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  • giovedì 27 giugno 2019

Le americane nel calcio hanno una grande storia

La storia della fortissima nazionale femminile statunitense, di come sia riuscita a superare gli uomini e si sia opposta a indifferenza e discriminazioni, vincendo sempre

Carli Lloyd, Megan Rapinoe, Samantha Mewis e Mallory Pugh della nazionale femminile statunitense ai Mondiali in Francia (Robert Reiners/Getty Images)

Domenica 7 luglio al Parco OL di Lione gli Stati Uniti giocheranno la loro terza finale consecutiva dei Mondiali di calcio femminili, dove potranno difendere il titolo vinto in Canada nel 2015. L’avversaria sarà una nazionale europea, l’Olanda.

In Europa la tradizione calcistica femminile, pur essendosi diffusa in anticipo sulla scia del movimento maschile, ha vissuto una crescita costante e lineare, senza tanti episodi eclatanti. Negli Stati Uniti, invece, il calcio femminile è stato un fenomeno unico nel suo genere, e lo rimane tuttora: si è formato da solo, ha vinto tanto, si è battuto numerose volte per il riconoscimento dei suoi diritti e continua ad essere un modello per l’emancipazione femminile nel mondo dello sport.

Le origini europee del calcio femminile

In Europa si hanno tracce di squadre di calcio femminili già nella prima metà del Novecento. Fu però negli anni Settanta che le donne iniziarono a formare le loro prime vere squadre amatoriali: accadde perché fino ad allora gli statuti di alcune delle più grandi federazioni calcistiche al mondo escludevano espressamente le donne dal calcio. Potevano giocare, certo, ma solo fra di loro e senza godere né del riconoscimento ufficiale né di alcun sostegno esterno.

In Inghilterra le donne rimasero a tutti gli effetti escluse dalla federazione nazionale fino al 1971, mentre in Brasile dovettero aspettare fino al 1979 prima di essere riconosciute. La federazione tedesca prese in considerazione il calcio femminile prima delle altre, nel 1970, quando iniziò a interessarsi al movimento, imponendo però partite di 60 minuti e l’utilizzo di un pallone più leggero. Nonostante queste regole si siano rivelate controproducenti e siano state successivamente abbandonate, l’interessamento della federazione fu cruciale per lo sviluppo del movimento femminile tedesco, oggi uno dei più solidi e competitivi al mondo (la Germania è l’unico paese europeo ad aver vinto due edizioni dei Mondiali, e i suoi club detengono il record di vittorie in Champions League).

(Potter/Express/Getty Images)

Anche nei paesi scandinavi il calcio femminile venne riconosciuto con una certa rapidità, e oggi è di conseguenza fra i più evoluti. Lo stesso sarebbe potuto succedere in Italia, dove già negli anni Trenta vennero organizzate partite femminili. Gli esperimenti continuarono poi nei decenni successivi, da Trieste a Napoli. Nel 1965 l’Inter del presidente Angelo Moratti fu la prima grande squadra del campionato a organizzare una sua squadra femminile. Nonostante questo, nei primi anni Settanta l’associazione nata dai club femminili fondati nel frattempo chiese il riconoscimento da parte della FIGC, la quale, tramite una commissione di studio appositamente creata, diede parere negativo: si dovette aspettare fino al 1986 prima del riconoscimento federale, un ritardo poco giustificabile che ne ha inevitabilmente frenato lo sviluppo.

La versione americana

Negli Stati Uniti la svolta per il calcio femminile avvenne prima che in tanti altri posti, e prima che il calcio stesso potesse iniziare a trarne benefici: avvenne soprattutto nel modo più efficace, cioè attraverso la legge. Nel 1972, sotto l’allora amministrazione di Richard Nixon, fu infatti promossa e approvata una vasta riforma del sistema educativo nazionale. Il nono titolo di quella riforma recitava: «Nessuna persona negli Stati Uniti d’America deve, sulla base del sesso, essere esclusa dalla partecipazione, o subire discriminazioni, in ciascuno dei programmi o delle attività che ricevono finanziamenti federali». Nel nono titolo della riforma non appariva nessun riferimento diretto allo sport o alle atlete, ma solo a programmi e attività gestiti con fondi federali, cioè la grande maggioranza delle attività sportive liceali e universitarie.

