Diciamocelo, invidiare è giusto

«Durante una festa in un appartamento affacciato sui canali di Copenaghen, conobbi una ragazza. Era messicana. Si chiamava Ximena. La nostra amicizia si fondò da subito su un leggero squilibrio. Mentre diventavamo inseparabili io presi a voler diventare lei»

Londra (Richard Baker/In Pictures Ltd./Corbis via Getty Images)
Londra (Richard Baker/In Pictures Ltd./Corbis via Getty Images)
Laura Mancini
Laura Mancini

Lavora come ricercatrice concettuale per Maison Valentino. Ha scritto di cultura per Repubblica Roma e diversi suoi racconti sono apparsi online, su Nazione indiana e Snaporaz. Ha pubblicato un romanzo (Niente per lei, e/o 2020) e il suo secondo lavoro uscirà per TerraRossa nel 2027.

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Nel gennaio del 2007 atterravo in Danimarca, dopo un primo anno di università illuminante chiuso da un improvviso schianto sulla monotonia. Ai corsi di critica, linguistica e storia contemporanea erano seguiti gli istituti di questo e di quello, utili ad accumulare crediti ma mica tanto ad arginare il calo della libido accademica. Neanche il parterre studentesco era dei più esaltanti, tra una lezione e l’altra ciondolavo scribacchiando con aria torva su un quaderno nell’attesa di una baraonda esistenziale. Che si palesò nella forma dell’Erasmus.

Durante una festa in un appartamento affacciato sui canali di Copenaghen, mentre facevo la fila per il bagno, venni interpellata da una ragazza. Era messicana, abitava in quella casa, avendomi sentita parlare le era venuta voglia di presentarsi, conosceva l’italiano perché le piaceva la musica. Si chiamava Ximena.

Nel suo ultimo spassoso romanzo Invidia, Muriel Spark esplora il rapporto patologico tra Rowland, insegnante di scrittura creativa e aspirante romanziere, e il suo studente più brillante, Chris, che sta scrivendo un romanzo con grande scioltezza e risultati così stupefacenti da suscitare nel maestro (mentore al contrario) un senso di invidia profonda, tanto opprimente da “soffocarlo” e indurlo a scoraggiare il ragazzo. L’origine dell’invidia è la stima, ma il sentimento si deteriora in atroce forma maniacale. Eppure nell’evoluzione della storia è lo stesso invidiato ad ammettere: «Ho bisogno della sua invidia. Della sua invidia divorante. Non riesco a lavorare senza». Il gioco di perversa co-dipendenza sfocia in un esito dall’effetto grottesco magistrale. Uh, mi sono detta leggendo, come li capisco.

Ximena era una studentessa di filosofia venuta da Città del Messico a esplorare l’Europa in tempi vaghi. Il suo itinerario non escludeva una deviazione africana. Indossava guanti spaiati e lunghi abiti neri di nylon, leggeva Heidegger in tedesco e romanzoni vittoriani presi in prestito dalla biblioteca, rubava il cibo della mensa e ogni mattino modificava la data della tessera giornaliera dei mezzi pubblici cancellandola con l’acetone, ascoltava metal e canti gregoriani, conosceva le sale off, i locali underground, le gallerie d’arte, i festival, le bettole, si intrufolava alle cerimonie per scroccare cene eleganti, si faceva pagare da un istituto di ricerca per fare esercizi di logica, fumava sigarette di tabacco e beveva whisky da una fiaschetta, custodiva dentro piccole scatoline intarsiate, nella valigia mai svuotata del tutto, una collezione di cucchiaini d’argento e cioccolatini a forma di lettere dell’alfabeto. Stava scrivendo un romanzo. La nostra amicizia, sbocciata all’età in cui si agisce d’impulso senza calibrare ogni passo, si fondò da subito su un leggero squilibrio. Mentre diventavamo inseparabili io presi a voler diventare lei.

In una delle pagine più drammatiche di Un letto di tenebre, il primo portentoso romanzo di William Styron, Peyton, la figlia suicida, reagisce con improvvisa lucidità al biasimo della madre che le imputa la rovina della famiglia, accusandola a sua volta di odiarla perché, indovina un po’, è invidiosa di lei, della sua freschezza, della sua libertà. In questo caso l’invidia è il motore di una perfidia diabolica, esercitata addirittura da una madre ai danni della figlia.

