Il generale Almasri è stato condannato in Libia a 7 anni e 4 mesi per le violenze ai danni di alcune persone migranti

Il tribunale di Tripoli ha condannato a 7 anni e 4 mesi Najim Osama Almasri, ex capo della polizia giudiziaria della Libia, per la violazione dei diritti umani di alcune persone migranti trattenute nei centri di detenzione di cui era responsabile. Era stato arrestato a novembre, con l’accusa di aver torturato dieci persone migranti, di cui una era morta a causa delle violenze subite.
Di Almasri in Italia si era parlato molto all’inizio del 2025 quando era finito al centro di un grosso caso politico: era stato prima arrestato dalle autorità italiane e poi riportato in Libia per decisione del governo di Giorgia Meloni, che da allora ha dato ricostruzioni sulla vicenda piuttosto contraddittorie. Da diversi anni nei suoi confronti era stato emanato un mandato della Corte penale internazionale, il principale tribunale per crimini di guerra e contro l’umanità: è accusato di omicidi, torture, stupri e altri gravi crimini.
Per anni Almasri aveva avuto incarichi molto rilevanti nella polizia giudiziaria del governo che controlla la capitale Tripoli. Lo scorso anno la sua posizione in Libia era però cambiata per via degli scontri tra milizie seguiti all’uccisione di uno dei più potenti rivali del primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, il capo del governo internazionalmente riconosciuto.
Almasri appartiene infatti alla fazione opposta a quella di Dbeibah, che ne aveva approfittato per provare a eliminare anche lui: è per questo verosimilmente che nel maggio del 2025 il governo libico aveva accettato di riconoscere la giurisdizione della Corte penale internazionale e in seguito aveva fatto emettere nei suoi confronti un ordine di comparizione.


