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  • Domenica 7 giugno 2026

Esistono gli ultras nel calcio per nazionali?

Sono molto meno diffusi e organizzati rispetto a quelli delle squadre di club, e spesso legati all'estrema destra

di Valerio Moggia

Una bandiera degli ultras rumeni (Jonathan Moscrop/Getty Images)
Una bandiera degli ultras rumeni (Jonathan Moscrop/Getty Images)
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I Mondiali di calcio del 2026, in programma dall’11 giugno al 19 luglio, saranno seguiti dal vivo da centinaia di migliaia di tifosi e tifose da tutto il mondo, nonostante le polemiche per l’elevato costo dei biglietti. La sola città di Kansas City, che ospiterà sei partite, stima di accogliere in tutto 650mila visitatori grazie all’evento. Il tipo di tifosi che in genere seguono le nazionali è però diverso rispetto a quello che si vede durante l’anno con le squadre di club.

I club possono contare infatti su gruppi di tifosi organizzati calorosi e scenografici, identificati come ultras. Il movimento ultras è nato in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, caratterizzandosi per un elevato livello di organizzazione interna e per un forte spirito identitario. Gli ultras italiani sono diventati celebri a livello internazionale grazie ai loro cori e alle elaborate coreografie messe in scena sugli spalti. Il loro modello si è poi diffuso nel mondo tra gli anni Ottanta e Novanta, diventando popolare non solo nel resto d’Europa, ma anche in Nordafrica e nel Sud-Est asiatico.

Ha però sempre faticato a trasmettersi al mondo delle nazionali, per le quali sono rari i casi di veri e propri gruppi ultras. Il motivo principale sta proprio nell’essenza stessa degli ultras, legati al proprio club da un forte senso d’identità che li contrappone agli ultras delle altre squadre. Essere ultras di una nazionale comporta tifare assieme a ultras di altre squadre con cui, durante il resto della stagione, si può anche essere molto rivali. Inoltre, il ridotto numero di partite delle nazionali durante l’anno, e la distanza geografica tra tifosi, non aiuta a tenere viva l’organizzazione di un gruppo.

Esistono comunque alcune eccezioni. In Italia dopo gli Europei del 2000 si formarono due differenti gruppi ultras della Nazionale, il più importante dei quali si chiamava “Ultras Italia”. Era formato da un’alleanza di vari gruppi di ultras di club italiani, tutti caratterizzati da spiccate tendenze politiche di estrema destra. Ultras Italia è arrivato a contare fino a 700 componenti; ufficialmente si sono sciolti nel 2015, ma il gruppo è sopravvissuto, e oggi è noto con il nome di “I ragazzi col tricolore”. Sono loro che nel 2018 fecero uno striscione razzista contro Mario Balotelli e che, nel 2024, si voltarono di spalle durante l’esecuzione dell’inno israeliano.

Tifosi dell’Italia durante una partita di Nations League contro il Belgio nel 2024 (ANP via Getty Images)

Un modello molto simile a quello di “Ultras Italia” è quello della “Carpathian Brigade”, il gruppo ultras che segue l’Ungheria. Nata nel 2009, ha un’inclinazione di estrema destra e neonazista anche più esplicita rispetto agli italiani, ed è diventata popolare nell’ultimo decennio, in cui l’Ungheria ha giocato tre Europei di fila, dopo oltre cinquant’anni di mancate qualificazioni. Uno dei componenti della “Carpathian Brigade” ha spiegato nel 2024 al giornalista James Montague, autore di un apprezzato libro sulla cultura ultras, che il gruppo è in realtà molto meno numeroso di quanto si racconti, e conta 30 o 40 componenti.

La Carpathian Brigade è stata sostenuta fin dalla sua nascita da Fidesz, il partito di Viktor Orbán. Non è l’unico caso di vicinanza tra formazioni politiche di estrema destra e gruppi ultras delle nazionali di calcio. In Romania il gruppo “Honor et Patria” fu creato nel 2003 e tra i suoi fondatori c’era un allora giovane George Simion, presidente del partito di estrema destra Alleanza per l’Unione dei Romeni che alle elezioni presidenziali del 2025 ha perso al ballottaggio.

Il fenomeno degli ultras delle nazionali di calcio resta comunque marginale e non troppo studiato, ma nei casi più noti emerge una chiara tendenza politica di estrema destra. I gruppi più conosciuti provengono dall’Europa dell’Est, come per esempio i “Tifozat Kuq e Zi” (“Tifosi rossi e neri”, in albanese) dell’Albania, nati nel 2003, e i “BHFanaticos” della Bosnia-Erzegovina. Sono caratteristiche dovute in parte alla grande rilevanza che il nazionalismo ha in quei paesi.

Tifosi ungheresi della “Carpathian Brigade” agli Europei del 2024 (Catherine Ivill – AMA/Getty Images)

Fuori dall’Europa è difficile vedere veri e propri ultras delle nazionali; ci sono più che altro gruppi di tifosi organizzati, che non seguono il modello ultras. Sono in sostanza persone che si coordinano tra loro per seguire le partite, organizzare le trasferte e vestirsi in maniera combinata, solitamente con i colori della nazionale, per animare gli spalti. Lo fanno con bandiere, cori e tamburi: quelli di alcune nazionali africane e sudamericane, in particolare, sono in genere molto colorati e chiassosi. Difficilmente hanno una chiara ideologia politica di riferimento e quasi mai sono coinvolti in episodi di violenza. 

Un caso abbastanza famoso è il “Movimento Verde Amarelo” che segue il Brasile dal 2008 ed è ufficialmente riconosciuto dal Comitato olimpico brasiliano. Il Brasile ha una lunga tradizione di tifo organizzato, legata alla nascita delle torcidas organizadas negli anni Trenta e divenute molto popolari grazie ai Mondiali del 1950, tenutisi proprio in Brasile. Anche altre nazionali hanno gruppi ufficiali di tifosi organizzati, solitamente molto pittoreschi: uno dei più attesi è la “Tartan Army” della Scozia, che torna ai Mondiali per la prima volta dal 1998.

Tifosi del Brasile e in particolare del “Movimento Verde Amarelo” ai Mondiali del 2022 (Marvin Ibo Guengoer – GES Sportfoto/Getty Images)

La particolarità del tifo delle nazionali, soprattutto durante i grandi eventi, è spesso legata a singoli personaggi, come per esempio Michel Nkuka Mboladinga, tifoso della Repubblica Democratica del Congo diventato una star internazionale durante l’ultima Coppa d’Africa perché andava alle partite vestito come l’ex presidente congolese Patrice Lumumba e rimaneva immobile per 90 minuti con un braccio alzato. Non aveva potuto essere presente durante la partita dei playoff vinta 1-0 dalla Repubblica Democratica del Congo contro la Giamaica, il 31 marzo, perché non era riuscito a ottenere un visto per entrare in Messico, ma al Mondiale dovrebbe esserci.