Insomma, qualunque sia l’esito, comico (Spark) o drammatico (Styron), l’invidia è una macchia: chi la prova dovrebbe vergognarsene. Eppure è un’emozione comune, inutile girarci intorno, di più: la sua spinta può rivelarsi benefica, se non salvifica.

L’emulazione di un modello spesso passa per gesti ridicoli, come il mio intabarrarmi in abitoni neri da mormone incompatibili con la bicicletta e fumare tabacco a nastro continuo all’ombra di Ximena, ma può interessare aspetti più intimi e di lungo raggio, come la scelta di dare valore sacrale a un testo, appresa da lei che nascondeva il cellulare in un cassetto e metteva i tappi alle orecchie quando voleva concentrarsi sullo studio. Nel processo imitativo alcuni tentativi falliranno, altri saranno un bottino inestimabile. Nel mio caso: non sono riuscita a diventare una persona notturna come Ximena, mi addormentavo sui divanetti degli squat confusa tra i cappotti, ma ho appreso alla perfezione l’arte di riconoscere il fascino della gente apparentemente più distante da me e a lasciarmi andare al caso della conversazione su strada per trarne vere e proprie pepite d’oro.

Sì, ma perché invidiavo la mia amica? Qual era il territorio comparativo che mi spingeva a sentirmi inferiore a lei e desiderosa di raggiungere la sua condizione? Incredibile, ma all’epoca non lo sapevo neanche io. Oggi con la saggezza di una che dice «So Ham» ma anche «Grazie, invidia» capisco che si può credere di invidiare una persona per un motivo e invece averne di altri. Pensavo fosse il romanzo che Ximena stava scrivendo a ossessionarmi, o la sua impressionante competenza filosofica, o il suo gusto, la sua collezione di oggettini gotici, i suoi segreti crepuscolari, il suo mistero felino. Ma ora intendo che il punto era ben più ampio e riguardava il suo stile di vita, la sua visione del mondo.

Un letto di tenebre uscì nel 1951. William Styron dichiarò che a spingerlo a chiudere il libro prima di compiere ventisei anni era stato il paragone anagrafico con un suo talentuoso coetaneo che aveva pubblicato un romanzo a ventitré anni. Il coetaneo era Truman Capote, il libro Altre voci altre stanze. Era stata l’invidia a dare a Styron la forza e l’audacia necessarie a comporre il suo primo grande lavoro. Forse non la migliore delle motivazioni, ma certo uno dei migliori romanzi che io abbia mai letto.

Appena tornai dall’Erasmus, mentre Ximena proseguiva il suo viaggio euro-africano, prendemmo a scriverci lettere corredate di fiori essiccati, flyer, adesivi, cartoline pornografiche e ritagli di giornale. Andavo in giro per Roma in bicicletta portando con me un cuscino, un thermos di caffè, un libro dalle pagine ingiallite, un coltellino, oltre al solito quaderno e alla solita stilografica. Le amiche ridevano della mia posa danese, ma solo quando Ximena venne a trovarmi prima del definitivo ritorno in Messico si accorsero di quale fosse la mia reale fonte di ispirazione.

Nel film Reprise di Joachim Trier, Philip ed Erik ambiscono a diventare scrittori. Le loro sorti avverse e parallele li vedono riuscire e fallire in modo asincrono e paradossale fino a un esito né glorioso né pietoso che rivela la vacuità e, al contempo, la validità del tutto: i due si saranno anche invidiati, osteggiati, sostenuti, scannati, ma sono rimasti sé stessi interpretando la migliore versione possibile della propria vicenda. Dall’iniziale scintilla dell’invio di un manoscritto allo stesso editore, con la riuscita dell’uno e l’insuccesso dell’altro, è scaturito tutto il resto, l’altalena di cui la vita è fatta.

