Le case nuove di Virginia Woolf e Vanessa Bell

«Che comunità stavano costruendo quei compagni, amici, amanti, intorno alle due sorelle? Come doveva essere assaporata quella libertà mentre la guerra incombeva? Eppure, lì, a Charleston e Monk's House, la comunità di Bloomsbury stava ridisegnando l’arte, la letteratura e la morale vittoriana»

Le sorelle Vanessa Bell e Virginia Woolf (George C. Beresford/Beresford/Hulton Archive/Getty Images)
Le sorelle Vanessa Bell e Virginia Woolf (George C. Beresford/Beresford/Hulton Archive/Getty Images)
Francesca Mancini
Francesca Mancini

Responsabile dei progetti speciali e coordinatrice dell’ufficio stampa del Salone del Libro di Torino. Coordinatrice editoriale di Book Pride. Ideatrice e curatrice del festival femminista InQuiete.

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«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles».

Si dice che questa frase sia stata pronunciata da Dorothy Parker per descrivere il gruppo di Bloomsbury. Non è importante stabilire se sia stata davvero lei a inventarla: ciò che conta è capire perché riesca a definire un gruppo di intellettuali indefinibili che, nella prima metà del Novecento, diedero forma a un modo completamente nuovo di intendere la vita e l’arte. Vivevano nelle piazze di Londra, facevano la nuova pittura senza l’ormai antica prospettiva, e si amavano fuori dai confini della coppia.

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles»

è la frase che pronuncia la volontaria che ci accoglie nel salotto verde salvia di Monk’s House, che Virginia e Leonard Woolf acquistarono nel 1919 per 700 sterline. «Il verde era il colore preferito di Virginia», ci dice, «e per ottenerlo dovettero scrostare le vecchie pareti e poi passare diverse volte il colore». Era una soluzione nuovissima, una reazione alle tristi carte da parati vittoriane dell’infanzia. Ora sembra essersi insinuato nel tessuto stesso di Monk’s House, al punto che non si riesce a immaginare la casa di un altro colore.

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È nel giardino che si trova la lapide di Virginia, sovrastata dal busto, incorniciato da una magnolia giapponese grondante fiori rosa. A poca distanza, sullo stesso muretto, c’è il busto di Leonard.

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles»:

questa frase, geniale e intraducibile, si riferisce alle piazze quadrate in cui vivevano a Londra, alla collettività e allo stile che avevano di dipingere e ai triangoli delle loro poco convenzionali vite amorose. È una frase che avrebbe potuto pronunciare anche la guida che ci ha accolto a Charleston Farmhouse, la straordinaria casa-opera d’arte nella quale Vanessa Bell – la sorella pittrice di Virginia – visse gran parte della sua vita, a dieci chilometri da quella della sorella, a partire dal 1916, centodieci anni fa. Entrambe le dimore si trovano nel Sussex, ai piedi delle South Downs, colline calcaree nel sud dell’Inghilterra: infinite distese verdi punteggiate da pecore con il muso e le zampe nere, falesie bianche a picco sul mare, cottage nascosti da cascate di fiori rosa e viola, glicini e narcisi. Un paesaggio di silenzi e strade strette a poco più di un’ora da Londra.

Questo non vuole essere un sentimentale diario di viaggio di una lettrice che ha imparato la propria idea di libertà leggendo Virginia Woolf da giovanissima e rileggendola da adulta, per ritrovare l’origine di quello stupore e di quella meraviglia provati, da adolescente, perdendo il senso del tempo tra le pagine di Al faro, Una stanza tutta per sé, La signora Dalloway. È piuttosto il tentativo di raccontare uno stupore nuovo, quello che ho provato attraversando le stanze di quelle case e scoprendo, un dettaglio dopo l’altro, che tipo di vita si fossero inventati, lontano da Londra e dai pettegolezzi, gli intellettuali e artisti raccolti intorno alle due sorelle geniali e con lo sprezzo per le convenzioni.

Che comunità stavano costruendo quei compagni, amici, amanti, che intorno alle due sorelle avevano scoperto la possibilità di una felicità oltre le regole e oltre le norme? Come doveva essere assaporare quella libertà mentre la guerra incombeva e i lutti si moltiplicavano? Eppure, lì, nascosta e mai così visibile, la comunità di Bloomsbury stava inventando il modernismo in letteratura, ridisegnando l’arte e scardinando la morale vittoriana.

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Pioviggina a Rodmell. Virginia e Leonard Woolf hanno vissuto in una casa semplice e accogliente, dominata da un giardino fiorito e dalla guglia della chiesa di St. Peter con intorno il piccolo cimitero del villaggio. La cucina non si trovava nella casa principale: la domestica viveva in un edificio vicino, acquistato dai coniugi. Virginia custodiva gelosamente la propria privacy e non amava gli odori intensi della preparazione del cibo, né le distrazioni di una vita di rappresentanza.

