Leone XIV è un papa più politico di quanto sembrasse
Oltre che di intelligenza artificiale, nella sua prima enciclica ha parlato del potere che ne deriva e del nuovo ordine mondiale, con riferimenti impliciti alle politiche di Trump
di Francesco Gaeta

Con la sua enciclica Magnifica Humanitas, pubblicata il 25 maggio, papa Leone XIV ha tra le altre cose chiarito la scelta del nome che ha voluto assumere da pontefice. Leone XIII infatti fu il papa che con l’enciclica Rerum Novarum del 1891 analizzò le ricadute sociali della rivoluzione industriale. Anche Leone XIV, nella sua prima enciclica, parla di una rivoluzione, quella avviata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale (AI), e lo fa con accenni a contesti che conosce molto da vicino. Pur senza fare nomi, in molti passaggi risultano chiari i riferimenti alle grandi aziende della Silicon Valley, apparse a volte insofferenti a questo pontefice, e all’amministrazione di Donald Trump, con cui il confronto si è fatto nel tempo molto esplicito.
Nei giorni successivi alla pubblicazione i commenti all’enciclica sono stati molto centrati sulle ricadute dell’intelligenza artificiale sulla società, sul mondo del lavoro e sullo sviluppo della persona umana. Il perimetro del documento è però più ampio, più concreto e più politico: il pontefice espone le sue idee sul “nuovo ordine mondiale”, sulla politica internazionale, sui rapporti tra gli stati e sui conflitti armati. Antonio Spadaro, sottosegretario del dicastero della Cultura, ufficio vaticano equivalente a un nostro ministero, sostiene che il tema vero che pone «non è come usare bene l’AI, ma chi la controlla» e che sia quindi una riflessione sul potere. Il testo lo dice infatti chiaramente: in pochi soggetti si concentra oggi un potere sproporzionato sulla vita delle persone.
Per Leone XIV la tecnologia non è neutrale: «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». Oggi ha un volto privato, più difficile da controllare che in passato. A decidere non sono gli Stati ma le grandi piattaforme, che «definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Per fare i conti con questi nuovi monopoli, non serve una AI più morale, ma «una politica più presente, capace di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare».
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Alcuni passaggi relativi all’uso dell’intelligenza artificiale in campo bellico sono sorprendentemente dettagliati. «La crescente facilità con cui sistemi d’arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano». Leone XIV dice che quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. La catena delle responsabilità deve invece «restare identificabile e verificabile: chi progetta, addestra, autorizza, e impiega deve rendere conto delle proprie scelte».
Un’enciclica è un documento che ha molti livelli, ed è forse limitativo darne letture che tengano troppo conto della cronaca. Il gesuita Giacomo Costa, segretario speciale del sinodo, cioè l’assemblea dei vescovi, dice però che Magnifica Humanitas è un documento diverso da altri dello stesso genere. La sua particolarità sta nel fatto che «fa il punto sulla situazione d’insieme di un’epoca». È dunque inevitabile che tenga conto dei dibattiti di questa fase storica, anche a livello politico.
In particolare, il passaggio sull’AI e sugli armamenti sembra rispondere a una questione molto statunitense e molto attuale: quella del controllo governativo sui sistemi e sui modelli di intelligenza artificiale. È un confronto che nei primi mesi del 2026 si è tradotto in uno scontro commerciale tra Anthropic, l’azienda di AI che sviluppa Claude e Mythos, e la presidenza statunitense. Anthropic aveva negato al Pentagono l’uso illimitato dei suoi modelli per il targeting autonomo delle armi, il Pentagono ha reagito classificando l’azienda come “supply-chain risk”, cioè minacciando di escluderla da ogni tipo di commessa e rapporto commerciale con l’amministrazione.
Secondo questo papa la rivoluzione digitale sta modificando «la grammatica dei conflitti» armati perché abbassa la soglia dell’uso della forza e contribuisce a normalizzare la guerra. Parla di «multipolarismo disordinato e conflittuale», concetto che in parte riprende l’idea di «terza guerra mondiale a pezzi» formulata dal suo predecessore Jorge Mario Bergoglio. È qualcosa che avviene per l’inefficacia delle istituzioni internazionali e che «approfitta della crisi del multilateralismo», cioè di un approccio ai conflitti che punta a mediare tenendo conto degli interessi di tutte le parti coinvolte e non in base a una logica di potenza.