Come per i protagonisti del film, l’alleanza tra Ximena e me non è mai venuta meno. Ci siamo riviste a Città del Messico, qualche anno dopo l’Erasmus. Mi ha portata a visitare le piramidi dove recentemente un tizio ha sparato sulla folla, la città universitaria, il museo di archeologia, i bar. Eravamo sempre noi, alleate, empatiche, e lei era ancora una creatura magnetica proveniente dalla Luna. Apriva la porta ai gatti perché dall’ottavo piano scendessero in strada a divertirsi e li richiamava con un fischio perché risalissero, preparava tamales e cioccolata calda, leggeva fino a notte fonda e cantava, sognava, se ne fregava di tutto ciò che trovava inutile. Ho conosciuto i suoi amici e amanti, la sua famiglia, e ho cercato, senza trovarla, la puntura dell’invidia. Che cosa era successo a quel sentimento di fastidiosa eccitazione? Dov’era il suo turbo velenoso e imitativo che mi avrebbe rimesso in moto? Ne avevo bisogno, ma non lo trovavo.

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Il nostro ultimo appuntamento risale a dieci anni fa, a Venezia: partecipava alla curatela del padiglione del Messico alla Biennale d’Arte. Aveva i capelli corti, abiti sobri e un sorriso obliquo, custodiva lo stesso mistero di sempre. Mi parve ancora fedele alla sua idea di vita, solo, come me, meno giovane, più consapevole e, se non amareggiata, certamente più cinica e avveduta. Non credeva più a tutti i suoi sogni né nutriva la stessa disperazione autodistruttiva di un tempo. Io avevo iniziato a trascrivere alcune registrazioni su cui pensavo di basare un romanzo ambientato a Roma a metà Novecento, era un progetto intimo a cui affidavo, sbagliando, il passaggio da un banalissimo prima a uno strabiliante dopo.

E il dopo non è stato strabiliante. Complesso sì, e per certi versi imprevedibile, a tratti meraviglioso, ma per nulla segnato da un singolo evento, figuriamoci da un singolo libro. Ximena ed io non ci siamo mai perse nonostante la distanza intercontinentale. Lei ha continuato a partecipare a bandi e concorsi, a volte superandoli a volte no, ha fatto di tutto, è stata ovunque, in questo momento la aspetto in Italia, dove ha vinto l’ennesima borsa di dottorato in filosofia antica. Io dopo un esordio letterario pendulo ho accettato una specie di sospensione, sono stata nelle cose dicendomi che in fondo «So Ham», come dicono gli induisti, ho tribolato, abbandonato, riscritto e ora sto per rinascere. Ho confermato la mia ximeniana indipendenza dalla convenzione sociale, ma spesso sono venuta meno al patto per via del lavoro, del ruolo di madre, delle infinite pressioni. È grave? Non saprei. Mi domando che cosa sia rimasto, della sfida che l’invidia giovanile mi ha lanciato. E se chi ha letto quest’articolo vi abbia riconosciuto un aneddoto, un ricordo, una parte di sé che finora ha nascosto.

Ciò che Ximena aveva e a me mancava era la libertà di fare ciò che voleva ogni istante senza permettere a niente e a nessuno di limitare le sue azioni, il suo sentire del momento. Con un’espressione che sta bene su tutto: l’hic et nunc. A ventun anni mi credevo tanto ribelle e riflessiva, ma in realtà avevo interiorizzato mille inutili regole provenienti dalla famiglia, dalla società e dall’idea di immagine pubblica di cui ero già schiava. Mi sono alleggerita di tutto questo giusto in tempo, e solo perché ho saputo invidiare, invidiare alla cieca.

Alla fine diciamocelo: l’invidia è un mostro ma soprattutto una maestra. Ciò che ha attivato nel mio percorso individuale, ciò che può donare a chiunque sappia esercitarla mondandone l’aspetto più malefico e ossessivo è il desiderio, l’iniziativa decisiva. A vent’anni potevo forse contare su una base letteraria dignitosa e qualche intuizione carina, ma non avrei mai compreso come volevo vivere davvero se la personalità di Ximena non avesse illuminato le mie ambiguità e ingenuità. Non sarei mai migrata dalla condizione di uccellino a quella di rara avis, come lei mi ha inconsapevolmente insegnato. E Ximena avrà sentito di avere un pubblico? Qualcuno a cui raccontarsi dando il meglio di sé? Non saprei neanche questo. Glielo chiederò nella prossima città in cui ci incontreremo, a vent’anni dall’inizio della nostra storia di amicizia e invidia.

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