La riforma del governo sui concorsi universitari peggiorerà le cose?
Secondo i rappresentanti di professori e ricercatori favorirà i bandi pilotati e i casi di nepotismo che vorrebbe eliminare

La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha presentato un disegno di legge per modificare le modalità di accesso, valutazione e reclutamento dei ricercatori e dei docenti all’università, allo scopo dichiarato di affrontare l’eccesso di candidati abilitati e i casi di nepotismo. La proposta però ha già ricevuto molte critiche: da parte di associazioni e movimenti dell’ambiente universitario, da alcuni sindacati e da 140 società scientifiche che rappresentano migliaia di docenti universitari e ricercatori. Sostengono che otterrà l’effetto contrario rispetto alle intenzioni.
Dicono che favorirà i poteri delle singole università e i concorsi su misura, cioè pensati per far vincere un certo candidato. Altre analisi più clementi sostengono che le premesse da cui muove la riforma siano corrette, ma che non lo siano le soluzioni individuate. E il testo è giudicato troppo vago e poco trasparente, perché rimanda a un secondo momento questioni che andrebbero definite in modo chiaro fin da subito.
Le irregolarità, gli illeciti o più in generale le anomalie con cui si svolgono i bandi universitari in Italia non sono una questione nuova. Di recente se ne è parlato per il caso del concorso da professore all’università di Verona vinto dal figlio dell’ex rettore (concorso poi annullato) e per un intervento molto duro che, a partire da quel caso, aveva fatto in parlamento il senatore del PD Andrea Crisanti, microbiologo e docente universitario che lavora proprio sulla trasparenza dei bandi universitari.
Crisanti aveva detto che in Italia «ogni concorso è fatto su misura per qualcuno», che il caso di Verona era «l’ennesimo esempio di un sistema marcio dalle fondamenta» e che lui «in quarant’anni di carriera» non era a conoscenza «di un singolo concorso di cui non si sapesse in anticipo il vincitore». Aveva concluso che su questo «malcostume» sarebbe stato «necessario intervenire in modo sistemico».

Pier Francesco Nocini, ex rettore dell’università di Verona, durante un convegno, Verona, 3 ottobre 2024. Nocini è stato al centro del caso relativo al concorso per un posto da professore all’università di Verona vinto da suo figlio e successivamente annullato. (ANSA/ GIORGIO MARCHIORI)
Il governo aveva presentato il disegno di legge a maggio del 2025, poi il Senato lo aveva esaminato e approvato a dicembre con delle modifiche. Da fine gennaio è all’esame della commissione Cultura della Camera, che dovrebbe votarlo nei prossimi giorni (le commissioni sono gli organi parlamentari che si occupano di esaminare e modificare le leggi prima che vengano sottoposte al voto dell’aula nella sua interezza). Una volta approvato dalla commissione, potrà essere votato anche dalla Camera.
Il disegno di legge è fatto di quattro articoli. Il primo è il più significativo e introduce un nuovo percorso per diventare professore universitario, con l’obiettivo di superare quello che venne approvato nel 2010 dall’allora ministra Mariastella Gelmini. Oggi per partecipare ai concorsi per i singoli incarichi i candidati e le candidate devono ottenere preventivamente l’abilitazione scientifica nazionale (ASN), assegnata da commissioni nazionali per ogni settore disciplinare. Questa specie di certificazione attesta la qualificazione scientifica dei candidati e delle candidate dando particolare rilevanza alle pubblicazioni su riviste scientifiche. Non comporta in automatico che si diventi professori: dopo averla ottenuta bisogna vincere un bando.
La riforma proposta da Bernini elimina l’ASN e la sostituisce con un’autocertificazione: se verrà approvata definitivamente, i candidati ai ruoli di professore (associati e ordinari) dovranno semplicemente dichiarare il possesso dei requisiti per l’accesso ai concorsi su una piattaforma informatica messa a disposizione dal ministero. Quali siano questi requisiti non è specificato nella riforma, ma si dice che sarà definito da un successivo decreto attuativo.
La riforma prevede comunque che il numero di pubblicazioni sulle riviste scientifiche continui ad avere un’importanza nella carriera universitaria, perché avrà un peso sulle valutazioni periodiche successive alle nomine. E prevede, in modo indefinito, che i finanziamenti pubblici destinati alle singole università siano influenzati anche dai risultati ottenuti in queste valutazioni.
Se la legge dovesse essere approvata, i nuovi concorsi verranno fatti a livello locale; ciascuna università li potrà bandire in base alle risorse a disposizione, e a deciderne l’esito saranno commissioni giudicanti di cinque componenti: quattro saranno esterni all’università che ha indetto la procedura e saranno selezionati con un sorteggio tra i docenti universitari qualificati del settore in questione, mentre uno potrà essere interno all’università che ha organizzato il concorso. Le modalità del sorteggio e gli standard di qualificazione non sono definiti dal disegno di legge.
L’obiettivo dell’abolizione dell’ASN, secondo il governo, sarebbe evitare la creazione di false aspettative, come se l’abilitazione costituisse una sorta di diritto acquisito alla chiamata nel ruolo di professore. Tale aspettativa, ha spiegato Bernini, da un lato ha portato a pressioni per ottenere l’allungamento della durata della validità dell’ASN, che è passata dai sei anni iniziali agli attuali dodici; e dall’altro ha portato a un considerevole incremento del numero di abilitati, molto superiore rispetto ai posti disponibili.

