Ken Loach e il suo metodo
Quello con cui ha girato i film che lo hanno reso uno dei più importanti e riconoscibili registi inglesi, ancora oggi che ha 90 anni

Non è difficile riconoscere un film di Ken Loach, anche solo vedendone pochi secondi. Ci sono infatti una serie di scelte nello stile visivo, nei temi trattati, nel modo di scrivere le sceneggiature, nel far parlare i personaggi e infine nello scegliere gli attori, che tutte insieme costituiscono il “metodo Ken Loach” per girare un film. È un’espressione utilizzata nel mondo della critica, che è stata a un certo punto canonizzata dal British Film Institute, la fondazione non profit che promuove il cinema britannico, che ne parlava nei suoi contenuti divulgativi già nel 2018.
A partire dall’inizio degli anni Novanta e per i successivi trenta, Loach è stato uno dei registi più noti e apprezzati del cinema britannico. È uno dei pochissimi ad aver vinto due volte la Palma d’oro a Cannes (con Il vento che accarezza l’erba nel 2006 e con Io, Daniel Blake nel 2016), e i suoi film sono stati distribuiti e visti in tutto il mondo. Oggi compie 90 anni e il suo successo è arrivato molto tardi nella sua vita, a partire da quando ne aveva 55.
Prima era stato un regista televisivo, di serie e film per la tv, occasionalmente di qualche cortometraggio o film per il cinema senza troppo successo internazionale. E questo nonostante uno dei trionfi maggiori della sua carriera fosse arrivato subito, nel 1966 con Cathy Come Home, episodio della serie televisiva antologica The Wednesday Play, che raccontava della discesa nella povertà di una famiglia incapace di trovare una casa. L’impatto di quel film per la tv fu così forte da cambiare qualcosa nella società britannica, portando a un dibattito e a una presa di coscienza nazionale sul problema dei senzatetto. Ancora oggi è considerato uno dei film che più di tutti hanno avuto un impatto diretto sulla realtà.
Quando Loach aveva iniziato a fare il regista per la televisione era ancora un conservatore. Era stato cresciuto così dalla famiglia e non aveva mai messo in questione quella visione del mondo. Ma nella tv entrò in contatto con alcuni sceneggiatori socialisti che cambiarono il suo orientamento politico.
In quel momento sembrava che la sua carriera fosse partita bene. Dopo Cathy Come Home fece un film per il cinema di cui si parlò benissimo e in cui si vedevano già molte caratteristiche del metodo Loach, Kes. Due anni dopo però, nel 1971, il figlio Nicholas morì in un incidente stradale in cui fu coinvolto lo stesso Loach. Anche per quello, nei successivi venti anni non riuscì più a fare film per il cinema o la tv al livello che sembrava aver promesso. La sua carriera ne risentì molto e a fine anni Ottanta pensò anche di smettere di fare il regista.
Probabilmente lo avrebbe fatto se non ci fosse stato L’Agenda nascosta, un film del 1990 con l’attrice statunitense Frances McDormand. È un film d’inchiesta per il quale vennero scoperte e raccontate le azioni di terrorismo di stato britannico nel conflitto nordirlandese. Ebbe conseguenze politiche forti, Loach fu accusato di fare propaganda a favore dell’IRA, il gruppo paramilitare per l’unificazione dell’Irlanda, e il critico dell’Evening Standard Alexander Walker lo definì “un traditore”.

