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  • Venerdì 12 giugno 2026

Negli Stati Uniti giocano a calcio da prima di quanto si pensi

La prima federazione calcistica nacque nel 1884; negli anni vari campionati furono creati e fallirono, e in uno di questi giocò Pelé

di Valerio Moggia

Pelé durante la partita tra New York Cosmos e Washington Diplomats del 17 giugno 1975 (UPI/Bettmann Archive/Getty Images)
Pelé durante la partita tra New York Cosmos e Washington Diplomats del 17 giugno 1975 (UPI/Bettmann Archive/Getty Images)
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I Mondiali del 2026 sono ospitati da Canada, Messico e Stati Uniti, ma la maggior parte delle partite si terrà solo negli Stati Uniti, un paese che si ritiene non abbia una grande tradizione nel calcio. Oggi le cose sono un po’ cambiate, e nel novembre 2025 l’Economist segnalava che il calcio era diventato il terzo sport più seguito nel paese, superando il baseball.

È un traguardo storico, per uno sport che ha sempre faticato ad affermarsi, nonostante importanti investimenti e nonostante sia arrivato ben prima di quanto si direbbe. Gli storici sottolineano che uno sport molto simile era già diffuso tra i nativi prima che il calcio venisse ufficialmente codificato in Inghilterra attorno alla metà dell’Ottocento: se ne parla, ad esempio, nel libro Games of the North American Indians (“Giochi degli indiani nordamericani”) dell’etnografo Stewart Culin, pubblicato nel 1907 e inedito in Italia.

Il calcio, ovvero l’association football, arrivò in Canada e Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento dall’Inghilterra, diffondendosi tra gli studenti dei college statunitensi. Sempre dall’Inghilterra giunse, in quegli stessi anni, il termine alternativo soccer, che si affermò perché evitava confusioni con il più popolare american football. Quest’ultimo seguiva regole diverse e più simili a quelle utilizzate dalla scuola di Rugby (il rugby football, appunto).

Come raccontato dallo storico Brian D. Bunk nel suo From Football to Soccer (“Dal football al soccer”, pubblicato nel 2021 e inedito in Italia), in cui parla della prima diffusione del calcio negli Stati Uniti, la prima federazione calcistica (American Football Association, o AFA) nacque già nel 1884. Un anno dopo fu organizzato il primo torneo, l’American Cup, e nel 1894 gli Stati Uniti diventarono il terzo paese al mondo ad avere un campionato professionistico, dopo Inghilterra e Scozia, con l’American League of Professional Football (ALPF).

Inizia così una storia molto complicata, fatta di continui contrasti e difficoltà logistiche ed economiche. L’ALPF nacque in contrapposizione all’AFA, ostile al professionismo, e si trovò subito un’altra rivale, l’American Association of Professional Football (AAPF). Entrambi i campionati ebbero comunque vita breve, fermandosi dopo poche settimane a causa dei pochi tifosi e dei costi più alti del previsto.

Un allenamento della nazionale statunitense in vista dei Mondiali del 1934, assieme a una squadra universitaria della Pennsylvania (UPI/Bettmann Archive/Getty Images)

Nel 1904, durante i Giochi Olimpici di St. Louis, si tenne un torneo di calcio (sport che aveva debuttato ai Giochi quattro anni prima, a Londra) con la partecipazione di appena tre squadre: due in rappresentanza degli Stati Uniti e una del Canada, il Galt FC, che si aggiudicò l’oro.

La Prima guerra mondiale ebbe un ruolo determinante nel rendere popolare il calcio in Nord America, dato che molti soldati lo scoprirono in Europa. Nel 1921 nacque dunque l’American Soccer League (ASL), un nuovo campionato professionistico piuttosto ricco, capace di ingaggiare anche alcuni giocatori di buon livello dall’Europa. Ebbe un ottimo riscontro di pubblico, e favorì l’affermazione dei primi campioni locali: gli Stati Uniti riuscirono così a partecipare con discreto successo alle Olimpiadi del 1924 e del 1928, e alle prime due edizioni dei Mondiali, nel 1930 (dove arrivarono fino alle semifinali) e nel 1934.

L’ASL si sciolse però nel 1933, come conseguenza della crisi del 1929. Il calcio negli Stati Uniti tornò a essere uno sport dilettantistico, praticato soprattutto dagli immigrati europei e latinoamericani. Paradossalmente il più grande successo della Nazionale statunitense di calcio avvenne proprio in questo periodo, ma passò quasi del tutto inosservato nel paese: fu la clamorosa vittoria sull’Inghilterra ai Mondiali del 1950 in Brasile. Gli inglesi erano considerati i favoriti per la vittoria finale, ma quella sconfitta costò loro un’inaspettata eliminazione al primo turno (anche gli statunitensi, comunque, uscirono in quella fase, avendo perso contro Spagna e Cile).