Lo scrive Virginia Woolf nei diari 1915-1919:

«Queste stanze sono piccole, mi sono detta; non sopravvalutare quel camino antico & le acquasantiere. I monaci non sono niente di straordinario. La cucina è decisamente brutta. C’è un fornello a petrolio & nemmeno un focolare. Niente acqua calda né vasca da bagno, di un gabinetto esterno, poi, neppure l’ombra. Tutte osservazioni prudenti che tenevano a bada l’entusiasmo; ma anche quelle hanno dovuto cedere all’intenso piacere per le dimensioni, la forma, la fertilità & il rigoglio del giardino. Sembrava che ci fossero alberi da frutto a non finire; i prugni erano così carichi che la punta dei rami si piegava sotto il peso dei frutti; tra i cavoli spuntavano fiori inaspettati. C’erano filari curati di piselli, carciofi, patate; i cespugli di lamponi mostravano piccole piramidi chiare di frutti; & ho immaginato una piacevolissima passeggiata nel frutteto sotto i meli, con lo spegnitoio grigio del campanile della chiesa a indicarmi il confine. […] È una casa senza pretese, lunga & bassa, una casa con tante porte…»

Quando la casa sembra terminare in un muro, tre gradini conducono all’esterno, e altri gradini portano a una nuova stanza costruita addosso alla casa originale del Seicento: la sua camera da letto. La sua “stanza tutta per sé” non ha collegamenti interni con il resto della casa. Questa la prima scoperta. Virginia ha ispirato un secolo di scrittrici, inventando la figura della scrittrice moderna, emancipata. Vedendo il suo letto singolo quasi monacale in una stanza costruita ingrandendo a forza, forse perfino sgraziatamente, una casa, la stanza tutta per sé mi è diventata un’immagine molto più forte.

Dentro ci sono diverse opere d’arte di Vanessa. In un’alta e stretta libreria si trova ancora la sua collezione dei libri di Shakespeare con le copertine artigianali realizzate da Virginia. Accanto al letto una grande finestra guarda sul giardino: aprendo gli occhi al mattino si vedono il cielo, gli alberi, i fiori. A proteggere la nuca dal muro gelido, una grande libreria in legno; accanto, un camino, sempre decorato da Vanessa, e altre librerie ancora. Poi un piccolo lavandino con uno specchio.

In quella stanza Virginia Woolf scriveva quando il suo studio in fondo al giardino, ricavato da un vecchio capanno degli attrezzi – ancora una stanza solo per lei – e circondato dal frutteto, da crochi e narcisi, era troppo freddo o lei non si sentiva particolarmente bene. Respirando il profumo della lavanda e della rosa rampicante “Princess Marie” fuori dalla finestra, appoggiava una tavola di legno sui bracci della poltrona, con un calamaio fissato sopra. Quando stava meglio, invece, attraversava il giardino:

«Camminando tra queste stanze, una dietro l’altra, in silenzio, come fossi a una messa che ho il terrore di interrompere, sento tutto, sento e vedo che spazio costruisce intorno a sé chi sa perfettamente di cosa ha bisogno per vivere».

Per Virginia Woolf la scrittura era la vita, come scriveva in una lettera che Liliana Rampello cita in Il canto del mondo reale: «è che mi piace la vita umana presa alla grande, con calore e avventura: cani, fiori, figli, case».

Virginia amava la solitudine quanto la compagnia. Leonard trascorreva ore in giardino: era lui ad averlo progettato e a occuparsene. Virginia ne godeva i benefici, ma non conosceva il nome dei fiori né le esigenze delle piante. Era Leonard a dedicare giorni interi d’inverno alla meticolosa potatura degli alberi da frutto, a concimare, piantare, pulire.

Quando i Woolf arrivarono a Monk’s House, il giardino era poco più di un orto tra le rovine di vecchi fabbricati. Nascosto dietro muri di selce e siepi di tasso, mezzo secolo dopo Leonard Woolf aveva creato uno spazio rigoglioso, un frutteto splendido e un orto ricchissimo. Virginia prendeva spesso in giro Leonard per il tempo che trascorreva tra i fiori: «È la tua amante», scherzava, gelosa del tempo sottratto a lei.