La sua promotrice, la democratica Edith Green, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Oregon, lo fece con un obiettivo ben preciso. Volle mantenere il titolo così vago e sottile in modo che i suoi colleghi al Congresso non ci prestassero particolare attenzione. Secondo alcune fonti dell’epoca, raccolte nel libro The National Team di Caitlin Murray, Green ne vietò anche la promozione tramite attività lobbistica, dato che questa avrebbe potuto generare domande e interesse che avrebbero potuto intralciare l’approvazione. In questo modo il nono titolo entrò in vigore con il resto della riforma senza proclami: negli anni successivi lo sport studentesco statunitense dovette garantire alle donne l’accesso alle attività sportive praticate dagli uomini, qualora ce ne fosse stata domanda.

Grazie alla riforma, a partire dagli anni Ottanta, il successo della nazionale femminile avvicinò al calcio milioni di studentesse in tutto il paese, le quali poterono successivamente accedere facilmente alla disciplina grazie alle attività offerte dai loro istituti e finanziate dallo stato.

USWNT

Negli anni Ottanta si contavano una decina di squadre femminili regionali. Esisteva anche una sorta di squadra nazionale, e la prima vera competizione alla quale partecipò fu il National Sports Festival di Baton Rouge, in Louisiana, un torneo amatoriale multidisciplinare organizzato nell’estate del 1985. Per l’occasione la federazione americana incaricò Mike Ryan, operaio metallurgico che allenava una delle squadre regionali esistenti, di selezionare le migliori diciassette giocatrici del paese, le quali poi avrebbero partecipato anche a un torneo internazionale in programma in Italia qualche settimana dopo, il Mundialito. Fu così che nell’agosto dello stesso anno, allo stadio Armando Picchi di Jesolo, località balneare della provincia veneziana, la US Women’s National Team (ora spesso abbreviata in USWNT) disputò la prima partita ufficiale della sua storia.

L’impatto con le squadre europee fu complicato, dato che le giocatrici americane non avevano mai affrontato avversarie straniere e nemmeno partite con qualcosa in palio. Al Mundialito di Jesolo persero tre incontri su quattro. Ma la cosa più importante fu il punto che quel torneo in Italia segnò per lo sviluppo del calcio statunitense. Nel 1991 infatti la FIFA organizzò in Cina il suo primo Mondiale femminile, una sorta di esperimento aperto a dodici squadre con partite di durata inferiore ai tradizionali 90 minuti. Gli Stati Uniti, dopo aver rafforzato la loro struttura organizzativa, vinsero il torneo nell’indifferenza del loro paese, dato che le partite non furono trasmesse per televisione e le notizie furono rare. In quella squadra giocavano tuttavia Michelle Akers e Mia Hamm, destinate a diventare fra le più grandi calciatrici americane di sempre, nonché le prime due ad ottenere dei contratti di sponsorizzazione: Akers con Reebok, Hamm con Nike.

La vittoria del primo Mondiale in Cina migliorò le condizioni delle giocatrici, in quanto non professioniste e quindi prive di stipendi e altre garanzie, come lo sono ancora oggi. Iniziarono a ricevere i primi bonus e, come nel caso di Akers e Hamm, i primi contratti con aziende private. Ma dovettero comunque scontrarsi continuamente con i dirigenti della federazione per migliorare le loro condizioni: le partite infatti aumentavano, gli impegni anche, ma a questo non corrispondeva un adeguato aumento dei compensi. Alcune giocatrici diventate mamme o in difficoltà economiche furono costrette a lasciare la squadra per un impiego fisso. Questi scontri con la federazione portarono a scioperi e al boicottaggio di eventi, peraltro su consiglio dalla tennista Billie Jean King, entrata in contatto con le giocatrici durante alcuni eventi promozionali organizzati dallo sponsor Reebok.

Pasadena, 10 luglio 1999

La svolta per il calcio femminile nordamericano avvenne grazie ai Mondiali organizzati in casa nel 1999, quattro anni dopo quelli maschili, considerati invece un’occasione persa. Nel 1999 la nazionale statunitense si presentò da favorita. Con i risultati ottenuti negli anni precedenti e la popolarità raggiunta da alcune sue calciatrici, la squadra aveva iniziato anche ad attrarre pubblico e interesse, anche se nessuno, nemmeno le calciatrici, si aspettava l’enorme successo di quella manifestazione.

