I primi Mondiali della storia, e il loro arbitro

La più disorganizzata manifestazione calcistica di tutti i tempi raccontata nel primo capitolo del nuovo Atlante dei Mondiali di ISBN

Il 5 giugno per ISBN esce Atlante dei Mondiali, a cura di Massimo Coppola. Il libro racconta venti coppe del mondo con il contributo di 22 autoriSul Post potete leggere il primo capitolo, scritto da Mario Desiati, sui primi mondiali della storia, in Uruguay nel 1930, e sull’uomo che arbitrò la prima finale.

Per chi vuole conoscere un po’ del libro e dei suoi autori, l’Atlante sarà presentato a Milano il 3 giugno, alle 19 alla libreria Open di viale Monte Nero 6, e a Roma sabato 7 giugno, alle 19.00 allo Spazio Fandango Incontro in via dei Prefetti 22.

Il Mondiale del 1930 è passato alla storia per essere stato la più disorganizzata manifestazione calcistica di tutti i tempi. Defezioni, problemi logistici, arbitraggi casuali e scandalosi, squadre che non si presentavano in orario il giorno della partita, campi impraticabili, minacce di morte, risse, ubriacature, colpi di rivoltella, sparizioni misteriose, puttane con la gonorrea che sterminarono squadre intere.

Tra queste curiosità, la più nota riguarda la vicenda di un giocatore uruguagio che prima della finale ebbe un attacco di panico e non scese in campo perché terrorizzato dal fatto che la folla di tifosi stipati sugli spalti dello Stadio del Centenario potesse cadergli addosso. Ma prima di tutto questo susseguirsi di peripezie, c’è una storia che merita di essere raccontata, ed è una storia che inizia circa un mese prima del fischio d’inizio della partita inaugurale, sulla nave che salpa dall’Europa.

Un transatlantico di ferrame e lamiere attraversa l’oceano, lassù ci sono tre delle quattro squadre europee che parteciperanno al Mondiale: Francia, Belgio e Romania (la Jugoslavia è salpata da Marsiglia, su un’altra nave). Al seguito ci sono calciatori, staff tecnico, dirigenti; tra i romeni, qualcuno è addirittura riuscito a portare con sé la famiglia.

I giorni sull’oceano trascorrono mollemente. Tra i calciatori, i tecnici e i dirigenti si instaurano amicizie; sul ponte i nazionali si allenano con esercizi che oggi ci farebbero sorridere – non ci sono più palloni a bordo, perché sono finiti tutti in mare, e i giocatori si addestrano a calciare colpendo con l’interno del piede un salvagente donato da un marinaio dalmata.
Tra i vari calciatori, funzionari delle scombiccherate Federazioni, accompagnatori, mogli, figli e altri viaggiatori che con il Mondiale in Uruguay non c’entrano niente, ne spicca uno in particolare: un uomo alto, scuro di carnagione, capelli impomatati e sempre pettinati all’indietro, con la fronte scoperta nelle giornate di sole. Altre volte cambia look, esibendo una perfetta riga al centro, e questo accade nelle giornate in cui il sole non c’è, come se il tempo meteorologico fosse l’ago di un arbiter elegantie nascosto nelle pieghe del nostro eroe.

Si chiama John, è sulla quarantina. Segni particolari: è silenzioso, legge libri, tanti libri, mentre nei pomeriggi in cui il mare è più mosso si chiude in cabina, firma e timbra le carte amministrative che si è portato da Anversa, la città belga in cui svolge la professione di capogabinetto del governatorato.
John è un burocrate che parla perfettamente francese, vallone, olandese e spagnolo, e non dà molta confidenza agli uomini presenti su quella nave che sta attraversando l’oceano.