Con gli anni e le vendite dei romanzi di Virginia, riuscirono ad acquistare ulteriore terreno oltre il perimetro originario della casa, e il frutteto che vi crearono fu un’aggiunta fondamentale. Lo amavano perché era «il luogo perfetto per sedersi e parlare per ore», per la sua intensa bellezza primaverile quando gli alberi erano in fiore e i frutti si moltiplicavano generosi. Nei diari scriveva:

«…stiamo piantando a casaccio, ispirati dal linguaggio del venditore di sementi: dal fatto che crescano in altezza & mettano petali azzurro sgargiante. […] Mi piace sradicare tarassaco & senecio. Poi suona la campanella del tè & mentre io me ne sto seduta a meditare con la mia brava sigaretta, L. corre fuori come un bambino che ha ottenuto il permesso di uscire».

Ho immaginato per tutta la vita Virginia Woolf con forbici e cesoie, a pulire i fiori dalle graminacee, a gettare semi e a cercare angoli nel giardino per le sue nuove piante. Come ho sbagliato: «Dovresti venire a vedere il nostro giardino, che è la passione prediletta di Leonard. Come potrai immaginare, io non alzo mai un dito, ma passeggio all’ombra degli alberi, senza riuscire a ricordarne i nomi».

In questa casa dai soffitti bassi che avvolgono e proteggono, Virginia Woolf scriveva, accoglieva amici per giocare a bocce in giardino e conversare, cercava equilibrio nei periodi più difficili della sua salute. Una casa che le ha permesso di scrivere alcune delle sue opere più grandi e che l’ha vista incamminarsi per l’ultima volta verso il torrente Ouse, a pochi passi dal luogo in cui era stata felice.

venerdì 9 aprile 1937
«Simile felicità, ovunque la si incontri, merita compassione, poiché è certamente cieca». Sì, ma la mia felicità non è cieca. Questo è il punto d’arrivo, pensavo fra le tre e le quattro di stamattina, dei miei cinquantacinque anni. Giacevo sveglia, calma, pacificata, come se fossi passata dal mondo tumultuoso a un profondo e tranquillo spazio azzurro e lì esistessi a occhi aperti, al di là del male, agguerrita contro qualunque cosa possa accadere. Non avevo mai provato in vita mia questa sensazione, ma l’ho provata varie volte dall’estate scorsa. Fu allora che la conobbi per la prima volta, nel momento dello sconforto peggiore, come se uscissi, lasciando cadere un mantello, sdraiata sul letto a guardare le stelle, in quelle sere a Monk’s House».
(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 2019, minimum fax).

Se Monk’s House è il luogo della contemplazione e anche della solitudine necessaria alla scrittura, la casa di Vanessa a Charleston è invece il laboratorio di una vita condivisa, dove arte e relazioni si intrecciano continuamente. Nel 1916 Vanessa Bell con i figli Julian e Quentin e con il suo amante Duncan Grant – insieme a un altro amante di lui, David Garnett – si trasferirono in questa casa a pochi chilometri da Virginia. Fu proprio Virginia a suggerire alla sorella quella dimora scoperta durante una delle sue passeggiate nei dintorni di Firle. Qui per anni si incontrarono artisti, scrittori e pensatori tra i più radicali del XX secolo. Vanessa Bell ricorda così l’atmosfera dei primi incontri tra le pagine del suo La nostra Bloomsbury. Io, mia sorella Virginia e gli altri:

«È stato come se, non appena cominciò a esistere e a prender vita, la nostra innocentissima associazione avesse suscitato ostilità. […] Di certo mi ricordo che mi è stato domandato con curiosità da un gruppo di adulti e giovani durante una banale festicciola se davvero stavamo alzati fino alle ore piccole a chiacchierare con dei giovanotti. Di che cosa parlavamo? Di che cosa parlavamo? L’unica risposta onesta è: di qualunque cosa ci passasse per la testa. Naturalmente i giovanotti provenienti da Cambridge avevano la testa piena della «natura del bene».

Charleston divenne rifugio dalla leva obbligatoria durante la guerra: fingere che Duncan Grant e David Garnett lavorassero per Vanessa Bell in una sorta di società agricola era sufficiente perché lo Stato li esonerasse. Ma soprattutto fu un luogo in cui sperimentare una forma di famiglia nuova, svincolata dalla morale corrente: convivenze eccentriche, sodalizi artistici e sentimentali in cui il desiderio, la creatività e l’intelligenza non seguivano ruoli prestabiliti.

Vanessa amava Duncan, Duncan amava anche David Garnett. Clive Bell continuava a essere il marito di Vanessa, ma viveva comodamente a Londra, coltivando altre relazioni e interessi. E poi c’erano Roger Fry, John Maynard Keynes, E. M. Forster, Lytton Strachey: ciascuno con la propria stanza, tutti riuniti nello splendido salotto a conversare, dipingere, scrivere, ritrarsi a vicenda.

