I Mondiali, mille partite fa
Giappone-Tunisia è stata la millesima partita della competizione, la storia cominciò nel 1930 con due partite in Uruguay: era tutto molto diverso

La partita Giappone-Tunisia, vinta 4-0 dai giapponesi, è stata la numero 1.000 dei Mondiali. È stata giocata 96 anni dopo la prima, a più di 8.000 chilometri di distanza, a Guadalupe, in Messico. In quasi un secolo e in 23 edizioni della competizione i Mondiali maschili di calcio hanno assunto dimensioni senza paragoni: sono la manifestazione sportiva con più spettatori televisivi e con più nazioni che partecipano alle fase di qualificazione, superando anche le Olimpiadi. Quando iniziarono erano tutt’altra cosa.
La prima partita mai giocata in un Mondiale furono in realtà due: le gare inaugurali della prima edizione, ospitata dall’Uruguay, partirono ufficialmente in contemporanea, in due stadi diversi della capitale Montevideo, alle 15 del 13 luglio del 1930. Fra Francia-Messico e Stati Uniti-Belgio probabilmente la prima iniziò qualche minuto prima, ma non ci sono mai state certezze, così entrambe sono passate agli archivi come le prime in assoluto.
Il calcio si giocava già da oltre mezzo secolo nel Regno Unito e dal 1908 era entrato fra gli sport olimpici. Quattro anni prima era nata la FIFA, l’organizzazione mondiale del calcio, e nel 1928 il suo presidente, il francese Jules Rimet, aveva deciso di provare a organizzare un campionato mondiale. L’Uruguay aveva vinto il torneo olimpico del 1924 e del 1928, nel 1930 festeggiava i 100 anni della sua indipendenza e si offrì di rimborsare le spese a tutte le nazionali che avessero accettato di giocare in Sudamerica. Bastò per guadagnarsi l’organizzazione del torneo, anche se non per convincere molte delle migliori squadre europee a mettersi in viaggio: Ungheria, Svizzera, Cecoslovacchia, Austria, Inghilterra, Scozia e Italia decisero di non partecipare.

A sinistra Jules Rimet, presidente della Fifa, con il primo trofeo, consegnato al presidente della federazione dell’Uruguay Paul Jude (Photo by Keystone/Getty Images)
Chi invece accettava, era qualificato: alla fine si partì con 13 squadre, di cui 4 europee, divise in 4 gironi, tre da tre e uno da quattro. Già al tempo l’idea iniziale era che il torneo partisse con una partita della squadra di casa, ma l’Uruguay doveva giocare nello stadio Centenario, costruito per l’occasione con 90mila posti e in ritardo coi lavori. La partita dell’Uruguay fu spostata a cinque giorni dopo l’inizio e si cominciò negli altri due stadi del Mondiale, tutti a Montevideo: Stati Uniti-Belgio al Gran Parque Central, da 20mila posti, dove giocava abitualmente il Nacional; Francia-Messico allo stadio Pocitos del Peñarol, 4.000 posti scarsi.
Francia e Belgio erano arrivate in Uruguay poco più di una settimana prima, dopo un viaggio di due settimane sul piroscafo italiano Conte Verde, 170 metri di lunghezza, partito da Genova. A bordo c’era anche la squadra romena (gli jugoslavi presero un’altra nave), c’erano i tre arbitri europei, qualche dirigente della FIFA e la coppa. Nessun giornalista partì dall’Europa. I giocatori erano perlopiù semiprofessionisti, alcuni avevano dovuto chiedere permessi dal lavoro, altri ottennero poco più che rimborsi spese per la manifestazione.
In Uruguay era pieno inverno: durante le partite inaugurali nevicò, secondo testimonianze fornite dai giocatori in anni seguenti. Wilfred Cummings, una specie di dirigente statunitense, disse che il campo allo stadio Gran Parque Central era «un letto di argilla bagnata e appiccicosa con pozze d’acqua, troppe per contarle».