Prevost aveva già parlato di crisi del multilateralismo nel suo primo discorso ai diplomatici accreditati in Vaticano, nei primi giorni di gennaio. Disse che «a una diplomazia che ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza». Quel testo appare oggi quasi un prologo all’enciclica quando afferma che la guerra conosce una «riabilitazione […] come strumento di politica internazionale».
Per spiegare le parole del papa su questi punti, Spadaro dice che ci sono due modi di vedere l’ordine mondiale attuale: «Come una scacchiera o come un tessuto». Nel primo caso ci sono solo posizioni da conquistare e la politica è un gioco a somma zero, dove alla fine vince il più forte. Il tessuto è fatto di fili intrecciati: tagliarne uno indebolisce tutta la trama. Il “diritto del più forte” è la logica della scacchiera; la “forza del diritto” è quella del tessuto. Secondo Spadaro «l’enciclica descrive il ritorno della scacchiera dopo un secolo passato a tessere».
Non è un discorso originale: negli ultimi anni è stato sollevato sempre di più dagli esperti di diritto internazionale e particolarmente negli ultimi mesi, con gli attacchi di Trump prima al Venezuela e poi in Iran. Il fatto che Leone XIV abbia voluto sottolinearlo nella sua enciclica è comunque un segno di un approccio non neutrale e anzi critico verso le politiche degli Stati Uniti, non scontato soprattutto da parte di un papa statunitense.
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Nel discorso di saluto in piazza San Pietro dopo la sua elezione Leone XIV aveva parlato di pace disarmata e disarmante. Sono aggettivi che ricorrono anche in questo documento, quando il papa chiede una intelligenza artificiale disarmata. Richiama un’idea della tecnologia come “bene comune”, cioè da rendere disponibile al più ampio numero di persone, in modo non molto diverso da terra, aria, acqua. Secondo Giacomo Costa però ha anche un secondo livello di lettura, e riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale al servizio di sovranismi nazionali, come leva di contrapposizione tra nazioni e blocchi di nazioni.
Anche in questo caso il contesto su cui si muove l’enciclica sembra sensibile a un dibattito molto statunitense, quello sulla possibilità o necessità di mobilitare l’AI al servizio dei governi, per farne una leva di supremazia militare. È una posizione espressa in un libro da poco uscito anche in Italia, La repubblica tecnologica, scritto da Nicholas Zamiska e Alexander Karp, cofondatore di Palantir, una delle aziende tecnologiche più legate a Trump e agli apparati militari e di intelligence statunitensi. Nel libro, Karp arriva a proporre un «nuovo progetto Manhattan», il programma con cui, durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti riunirono scienziati, università, industria e Stato per costruire la bomba atomica. Applicato all’intelligenza artificiale, vorrebbe dire una scienza mobilitata al servizio di uno Stato per garantire un vantaggio strategico sugli avversari.
In Magnifica Humanitas Leone XIV parla anche di “guerra giusta”, una dottrina con cui per secoli la Chiesa cattolica aveva considerato legittima una guerra quando serva a prevenire un danno «durevole, grave e certo» e quando «tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci». È una teoria richiamata nei mesi scorsi dal vicepresidente statunitense JD Vance, da poco convertito alla fede cattolica, che l’ha citata per giustificare moralmente l’intervento armato in Iran, visto come atto preventivo rispetto a un possibile uso di armi atomiche da parte del paese.
Con questa enciclica Leone XIV afferma «il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra». A dare una lettura di questa frase, al termine della presentazione dell’enciclica in Vaticano, è stato il vescovo di Chicago Blase Cupich, cardinale piuttosto influente nell’episcopato americano. Ha detto che quella dottrina «era sempre stata pensata come un freno, non come un lasciapassare», e che oggi alcuni la stanno invece usando proprio per giustificare la scelta della guerra «invece di cercare le vie della pace».



