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  • Lunedì 8 giugno 2026

Perché in California sono così lenti a contare i voti

Il 2 giugno ci sono state le primarie per le elezioni di metà mandato, ma ancora non si sa com'è finita: e non è una novità

Un seggio a San Francisco il 2 giugno 2026 (David Paul Morris/Bloomberg)
Un seggio a San Francisco il 2 giugno 2026 (David Paul Morris/Bloomberg)
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Il 2 giugno in California, come in molti altri stati statunitensi, ci sono state le primarie per scegliere i candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, con cui verranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera federale e un terzo (33) di quelli del Senato, oltre a vari sindaci e governatori. A quasi una settimana di distanza, in molti casi il conteggio non è ancora finito e non sappiamo chi andrà al ballottaggio: può sembrare strano, ma non lo è. La California è nota per la lentezza con cui conta i voti, un problema di cui si riparla a ogni elezione.

Sono ancora incerti i candidati per il ruolo di governatore e per quello di sindaco di Los Angeles. Per il governatore andrà al ballottaggio il Democratico Xavier Becerra, che potrebbe sfidare il Repubblicano Steve Hilton (noto nella politica britannica dei primi anni Duemila) o il Democratico Tom Steyer, un miliardario che ha fatto fortuna con un fondo di investimenti a San Francisco. A Los Angeles invece andrà al ballottaggio la sindaca uscente Karen Bass, Democratica che si avvia a concludere un mandato deludente e pieno di critiche, e una tra Nithya Raman, Democratica che fa parte del consiglio comunale, e Spencer Pratt, Repubblicano con un passato televisivo nei reality show.

La California è uno stato solidamente Democratico, quindi almeno nelle elezioni principali – come quelle presidenziali – non è davvero in dubbio chi ha vinto: nel 2024 la vittoria fu attribuita rapidamente a Kamala Harris. Per contare tutti i voti però ci vollero più di 10 giorni. Le cose diventano più problematiche in caso di elezioni con molti candidati, come alle primarie del 2 giugno, dove anche poche decine di migliaia di voti possono fare la differenza.

La sindaca uscente di Los Angeles, Karen Bass, candidata a un secondo mandato (AP Photo/William Liang)

La lentezza nei conteggi dipende da molti motivi, ma nessuno riesce del tutto a giustificarla. Il primo è che la California è lo stato più popoloso degli Stati Uniti, con quasi 40 milioni di abitanti e oltre 25 milioni di aventi diritto al voto: i voti da contare quindi sono effettivamente tanti. Allo stesso modo, in paesi popolosi come o più della California – a cominciare dall’Italia – è rarissimo che lo scrutinio duri più di 24 ore.

Il secondo è la prevalenza del voto per posta. Tutti gli elettori e le elettrici californiane ricevono automaticamente a casa una scheda che permette di votare a distanza, senza andare fisicamente al seggio (è una cosa permessa ovunque negli Stati Uniti, ma in alcuni stati la scheda va richiesta). Le schede possono essere processate appena vengono ricevute dagli uffici elettorali, ma il conteggio ufficiale inizia solo dopo la chiusura dei seggi fisici. Le schede possono essere inviate fino all’ultimo momento e possono metterci fino a una settimana per arrivare a destinazione: da un lato questo garantisce l’integrità del processo democratico, dall’altro ovviamente allunga i tempi. Da anni Trump prova a indebolire il voto per posta, sostenendo in modo infondato che non sia sicuro (anche se di recente lui stesso ha votato per posta).

Alle presidenziali del 2024 più dell’80 per cento dei votanti in California ha votato per posta, e anche quest’anno in molti hanno scelto questa modalità. Tanti peraltro l’hanno fatto all’ultimo momento, anche perché le campagne elettorali per il governatore e il sindaco non sono state particolarmente entusiasmanti: c’erano molti candidati e nessuno davvero forte. In assenza di un vincitore annunciato, molti hanno aspettato di vedere come andavano le cose e hanno rimandato la scelta.

Schede elettorali inviate per posta a San Francisco, 2 giugno 2026 (Jason Henry/Bloomberg)

Un altro problema è che ogni contea organizza in modo autonomo le procedure di conteggio, decidendo quante risorse investire. Alcune quindi procedono in modo più spedito, come quella di Los Angeles, altre sono molto più lente.

I responsabili del processo elettorale in California spesso presentano la lentezza come un segnale di accuratezza e scrupolosità nel conteggio. La segretaria di stato della California Shirley Weber, che supervisiona anche il processo elettorale, ha diffuso un comunicato in cui dice che «l’accuratezza viene prima della velocità» e che serve tempo per garantire la correttezza del processo. Ma gli altri stati americani impiegano molto meno, e non risulta che abbiano problemi con imprecisioni o brogli. Ed è vero che esistono sistemi più efficienti o che comunque diffondono i risultati in tempi più rapidi.

Nate Silver, giornalista tra i maggiori esperti di processi elettorali statunitensi, in una sua newsletter ha citato come esempi la Colombia (che ha quasi 60 milioni di abitanti), il Giappone (oltre 120 milioni) e anche l’India, il paese più popoloso al mondo, dove le elezioni si svolgono in più fasi ma che nel 2024 ha contato rapidamente 640 milioni di voti (seppure con un sistema molto diverso rispetto alla California). Negli Stati Uniti la Florida, che ha oltre 20 milioni di abitanti, ha trovato un modo per velocizzare e migliorare le procedure dopo le famigerate elezioni del 2000, che si risolsero solo dopo settimane di ricorsi dovuti proprio a problemi nel conteggio.

Nonostante questo, la California non ha mai mostrato grande interesse nel cambiare le sue procedure. A inizio maggio però il governatore uscente Gavin Newsom aveva mandato una lettera a tutte le 58 contee chiedendo di finire i conteggi «il più velocemente possibile».

– Leggi anche: Le incredibili elezioni presidenziali statunitensi del 2000

I ritardi fomentano le teorie del complotto, soprattutto tra i Repubblicani. Il presidente Donald Trump ha colto l’occasione per criticare l’amministrazione Democratica e suggerire che ci siano dei brogli. Domenica in un post su Truth ha definito le elezioni in California «truccate» a sfavore dei candidati Repubblicani. Sono accuse infondate, ma che a Trump piacciono molto: millanta ancora di aver vinto le presidenziali del 2020, che in realtà perse contro Joe Biden. Su Instagram Pratt, il candidato Repubblicano a sindaco di Los Angeles, ha scritto che «c’è ancora molto tempo» per finire di contare, e che i Democratici «non sono gli unici a sapere dove trovare i voti», alludendo a presunte frodi.