Lo stadio Pocitos nel 1930 (Wikimedia Commons)
Ci sono solo poche foto di quelle partite e nessuna del primo gol segnato in assoluto. Lo realizzò il francese Lucien Laurent, detto Lulù, centrocampista che giocava nel Sochaux, squadra nata fra le attività dopolavoristiche della Peugeot, di cui Laurent era dipendente. Il primato fu ricostruito solo nel 1970, prima la stessa FIFA accreditò come primo marcatore lo statunitense Bart McGhee.
Nella stessa partita si infortunò il portiere Alexis Thépot, che venne rimpiazzato in porta dal laterale sinistro Augustin Chantrel: allora non c’erano le sostituzioni, così come i cartellini rossi e gialli, mentre la regola del fuorigioco, introdotta cinque anni prima, era molto più restrittiva.
La Francia vinse 4-1, poi perse le due seguenti partite e fu eliminata, ma Laurent in vecchiaia divenne una specie di gloria mondiale: lo invitarono prima al Mondiale 1990 in Italia, poi a quello di Francia 1998, quando aveva 91 anni.
Nell’altra partita gli Stati Uniti vinsero col Belgio 3-0: quella americana era una squadra forte, che arrivò fino alle semifinali. I giocatori venivano dall’American Soccer League (ASL), un nuovo campionato professionistico piuttosto ricco, capace di ingaggiare anche alcuni giocatori di buon livello dall’Europa. Erano anche fisicamente imponenti, tanto che i giocatori francesi cominciarono a chiamarli un po’ sprezzantemente “i lanciatori del peso”.
Il Belgio in quel torneo fu poco più che una comparsa: due partite e due sconfitte, praticamente nulla rimasto negli archivi. Fu molto più personaggio il connazionale John Langenus, uno dei migliori arbitri del tempo, nonché quello che poi fu incaricato di dirigere la tesissima finale fra Argentina e Uruguay (vinse l’Uruguay). Langenus e i suoi colleghi arbitravano spesso in giacca e cravatta, lui in particolare aveva un completo con pantaloni alla zuava e cravattino a righe. Mandava anche alcune stringate corrispondenze ai giornali europei, che davano limitate e concise notizie sul torneo.

La finale della prima edizione dei Mondiali, quelli del 1930, con l’arbitro John Langenus (Keystone/Getty Images)
Altre volte gli arbitri erano un po’ più improvvisati: dopo che la Bolivia venne eliminata, il suo allenatore Ulises Saucedo arbitrò Argentina-Messico e si narra che assegnò 5 rigori (le certezze sono poche, soprattutto su quelli sbagliati). In seguito nel torneo Saucedo fece anche il guardalinee, così come l’allenatore rumeno Constantin Rădulescu.
Come facilmente intuibile, non c’era un pallone ufficiale. Ogni squadra portava e provava a imporre il suo: erano oggetti di cuoio pesante, con cuciture a vista, e che diventavano molto pesanti con la pioggia. Per la finale si giocò un tempo con il pallone degli uruguaiani, uno con quello degli argentini.

I due palloni della finale nel museo del calcio di Montevideo (Ben Sutherland, via Wikimedia Commons)
Uno dei due stadi della partita numero 1 dei Mondiali, il Gran Parque Central, esiste ancora, ovviamente rinnovato più volte. L’altro fu distrutto nel 1940. Intorno agli anni Duemila l’architetto uruguaiano Héctor Benech fece una lunga indagine per ricostruire il luogo esatto dove sorgeva il campo, e ci riuscì trovando una foto aerea del 1926. Ora nel quartiere Pocitos ci sono due monumenti, uno nel punto del dischetto di centrocampo, uno dove c’era la porta dove fu segnato il primo gol.
La partita numero 1.000 è stata invece largamente celebrata dalla FIFA, anche prima di essere giocata, e l’arbitro ha vestito una maglia speciale che celebrava la ricorrenza.