La sede della facoltà di ingegneria dell’università Federico II di Napoli (Ivan Romano/Getty Images)
Molte delle critiche al disegno di legge condividono i problemi rilevati dal governo, ma ritengono che le soluzioni proposte non siano efficaci, anzi. Tra chi ha spiegato perché sarebbero controproducenti c’è l’avvocata Stefania Flore, fondatrice di Bandiuniversita, un’associazione di ricercatori che negli ultimi anni ha denunciato pubblicamente irregolarità e scandali concorsuali, compreso quello di Verona. Flore dice che «all’interno di un sistema universitario in cui i casi di corruzione non sono un’eccezione, la riforma introduce di fatto la profilazione dei concorsi», cioè bandi cuciti su misura del curriculum di quello che definisce «il raccomandato di turno».
Il motivo principale sta nel modo in cui verranno formate le nuove commissioni concorsuali locali: la presenza di un solo membro scelto localmente, spiega ad esempio l’Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU), «basta e avanza per predeterminare il risultato del concorso: vincerà l’allievo del professore ordinario, per il quale è stato bandito il concorso». Il fatto che nei bandi vengano favoriti gli allievi dei professori che devono giudicare i candidati è ciò che viene più spesso contestato anche oggi.
Secondo l’ANDU, anzi, il vero obiettivo della riforma è il mantenimento della cooptazione personale da parte dei professori ordinari, «cosa che rappresenta la piaga dell’università italiana» e a cui sono connessi fenomeni di nepotismo, familismo, clientelismo, che a volte vengono intercettati dalla magistratura e che emergono come singoli scandali, «mentre invece sono solo espressioni di un sistema», dice l’ANDU. Per superare la cooptazione personale, prosegue l’associazione, occorrerebbe che ogni ingresso avvenisse a livello nazionale con commissioni interamente sorteggiate tra tutti i professori, escludendo gli appartenenti agli atenei interessati.
È critico della riforma anche Mario Pianta, professore di Politica economica alla Scuola Normale Superiore e tra i promotori della Rete delle Società Scientifiche, un coordinamento di associazioni di studiosi nato per tutelare e promuovere il sistema della ricerca nazionale: «Il governo da un lato riduce le risorse per l’università, dall’altro concede maggiore autonomia discrezionale ai poteri accademici locali». Spiega che così si rischia di ridurre la qualità del reclutamento basato su merito, pubblicazioni e standard internazionali «che stava dietro all’introduzione dell’ASN».
L’Italia investe poco in università e ricerca: meno dell’1 per cento del PIL, contro una media dell’Unione europea dell’1,5 per cento. Questo sottofinanziamento cronico ha conseguenze: migliaia di ricercatori precari stanno terminando i contratti e usciranno dall’università, le carriere sono bloccate, aumenta l’emigrazione verso centri di ricerca e università straniere (negli ultimi dieci anni 14mila ricercatori italiani se ne sono andati dall’Italia).
In questi anni, prosegue Pianta, le modalità della valutazione hanno influenzato le attività di ricerca, soprattutto dei più giovani, indirizzandoli a privilegiare la quantità dei lavori pubblicati sulle riviste di rilievo internazionale, a volte a danno della qualità. Ma è anche vero, aggiunge, che pur con molti problemi le procedure dell’ASN hanno contribuito a rendere la ricerca più rispettosa degli standard internazionali, hanno limitato il peso degli interessi universitari locali e ridotto la dipendenza dei giovani ricercatori dai poteri accademici.

La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini (Antonio Masiello/Getty Images)
I critici sostengono poi che la riforma sia troppo lacunosa. Non definisce le risorse economiche che le università potranno ricevere per i concorsi e non precisa il modo in cui si formeranno le commissioni locali: ci sarà una lista nazionale di potenziali commissari per tutti i concorsi, oppure l’estrazione si farà su candidature per i singoli concorsi? In questo secondo caso, dice Pianta, «le possibilità di arbitrio saranno enormi». Il ddl non definisce nemmeno chi dovrebbe effettuare le valutazioni successive dei vincitori e nemmeno come tali valutazioni influenzeranno la distribuzione dei fondi agli atenei.
Davide Clementi, segretario nazionale dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (ADI), è convinto che l’ASN, nella forma in cui è stata concepita e applicata, vada abolita come vuole il governo. Ma aggiunge che l’intero impianto della riforma si regge su un’incognita: il testo demanda a un decreto successivo la definizione dei requisiti di produttività e qualificazione scientifica (cioè quante pubblicazioni bisogna avere, e su quali riviste scientifiche) che le commissioni locali saranno tenute a valutare, e tutto dipenderà dai criteri che verranno adottati con tale decreto.
Le domande che restano aperte sono dunque decisive per poter esprimere un giudizio definitivo sulla riforma: saranno mantenute delle soglie quantitative? Se sì, quante e di quale entità? Si applicheranno soltanto alle pubblicazioni o anche ai titoli? Quanti titoli e quali saranno necessari? Senza risposte a questi interrogativi, dice, il rischio concreto è che il nuovo sistema «riproduca, sotto diversa veste, le medesime distorsioni dell’attuale ASN». L’ADI chiede dunque che nel testo vengano precisati i «criteri-guida vincolanti».
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