A Charleston la vita quotidiana diventava arte e la casa diventava una tela su cui sperimentare: pareti, porte, camini, mobili, tessuti venivano dipinti e decorati da Vanessa e Duncan, che trasformarono la casa in un’opera totale, creando uno stile completamente originale e spontaneo con motivi geometrici e floreali, colori intensi ispirati al post-impressionismo e decorazioni libere, oggetti e ceramiche artigianali.

Come scrive Angelica Garnett, la figlia di Vanessa Bell, nel libro sopra citato:

«La libertà che aveva scoperto nella vita si espresse in questo modo di dipingere. Non distrusse nulla, perché la sua sensibilità raggiunse una felice e spesso divertente conciliazione tra la propria fantasia personale e una tradizionale fattoria del Sussex. Charleston divenne ciò che è ancora oggi, la prova dello spirito creativo e dell’amore che lo hanno ispirato».

Ogni stanza è un incanto di colori, tappeti, quadri, specchi e bauli. Le decorazioni sono sulle pareti, sulle testate dei letti, sulle lampade, intorno ai camini. Fiori rossi, azzurri, rosa, lingue di colore verde e giallo, guizzi di nero, vasi marroni su fondo nero e tovaglie gialle. Cerchi arancioni, rosa, bianchi: pieni, puntinati, appena accennati… Vanessa e Duncan decoravano le stanze per i loro amici, appendevano quadri e fotografie, trasformando ogni ambiente in un luogo intimo e sorprendente.

Quando qualcosa scoloriva, qualcuno dipingeva sopra nuovi elementi decorativi. L’attuale tavolo da pranzo – una delicata ruota dipinta con tonalità di giallo intenso, grigio chiaro e verde – è una versione degli anni Cinquanta sopra un originale degli anni Venti.

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Duncan Grant dipinse due pannelli per Vanessa Bell nella stanza che oggi è la biblioteca ma che un tempo era la sua camera da letto: un gallo sopra la finestra per svegliarla e un levriero sotto per proteggerla mentre dormiva. In tutta la casa si colgono scorci del giardino, che è una fonte costante di ispirazione per dipinti e motivi decorativi. Nelle lettere e nei diari si trovano molti riferimenti all’influenza del giardino sul lavoro di chi abitava la casa.

I sedici cerchi gialli racchiusi in rettangoli neri con il bordo rosa sulle ante dell’armadio della meravigliosa stanza da letto di Vanessa Bell, affacciata con un’enorme porta finestra sul giardino, sono diventati il simbolo stesso di Charleston.

Sarebbero tantissime le cose da raccontare, descrivere, ma vorrei soffermarmi su un dettaglio che più di altri mi ha commosso: nella stanza di Roger Fry ci sono i raccoglitori decorati da lui che contengono tutta la corrispondenza del gruppo, tra cui spiccano le lettere tra Virginia e Vanessa (VW/VB) divise per anni. Questa meravigliosa corrispondenza di tutta una vita è diventata un volume (curato da Liliana Rampello e pubblicato da Il Saggiatore, Se vedi una luce danzare sull’acqua) che ho letto molti mesi fa e che mi ha accompagnata in viaggio, raccontandomi una relazione d’amore tra sorelle che è stata fondamentale per la vita di entrambe.

Non credo di riuscire a descrivere meglio di così una casa che, come nessun’altra prima, mi sembra racchiudere tutte le personalità che l’hanno abitata: i loro estrosi slanci e pensieri, il loro spirito anticonvenzionale, la libertà dei costumi, l’audacia, l’allegria e anche la disperazione. In questa casa Vanessa Bell ha costruito la sua idea di famiglia: qui lo spirito era libero, libero era l’amore, libero era il sesso, libera era l’arte, libera era, soprattutto, la possibilità di esprimersi.

Qui l’erotismo incontrava l’arte e l’arte restituiva alla vita la sua pienezza.

«Mi domando: cosa penserebbero quelli che immaginano una rarefatta atmosfera di arguzia, intelligenza, spirito critico, consapevole genialità e totale intolleranza dell’ordinaria banalità, di austere giovani donne per le quali era inconcepibile non parlare del tempo, o del cane di Adrian, Hans, che insisteva a divertire la compagnia spegnendo fiammiferi, o di un mucchio di altri comportamenti e discussioni infantili? Quando si dice che non esitavamo a parlare di qualsiasi cosa, bisogna intenderlo alla lettera. […] C’era poco imbarazzo, credo, in quei primi incontri, del resto la vita era eccitante, terribile e divertente e noi dovevamo esplorarla, contenti di poterlo fare così liberamente».

Con queste parole, Vanessa Bell ha vissuto e raccontato Bloomsbury e con questa stessa intensità Virginia Woolf ha attraversato il tempo per consegnarci i suoi capolavori e la sua straordinaria libertà.

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