I ritardi nello scrutinio in Perù non sono un caso
Tre giorni dopo il ballottaggio delle presidenziali i due candidati sono testa a testa e lo spoglio procede a rilento: ci sono dei motivi

Il secondo turno delle elezioni presidenziali in Perù si è tenuto domenica 7 giugno, ma la commissione elettorale peruviana ha detto di prevedere che l’annuncio definitivo dei risultati ci sarà solo a metà luglio. La differenza fra i due candidati, Roberto Sánchez di sinistra e Keiko Fujimori di destra, è minima: il primo è in vantaggio di 25mila voti, attorno allo 0,1 per cento, e quindi è ancora impossibile fare previsioni affidabili.
La lentezza nello spoglio ha a che fare principalmente con i ricorsi contro presunte irregolarità nello scrutinio, su cui decide un organo apposito, la Commissione elettorale speciale: il fatto è che i ricorsi sono molto frequenti, e in una situazione di sostanziale parità un riconteggio anche in poche sezioni può influenzare il risultato. I ritardi però sono legati anche ad alcune caratteristiche del sistema elettorale e alla geografia del Perù, che hanno causato lungaggini anche al primo turno, fra aprile e maggio. Partiamo da qui.
Il Perù è un paese vasto (è grande il quadruplo dell’Italia) e le regioni montuose sulle Ande o nella foresta amazzonica sono meno collegate, di conseguenza la certificazione dei risultati dei seggi distribuiti lì è più lenta. Sono peraltro zone in cui Sánchez è più forte, ed è stato per questo che, dopo un primo momento in cui era stata avanti Fujimori, è poi passato in vantaggio lui.
Poco dopo la chiusura dei seggi con lo spoglio si era arrivati a circa il 90 per cento dei voti: a quel punto però il conteggio ha iniziato a procedere con estrema lentezza, e al momento, tre giorni dopo, è attorno al 97 per cento. Il sito dell’Ufficio del processo elettorale indica che le sezioni non ancora scrutinate sono l’1,285 per cento del totale, mentre le schede dell’1,703 per cento delle sezioni devono ancora essere inviate alla Commissione elettorale speciale.
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Un altro fattore di ritardo è legato alle schede provenienti dall’estero, che dovrebbero arrivare nella serata di mercoledì. I recenti cambiamenti elettorali in Perù hanno modificato il modo in cui vengono contati questi voti. Prima bastava che i consolati e le ambasciate all’estero inviassero il risultato dello scrutinio: ora invece devono inviare materialmente tutte le schede, che vengono conteggiate in Perù, cosa che aumenta di molto la mole di documentazione da spostare.
Con circa il 50 per cento dei voti delle sezioni estere scrutinati Fujimori è in netto vantaggio (ne ha ricevuti 107mila, contro i 62mila di Sánchez), ed è possibile che l’altra metà le permetta di recuperare la distanza accumulata nei voti espressi in Perù.
Un altro fattore che potrebbe aiutare Fujimori nei prossimi giorni è la distribuzione geografica dei ricorsi: sono concentrati nella capitale Lima, che tradizionalmente vota a destra. A Lima Fujimori è avanti con il 64 per cento, e qui le sezioni in cui è stato fatto ricorso sono il 3,3 per cento. Una volta conteggiati i voti, Fujimori potrebbe insomma recuperare anche qui in tutto o in parte lo svantaggio su Sánchez. Per ogni sezione in cui viene presentato un ricorso la certificazione dei risultati richiede solitamente tre giorni di lavoro.
Negli ultimi tempi in Perù è stato notato come i partiti tendano a fare sistematicamente ricorso in ogni caso possibile. Dipende anche dalla forte polarizzazione della politica del paese, come mostra il fatto che anche alle presidenziali del 2021 la distanza fra i due candidati era minima: alla fine vinse Pedro Castillo, di cui Sánchez si è presentato come erede politico, prendendo il 50,13 per cento dei voti e superando sempre Fujimori. I partiti presentano ricorsi non appena si rileva la minima irregolarità, come piccoli errori nella compilazione o imperfezioni nel modo in cui sono stampate le schede, perché anche una manciata di voti in più potrebbe fare la differenza.
Visto il clima di sfiducia generalizzata della popolazione nei confronti delle istituzioni, che negli ultimi anni ha portato alla rimozione di un presidente dopo l’altro, il riesame meticoloso di tutte le sezioni in cui viene presentato un ricorso è considerato l’unico modo per dare legittimità al voto.
I ritardi nella certificazione del risultato si erano visti anche nel primo turno delle presidenziali dello scorso 12 aprile: in quel caso ci era voluto più di un mese per capire chi sarebbe andato al ballottaggio oltre a Fujimori, la candidata più votata. La situazione era però diversa, dato che i candidati erano 35 e oltre che per le presidenziali si votava anche per eleggere i senatori, i deputati, e i delegati peruviani per il Parlamento andino, un organo internazionale di cui fanno parte anche Bolivia, Cile, Colombia ed Ecuador.
Il giorno del voto inoltre c’erano stati ritardi nella consegna delle schede elettorali e dei materiali per il voto nei seggi, soprattutto a Lima, cosa che aveva causato ritardi nell’inizio delle votazioni e che aveva portato a posticipare l’orario di chiusura. Anche in quel caso c’erano stati molti ricorsi, concentrati in particolare a Lima. Alla fine Sánchez era risultato il secondo candidato più votato, con circa 20mila voti in più del terzo: Rafael López Aliaga, il sindaco della capitale, di estrema destra.
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