Trump dice di amare l’inflazione, e l’inflazione lo ricambia
Negli Stati Uniti i prezzi sono tornati ad aumentare come non facevano da tre anni, ed è in gran parte colpa del presidente

«Io amo l’inflazione», ha detto Donald Trump mercoledì alla Casa Bianca quando gli hanno chiesto di commentare i nuovi dati sull’aumento dei prezzi, che negli Stati Uniti sono tornati ai massimi da tre anni. Trump non si riferiva all’inflazione di per sé – i prezzi alti non piacciono a nessuno – ma al fatto che i numeri sarebbero meno peggio del previsto: «Mi piace, i numeri sono ottimi», aveva detto poco prima.
Non è proprio così. A maggio l’inflazione negli Stati Uniti è aumentata dello 0,5 per cento rispetto al mese precedente e del 4,2 per cento rispetto a maggio 2025. È il dato annuale più alto dall’aprile del 2023, quando il paese stava uscendo dalla più recente crisi inflazionistica.
Inoltre questo mese per la prima volta ancora dal 2023 l’inflazione (dunque il prezzo generalizzato dei beni e dei servizi) è aumentata più dei salari. Significa che con gli stessi soldi i cittadini statunitensi possono comprare meno cose, ed è stato calcolato che il loro potere d’acquisto è tornato ai livelli dell’inizio del 2025, quando Trump aveva appena cominciato il secondo mandato da presidente. Sono tutti dati decisamente negativi.
I prezzi aumentati di più sono quasi esclusivamente quelli dell’energia. I carburanti sono aumentati del 40,5 per cento, i biglietti aerei del 26,5 per cento, il prezzo dell’elettricità del 5,9 per cento, e così via. Questo significa che le ragioni principali dell’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti sono la guerra in Medio Oriente e la crisi energetica provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz. (Negli Stati Uniti in realtà sono in corso anche altri eventi inflazionistici minori, come i dazi ai commerci e l’aumento eccezionale delle spese per la costruzione di data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale, ma nessuno ha il peso della crisi energetica).
Questa è al tempo stesso una buona e una cattiva notizia per Trump. È una buona notizia perché se gli aumenti dei prezzi sono limitati al settore energetico, significa che l’inflazione non ha ancora contagiato tutti gli altri settori dell’economia. In effetti, se si guarda il dato dell’inflazione cosiddetta core, quello che si ottiene escludendo i prezzi più volatili di energia e cibo, l’aumento di maggio è molto più limitato: 0,2 per cento su base mensile e 2,9 su base annuale. Il dato core è quello usato dagli economisti per capire i movimenti più profondi dell’inflazione, e il fatto che sia basso mostra che l’inflazione non è ancora andata fuori controllo, e che gli Stati Uniti non si trovano in una spirale inflazionistica pesante.
Di conseguenza, siccome l’inflazione è limitata al settore energetico, se la guerra e la crisi energetica finissero i prezzi potrebbero riabbassarsi anche rapidamente. È quello che ha detto Trump mercoledì: «Quando (la guerra) sarà finita, vedrete che i prezzi del petrolio torneranno al livello di prima. Andrà giù come un sasso».
Ci sono due problemi: il primo è che la guerra non è ancora finita, e i negoziati al momento non sembrano a buon punto. Il secondo è che a parere di tutti gli analisti anche in caso di riapertura immediata dello stretto di Hormuz serviranno mesi prima che la situazione torni alla normalità, e nel frattempo i prezzi dell’energia rimarranno alti. Questo significa che magari l’inflazione non andrà fuori controllo, ma che comunque non tornerà a livelli confortevoli ancora per parecchio tempo.
C’è poi un’ulteriore brutta notizia di natura politica. Poiché l’aumento dell’inflazione è dovuto quasi tutto alla crisi energetica, di fatto si può dire che l’inflazione sia stata provocata direttamente da Trump, che ha iniziato la guerra contro l’Iran innescando la crisi. Questo è particolarmente pesante per un presidente che nel 2024 aveva fatto campagna elettorale contro l’inflazione e promettendo prezzi più bassi. Gli elettori americani ne sono consapevoli, e i sondaggi mostrano che la popolarità di Trump è in grosso calo: il 63 per cento degli statunitensi disapprova il suo operato in economia.
Da tempo ormai alcuni attivisti incollano alle pompe di benzina degli adesivi di Trump che indica il prezzo (alto) e dice: «Questo l’ho fatto io». Durante la precedente crisi inflazionistica, tra il 2021 e il 2023, veniva fatta la stessa cosa con il suo predecessore Joe Biden. Con Biden, però, l’aumento dell’inflazione era solo parzialmente imputabile all’azione del governo. Con Trump invece il collegamento è molto più diretto: quest’inflazione è provocata da lui.
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(Alex Wroblewski/Bloomberg)