Quella partita fu poco raccontata fino al 1996 quando, dopo il Mondiale di USA 1994, venne recuperata nel libro di Geoffrey Douglas The Game of Their Lives (La partita delle loro vite, inedito in Italia), da cui fu tratto un film del 2005 con Gerard Butler a interpretare il portiere statunitense Frank Borghi. Come molti componenti di quella squadra, Borghi proveniva da una famiglia di immigrati: in particolare, faceva parte della comunità italo-americana di St. Louis, che diede quattro giocatori a quella nazionale, tutti originari della zona di Cuggiono, in Lombardia. Un anno fa, a Cuggiono è stato dedicato loro un murale in un parco pubblico.

I capitani di Inghilterra e Stati Uniti, Billy Wright e Ed McIlvenny, prima di quella partita dei Mondiali, il 29 giugno del 1950 (Keystone/Getty Images)

Da quella partita del 1950 per rivedere gli Stati Uniti al Mondiale di calcio bisognò attendere altri quarant’anni, ma nel frattempo i tentativi di proporre il calcio come sport di primo piano non si interruppero. Nel 1967 vennero creati due campionati professionistici paralleli, uno dei quali si svolse in estate ingaggiando in blocco dodici club stranieri e spacciandoli per squadre locali: il Cagliari, per esempio, partecipò con il nome di Chicago Mustangs.

Alla fine del 1967 le due leghe si fusero, dando vita alla North American Soccer League (NASL), che però già due anni dopo era in crisi. Per sopravvivere vennero introdotte alcune novità nel regolamento, per “americanizzare” il gioco: l’orologio delle partite veniva fatto scorrere all’indietro, dal minuto 90 allo 0, mentre la vittoria assegnava 6 punti (invece di 2) più altri punti aggiuntivi in base ai gol segnati. Nel 1974 si stabilì anche che, in caso di pareggio, sarebbe stato deciso un vincitore tramite i calci di rigore.

Anche grazie al successo dei Mondiali del 1970 in Messico, il calcio crebbe di popolarità, e negli anni successivi aumentarono gli investimenti nei club locali. Il caso più importante è quello della Warner Communication, che possedeva i New York Cosmos e che ingaggiò stelle internazionali come Pelé, Franz Beckenbauer e Giorgio Chinaglia, seppur tutti a fine carriera.

La NASL ebbe un successo considerevole: la finale del campionato del 1978 portò circa 73mila spettatori al Giant Stadium di New York. Nonostante questo, non fu mai un campionato economicamente sostenibile né capace di valorizzare i giocatori locali. La Nazionale statunitense rimase molto marginale, e nel frattempo i club s’indebitarono: la crisi petrolifera della fine degli anni Settanta fece emergere i primi seri problemi e diede il via al collasso del campionato. Nel 1982, il CEO della lega, l’ex Segretario di stato Henry Kissinger, cercò di ottenere l’assegnazione agli Stati Uniti del Mondiale del 1986 dopo la clamorosa rinuncia della Colombia, nella speranza di salvare la NASL.

La candidatura statunitense fallì, il Mondiale venne assegnato nuovamente al Messico, e ancora una volta gli Stati Uniti si trovarono senza un campionato professionistico. La nazionale non riuscì neppure a qualificarsi a quei Mondiali, a cui invece partecipò per la prima volta il Canada. Nel frattempo stava prendendo piede il calcio femminile, nel quale a partire dai primi anni Novanta gli Stati Uniti si affermarono come la nazionale più forte al mondo e come il paese con il campionato più competitivo.

Franz Beckenbauer entra in campo prima di una partita tra New York Cosmos e Los Angeles Aztecs nel 1978 (Tony Duffy/Allsport/Hulton Archive/Getty Images)

Kissinger riuscì comunque a ottenere dalla FIFA i Mondiali maschili del 1994, ma in compenso la Federazione calcistica statunitense (USSF) dovette impegnarsi nella creazione di un nuovo campionato nazionale professionistico. Nonostante molte difficoltà, questo progetto vide finalmente la luce nel 1996 con il nome di Major League Soccer (MLS), tutt’oggi esistente. A differenza dei precedenti tentativi, venne stabilito un regolamento per salvaguardare gli equilibri finanziari: rose di massimo 18 giocatori, tetto salariale a 1,3 milioni di dollari (più o meno lo stipendio medio di un giocatore del campionato di baseball MLB), e stadi più piccoli o a capienza ridotta.

Da allora, seppur molto gradualmente, il calcio negli Stati Uniti ha continuato a svilupparsi, sia a livello di club che di nazionale. Nel 2022 per la prima volta una squadra statunitense, i Seattle Sounders, ha vinto la CONCACAF Champions Cup, il corrispettivo della Champions League nel Nord e Centro America. Gli Stati Uniti si sono poi qualificati a sei delle sette edizioni del Mondiale successive alla nascita della MLS, raggiungendo i quarti di finale nel 2002. Oggi nel campionato statunitense, nell’Inter Miami, gioca Lionel Messi, uno dei più forti calciatori della storia.

Un rigore segnato da Lionel Messi nella partita tra Inter Miami e FC Cincinnati lo scorso 23 novembre (Joe Robbins/ISI Photos via Getty Images)

Gli Stati Uniti giocheranno la loro prima partita di questi Mondiali alle 3 di notte (ora italiana) tra venerdì e sabato, a Los Angeles, contro il Paraguay. Ne parleremo la mattina dopo sul nostro liveblog e sulla newsletter Post Partita.