Ken Loach sul set nel 1980. (David Farrell/Getty Images)
Da quel momento il metodo Loach si consolidò e cominciò a essere applicato con più costanza e coerenza, almeno dal film successivo, la commedia Riff Raff – Meglio perderli che trovarli. Gli altri film degli anni Novanta, come Piovono pietre del 1993, Terra e libertà del 1995 e La canzone di Carla del 1996, sono ancora ricordati tra i suoi migliori e lo resero un regista di fama internazionale.
Da quel momento i film di Ken Loach, in quasi tutti i casi, hanno cercato di fare un ritratto autentico della vita quotidiana della maggior parte delle persone nel Regno Unito, mettendo spesso in luce la brutalità del contesto sociale e politico. Solitamente i suoi film non raccontano storie eccezionali di persone fuori dal comune, ma al contrario intrecci semplici che coinvolgono persone come tante altre, spesso all’interno di comunità ai margini. E proprio la comunità tende a essere l’unica possibile forma di salvezza per i suoi personaggi, specialmente quando lo stato o le istituzioni non li aiutano. Per esempio in Piovono pietre si racconta di un uomo che si indebita con degli strozzini per potersi permettere di comprare alla figlia un bel vestito per la comunione.
Il metodo Loach prevede l’uso più che altro di luce naturale, cioè sfrutta poca illuminazione artificiale e soprattutto quella del sole, e svolge le riprese nei veri luoghi dell’azione, senza migliorarli, abbellirli o modificarli, anzi riprendendoli per quello che sono, senza scenografie ricostruite in studio. Per le sue storie, scritte prima con Jim Allen poi quasi sempre con Paul Laverty, fa un ampio utilizzo di attori non professionisti e di persone che recitano per la prima volta: l’importante per lui è che siano volti e corpi che non somigliano a quelli degli attori noti ma molto a quelli delle persone comuni.

Ken Loach sul set di “Kes” nel 1968. (Keystone Features/Hulton Archive/Getty Images)
In più, il metodo Ken Loach prevede anche di girare i film in ordine cronologico, cioè la prima scena per prima e l’ultima per ultima, il contrario di come si fa di solito. Di regola infatti i film non si girano in ordine per ottimizzare il budget: si fanno le scene ambientate negli stessi posti tutte insieme, anche se finiranno in punti diversi del film. Fare le riprese seguendo lo sviluppo della storia non ottimizza i costi ma consente di cambiare continuamente la sceneggiatura, adattandola all’improvvisazione e a quello che succede sul set, che è una cosa buona se il cast è di non professionisti e si vogliono integrare le loro esperienze nella trama. È una cosa che fa anche Matteo Garrone, che pure spesso usa attori non professionisti.
Questo non vuol dire che Loach non lavori anche con attori molto noti, che però non sono una componente fondamentale dei suoi cast come i non professionisti. L’obiettivo è fare in modo che qualunque sia la trama o l’intreccio, alla fine la parte più importante del film sia lo sfondo, cioè il contesto, le condizioni di vita e come le persone si relazionino tra di loro in quei mondi. Solitamente con una grande solidarietà sociale.
Un buon esempio, a lieto fine, è Il mio amico Eric, film del 2009 in cui a un postino in difficoltà e molto tifoso del Manchester United appare il calciatore Eric Cantona (interpretato dal vero Cantona), che gli sta accanto e lo aiuta a uscire dai suoi problemi. Alla fine però non sarà lo spirito di Cantona ad aiutarlo, quanto la solidarietà dei suoi pari, cioè gli altri postini tutti insieme. Un buon esempio, senza lieto fine, invece è Io, Daniel Blake, che ha per protagonista un uomo che ha un infarto. Quando ha bisogno del welfare non trova quell’aiuto da parte dello Stato, e non ha nemmeno una comunità di suoi pari di riferimento, se non qualche sparuta altra persona come lui che gli offre conforto.
È un modo di fare molto diverso rispetto alla tradizione britannica, che è fatta di un eccezionale lavoro negli studi di produzione (gli artigiani del cinema britannico sono tra i più richiesti e noti d’Europa) e molto lontano dal cinema di grandi budget. Semmai è più vicino alla sua ispirazione diretta, spesso dichiarata da Loach, cioè il cinema della liberazione italiano, quello che spesso viene chiamato meno correttamente neorealismo.
Come succedeva in quei film di Rossellini, De Sica o Visconti, l’obiettivo dichiarato di Loach infatti è creare una forte spinta di solidarietà tra il pubblico e i personaggi, per stimolare una responsabilità collettiva. A partire dal caso Cathy Come Home, Loach ha sempre fatto film con l’obiettivo di cambiare il mondo. Questo ha sempre avuto un’influenza anche sul suo atteggiamento fuori dai film. Nel 2012 per esempio rifiutò il premio Gran Torino alla carriera offerto dal Torino Film Fest, in solidarietà alle proteste dei lavoratori di una società a cui veniva esternalizzato il servizio di biglietteria, accoglienza e sorveglianza della Mole (che è sede del museo del cinema che produce il festival), i quali denunciavano il fatto di essere sottopagati, a 5 euro l’ora.