Nelle prime ore del mattino compie alcuni esercizi fisici, tra cui salti e flessioni. È strano, perché fa tutto ciò con la strana cura di chi non vuole essere visto da nessuno. Durante i giorni del Mondiale, John visita la capitale uruguagia; le partite si giocano a Montevideo, nei tre stadi della città. Riesce ad assistere ad alcuni incontri, ma poi si perde nei cunicoli urbani, si adegua al ritmo caotico e sonnolento; grazie alla conoscenza della lingua frequenta il teatro, visita i musei e un giorno entra addirittura nel Palazzo legislativo, incuriosito dal modo di lavorare dei suoi colleghi d’oltreoceano. Sembra un turista come tanti, anche se in quel frangente può risultare un po’ singolare, perché Montevideo è presa d’assalto da migliaia di brasiliani, argentini e messicani che sono venuti in nave per tifare le loro squadre. John, il burocrate delle istituzioni belghe, di cognome fa Langenus, e ha una passione che in quei giorni tiene adeguatamente sepolta nella sua vita privata: arbitrare partite di pallone.

John Langenus è a Montevideo per dirigere la finale del Mondiale nel caso in cui dovessero disputarla due squadre sudamericane.
È molto teso, si è mosso per giorni e giorni come un agente dei servizi segreti. Jules Rimet, l’inventore della Coppa del Mondo, l’ha invitato a diversi aperitivi. Gli aperitivi si fanno soltanto nella hall di un albergo di periferia, un posto tremendo dove non si può che bere una sottospecie di Mezcal e altre brodaglie alcoliche rigorosamente servite senza ghiaccio.

Quando l’Argentina e l’Uruguay vincono le loro semifinali, John Langenus riceve la telefonata di Jules. La voce è emozionata, tutto è andato come previsto: la finale tra la squadra più forte e i padroni di casa è cosa fatta. «È il tuo momento» lo avvisa Rimet, raggiante.
«Non me la sento» risponde Langenus gelido, senza dare a Rimet il tempo di circostanziare la richiesta.
Le notizie sui momenti che hanno preceduto quella telefonata sono disordinate e preoccupanti. Langenus ha cambiato idea proprio perché in quei giorni ha respirato una strana aria.
Dall’Argentina sono partite ventimila persone, su navi di ogni tipo, per assistere alla partita che si terrà nello Stadio del Centenario, chiamato così perché inaugurato a cento anni dall’indipendenza uruguagia, proprio in quel 1930.

La notte che precede la finale è un susseguirsi di telefonate, e a un certo punto John sparisce: lascia la stanza dell’albergo e diviene irreperibile. Difficile ricostruire cos’è successo in quelle ore. (Pare che Langenus sia andato al porto, a osservare con livido terrore le navi cariche di argentini che continuavano ad arrivare per assistere al match.) Alcuni conoscenti lo cercano, gli organizzatori e un affranto Jules Rimet si rifiutano di pensare ad altri nomi per l’arbitraggio della finale. Langenus è l’unico europeo che sa tenere un fischietto in bocca, è il solo ad avere il pedigree giusto per quell’incontro.
John ha paura: è convinto che ci possano essere scontri in cui potrebbe restare coinvolto (le durissime polemiche sull’arbitraggio delle semifinali hanno portato al linciaggio di uno dei direttori di gara al termine della sfida tra Uruguay e Jugoslavia, conclusasi 6-1).
Dopo aver parlato con un avvocato del consolato belga, John chiede di poter fissare un incontro con il capo della sicurezza dello stadio, con il direttore organizzativo, con Jules Rimet, e poi con un esponente del governo uruguagio. Mancano cinque ore all’inizio della partita, e se Langenus non arbitrerà, il fischietto passerà a Ulises Saucedo, l’allenatore della Bolivia, che dopo l’eliminazione della sua squadra è rimasto in città e ha già diretto una delle partite, cavandosela con un po’ di esperienza e qualche scazzottata. Ma qui si parla della finale della prima Coppa del Mondo, e non si può affidarla all’allenatore di una squadra eliminata nelle fasi precedenti.

1 2 Pagina successiva »