei venuto al mondo?”. Se non sai rispondere, non ti posso dare la maturità». Lo dice un po’ sul serio e un po’ per scherzo, con una perentorietà che è stata anche criticata e canzonata sui social. Quella di una domanda simile, in effetti, è una prospettiva che alcuni maturandi italiani temono davvero prima dell’esame orale, se sanno che nella commissione esterna ci sono insegnanti di filosofia estrosi.

In Francia questa paura è la norma tra gli studenti di liceo dell’ultimo anno, dato che l’esame di maturità (baccalauréat) prevede una prova scritta di filosofia proprio con domande del genere. È una consuetudine molto radicata nella cultura francese: un rito di passaggio poi ricordato dagli adulti anche a distanza di anni sia per la difficoltà delle domande sia per i voti di questa prova, di solito non altissimi.

Nell’esame di quest’anno, che si è svolto il 15 giugno, le domande erano: «Abbiamo il controllo delle nostre parole?» e «Si può essere felici quando gli altri non lo sono?». Ogni candidato ha quattro ore di tempo per rispondere a una delle due domande, a scelta, oppure per fare l’analisi di un testo proposto come terza traccia: quest’anno era un passaggio del libro di Friedrich Nietzsche Umano, troppo umano.

Come chiarito in una circolare del ministero dell’Istruzione francese, uno degli obiettivi dell’esame è valutare se gli studenti siano in grado di articolare in modo autonomo un discorso rigoroso e coerente, e di esprimerlo in modo chiaro. Chi sceglie di rispondere a una delle due domande non può scrivere cose a caso o in assoluta libertà: deve integrare nella sua riflessione le conoscenze filosofiche acquisite con lo studio. Chi invece sceglie l’analisi del testo non deve per forza conoscere l’opera dell’autore o dell’autrice, ma deve dimostrare di aver compreso il testo e il problema che pone.

L’attenzione che in Italia e in altri paesi viene solitamente dedicata dai media agli esami di maturità, in Francia è tutta dedicata alla prova di filosofia. Il giorno dell’esame ci sono programmi in diretta in televisione e in radio, con filosofi invitati come ospiti. I siti di news se ne occupano in liveblog con indiscrezioni sulle tracce ed esempi di svolgimento della prova. Il ministro dell’Istruzione francese, per tradizione, apre le buste con le tracce e le distribuisce agli studenti in un liceo del paese: quest’anno il ministro Édouard Geffray ne ha visitato uno a Nogent-sur-Marne, a sudest di Parigi.

Il ministro dell'Istruzione sorride mentre distribuisce i compiti

Il ministro dell’Istruzione francese Édouard Geffray distribuisce agli studenti un compito di matematica durante una visita al liceo Gabriel Fauré a Parigi, il 12 giugno 2026 (Simon Wohlfahrt/Pool Photo/AP)

«Per me, l’esame di filosofia dice tutto di chi siamo. È una caratteristica tipicamente francese. Dimostra che siamo un paese che ha scelto di porre al centro dell’istruzione il pensiero critico, il dibattito e il pluralismo», ha detto Geffray ai giornalisti all’esterno del liceo.

Anche se l’esame può sembrare piuttosto difficile, le classi di liceo francesi arrivano relativamente preparate a questo tipo di domande. Perché una parte del programma di filosofia è basata sullo studio cronologico di alcuni autori, come in Italia, ma un’altra si concentra su nozioni generali e interdisciplinari come la libertà, la giustizia, la verità, il linguaggio, la coscienza, la felicità e il tempo.

La corrispondente a Parigi del New York Times Catherine Porter ha raccontato in un recente articolo di avere assistito a una lezione tipica di filosofia in un liceo a Neuilly-sur-Seine, poco fuori Parigi. Il giorno della sua visita, la classe doveva cercare di rispondere alla domanda «Perché lavoriamo?». E l’insegnante aveva ribattuto a una prima risposta di uno studente chiedendo: «Se è solo per guadagnarci da vivere, perché la gente guadagna più del necessario?». Per fornire altri spunti di riflessione agli studenti, aveva poi provato a farli ragionare su alcune idee dei filosofi Blaise Pascal e Karl Marx riguardo al lavoro.

«L’idea è che per diventare un buon cittadino sia necessario un percorso di riflessione collettiva sui valori: sulla giustizia, sulla libertà, su cosa sia lo Stato, sulla democrazia», ha detto al New York Times Anne-Sophie Moreau, redattrice della rivista Philosophie Magazine. Ha anche detto che diverse aziende la assumono abitualmente per condurre seminari filosofici con i propri dipendenti su argomenti come gli investimenti etici e il coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il liceo in Francia dura tre anni, non cinque. Un’altra particolarità è che la filosofia si studia non in tutti e tre gli anni, ma obbligatoriamente solo nell’ultimo: quattro ore a settimana nell’indirizzo generale, tre ore a settimana in quello tecnologico (niente nell’indirizzo professionale, che infatti non ha l’esame di filosofia alla maturità). Comincia a studiarla già dal penultimo anno soltanto chi sceglie come programma di studi “Scienze umane, letteratura e filosofia”, nell’indirizzo generale (il percorso di studi liceali in Francia è più personalizzabile rispetto all’Italia).

Nei licei a indirizzo tecnologico la valutazione della prova di filosofia influenza di meno il punteggio finale del diploma, e sono diverse anche le tracce d’esame: non più facili, solo diverse. Quest’anno le domande erano «Discutere equivale a cercare la verità?» e «La tecnica può essere difettosa?», mentre l’analisi testuale era su un passaggio del libro Il giusto del filosofo francese Paul Ricœur.

La ex ministra dell’Istruzione in mezzo a un gruppo di insegnanti vicino alla cattedra di un'aula con dei compiti in mano

L’allora ministra dell’Istruzione ed ex prima ministra francese Élisabeth Borne in visita al liceo Buffon il giorno della prova di filosofia, a Parigi, il 16 giugno 2025 (Sebastien Toubon/IP3/ZUMA Press)

La filosofia ha un valore molto rilevante nella formazione degli studenti francesi, sia perché studiarla sistematicamente è considerata una tradizione ereditata dall’Illuminismo, sia perché alla maturità è l’unica materia di esame comune per tutti i liceali. Le altre due prove scritte, come anche la prova orale, riguardano infatti le specializzazioni scelte da ciascuno lungo il suo percorso di studi: tre materie al penultimo anno, poi ridotte a due all’ultimo anno, tra fisica, storia, arte e altre materie (francese e matematica sono valutate con un esame anticipato, alla fine del penultimo anno).

I voti delle prove vanno da 0 a 20. Il punteggio minimo per superare l’esame di maturità è una media ponderata di almeno 10 su 20, ma chi ha tra 8 e 9,99 può sostenere un esame di riparazione; chi non supera la media dell’8 è bocciato. A influenzare la media, oltre ai voti negli anni precedenti e ai risultati delle prove anticipate, è soprattutto la valutazione delle prove finali sulle due materie scelte come specialità. Ma dalla prova di filosofia devono comunque passare tutti.

Non c’è un voto minimo richiesto per ciascuna prova: quelli della prova di filosofia tendono a essere piuttosto bassi. La media nel 2025 era stata 10,8 su 20, più bassa di 2,3 punti rispetto alla media generale con cui si diplomano gli studenti di liceo.