I Mondiali iniziarono al Giants Stadium, nel New Jersey, dove 78.972 persone assistettero alla partita inaugurale tra Stati Uniti e Danimarca. Gli altri incontri si giocarono nei più grandi stadi del paese e non attirarono mai meno di 16.000 spettatori. La finale al Rose Bowl di Pasadena tra Stati Uniti e Cina divenne l’evento più seguito nella storia del calcio femminile con 90.185 spettatori.

In quella finale, oltre alla vittoria che fece tracimare l’interesse verso il calcio femminile, un episodio in particolare fu estremamente significativo. La partita si decise ai calci di rigore, l’ultimo dei quali fu calciato da Brandi Chastain. Lo segnò e gli Stati Uniti vinsero: fra l’esultanza di uno stadio intero riempito da oltre 90.000 tifosi americani, Chastain si tolse la maglietta e si inginocchiò urlando davanti alla porta in reggiseno e pantaloncini.

(Jed Jacobsohn/Getty Images)

Il giorno seguente diversi articoli di giornale giudicarono la sua esultanza inappropriata, ma era la stessa identica esultanza diffusa tra gli uomini, solo che in questo caso c’era un reggiseno di mezzo. La vittoria alla fine prevalse su tutto e Chastain divenne atleta ambasciatrice di Nike, dato che il reggiseno che indossava era un prototipo sportivo sviluppato dall’azienda di Portland, ora leader nel settore.

La ricerca della parità

In termini di successi e visibilità, dai Mondiali del 1999 il calcio femminile statunitense ha superato ampiamente quello maschile. Negli ultimi vent’anni le donne hanno sempre concluso i Mondiali fra le prime tre posizioni, riuscendo a tornare alla vittoria nel 2015. In attesa dei dati definitivi sull’edizione in corso in Francia, quella disputata in Canada nel 2015 rimane peraltro la dimostrazione più evidente della popolarità raggiunta dal calcio femminile in Nord America. La FIFA contò 1.353.506 spettatori complessivi — contro i circa 660.000 del 1999 — e nell’organizzazione furono spesi oltre 200 milioni di dollari, circa dieci volte di più di vent’anni prima.

Secondo l’ultimo rapporto finanziario presentato dalla U.S. Soccer, negli ultimi tre anni la nazionale femminile ha generato più entrate di quella maschile. Dal 2016 al 2018 le attività femminili hanno generato 50,8 milioni di dollari, perlopiù provenienti dalla vendita dei biglietti per le partite, contro i 49,9 milioni generati dalla nazionale maschile. Soltanto nel 2016, anno immediatamente successivo alla vittoria dei Mondiali, la USWNT ha generato 1,9 milioni di dollari di entrate in più degli uomini.

(Getty Images)

Come vent’anni fa, le giocatrici statunitensi continuano a portare avanti le richieste di tutta la categoria femminile, la quale ora ambisce più di ogni altra cosa al riconoscimento dello status professionistico. Questa richiesta, tuttavia, deve coincidere con il raggiungimento di una sostenibilità economica diffusa tra squadre e campionati. Il professionismo infatti creerebbe una vera e propria professione, e di conseguenza presenterebbe più costi da sostenere. È per questo motivo che dal successo dei Mondiali e dei campionati nazionali passa inevitabilmente il futuro del calcio femminile.

In assenza di un sistema professionistico, le calciatrici hanno bisogno di varie forme di sostegno alternativo. A questo proposito, a soli tre mesi dall’inizio dei Mondiali in Francia, tutte le calciatrici della nazionale statunitense hanno presentato una causa per discriminazione di genere nei confronti della loro federazione. Accusano i dirigenti federali di “discriminazione di genere istituzionalizzata” per il diverso trattamento ricevuto nel corso degli anni rispetto ai giocatori della nazionale maschile. Nello specifico hanno denunciato compensi e premi esageratamente inferiori, scarsità di strutture e risorse per allenamenti e cure mediche, oltre a una minor promozione su base nazionale. Hanno inoltre invitato anche le ex calciatrici a chiedere rimborsi per i loro mancati compensi del passato.

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