Quanto sono precise le app per contare le calorie

Sono molto usate in tutto il mondo e spesso basta fotografare un piatto per avere una stima, non sempre affidabile

(VISYT Digital AG via AP Images)
(VISYT Digital AG via AP Images)
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Negli ultimi anni le app per contare le calorie sono diventate uno degli strumenti più diffusi tra chi vuole perdere peso. Nel 2018 le persone che ne usavano una regolarmente erano stimate tra i 65 e i 75 milioni; nel 2026 sono diventate tra i 175 e i 200 milioni. Sono cresciute soprattutto in due momenti: durante la pandemia e poi quando con l’intelligenza artificiale è diventato possibile sapere dalla fotografia di un piatto le calorie e i macronutrienti (cioè i carboidrati, le proteine e i grassi) che contiene. Le calorie che leggiamo sullo schermo però sono numeri molto meno precisi di quanto sembrino.

Le app funzionano quasi tutte allo stesso modo. Al primo accesso chiedono peso, altezza, età, sesso e quanta attività fisica si fa di solito. Da questi dati stimano quante calorie consuma il corpo in un giorno. Per farlo usano formule che calcolano il metabolismo basale, cioè l’energia che il corpo spende per respirare, far circolare il sangue, mantenere la temperatura, alimentare il cervello e far funzionare organi e muscoli. A quel punto l’app chiede di quanto si vuole dimagrire o ingrassare, e toglie o aggiunge una quota al fabbisogno calcolato inizialmente, di solito tra le trecento e le cinquecento calorie al giorno.

L’utente può registrare quello che mangia in almeno tre modi diversi: cercare l’alimento in un archivio digitale che può contenere milioni di voci, scansionare il codice a barre se un alimento è confezionato, oppure fotografare il piatto e lasciare che sia l’intelligenza artificiale a riconoscerlo.

Solo il fatto di tenere traccia di un comportamento (quello che gli studiosi chiamano “automonitoraggio”) tende ad aumentare la consapevolezza di quel comportamento e, in molti casi, ad aiutarci a cambiarlo: vale per chi conta i passi, per chi registra le spese e anche per chi annota quello che mangia. Una revisione del 2021 di cinquantanove studi ha trovato che chi monitora la propria alimentazione, in quasi tutti i casi, ha una perdita di peso maggiore rispetto a chi non lo fa. Anche se i risultati possono essere modesti.

Un’altra revisione, del 2022, ha messo insieme i risultati di sedici studi (in totale con quasi tremila partecipanti) e ha trovato che nei primi tre mesi chi usa un’app per contare le calorie perde in media 2,18 chili in più di chi non fa nulla. Dopo un anno la differenza si riduce a circa 1,63 chili.

Le app più efficaci sono quelle che offrono anche la consulenza di una persona qualificata. Un esperimento danese del 2022 prevedeva un colloquio iniziale di 45-60 minuti con un operatore sanitario e un piano personalizzato. Ogni settimana l’operatore poteva interagire con l’utente e motivarlo: con questo percorso, i partecipanti hanno perso in media 4,5 chili in un anno.

Contiamo le calorie da circa un secolo e mezzo, da quando abbiamo cominciato a pensare al corpo umano come a una specie di macchina termica: qualcosa che brucia combustibile, cioè il cibo, per produrre movimento e calore. Per sapere quante calorie contiene un alimento, lo si può bruciare dentro uno strumento apposito e misurare il calore che produce.

Uno dei primi a contare le calorie consumate dagli esseri umani fu il chimico statunitense Wilbur Olin Atwater, alla fine dell’Ottocento. Teneva una persona sotto osservazione per qualche giorno, contando quanto cibo mangiava e quanto ne consumava misurando l’ossigeno, l’anidride carbonica, le escrezioni, il calore prodotto. Da quegli esperimenti ricavò dei valori di conversione che usiamo ancora oggi: quattro calorie per ogni grammo di carboidrati, quattro per ogni grammo di proteine, nove per ogni grammo di grassi.

Su stime simili a queste sono stati costruiti i grandi archivi pubblici sulla composizione degli alimenti a cui le app attingono. Ma quei valori sono delle medie; lo stesso alimento può avere composizioni diverse a seconda della varietà, della stagione, di come è stato coltivato, allevato o trattato. In Europa, c’è una tolleranza fino al venti per cento sulla quantità di macronutrienti che compare sull’etichetta di un prodotto confezionato. E i database delle app, che si basano in parte su questi archivi e in parte sulle voci inserite dagli utenti stessi, possono introdurre ulteriori imprecisioni.

L’intelligenza artificiale, poi, aggiunge altra incertezza al numero. Per stimare le calorie di un piatto fotografato deve fare almeno tre cose: capire di che cibo si tratta, stimare quanto ce n’è e tradurre il tutto in calorie. Una revisione sistematica pubblicata sul British Journal of Nutrition nel 2025 ha analizzato l’accuratezza dell’IA su tredici studi. Ha trovato una situazione molto variegata: ci sono modelli che riescono a stimare con grande precisione le calorie e i macronutrienti di alcuni alimenti, anche se possono sbagliare (e di molto) su piatti che hanno incontrato meno spesso; e ci sono anche modelli che invece sono poco accurati in generale.

Tutto questo riguarda le calorie che entrano. Ma le app provano a stimare anche quelle che escono, cioè quante ne bruciamo muovendoci, e anche lì i numeri sono incerti. Quando l’app è collegata a un tracker da polso, per esempio, ne eredita gli errori di misurazione, che cambiano molto a seconda del modello.

Ci sono app che applicano il modello CICO, dall’inglese calories in, calories out, assumendo che sia solo la quantità di calorie a contare e non il tipo; anche se sappiamo che non è così. Sul piano dell’energia è vero che una caloria di broccoli e una caloria di gelato sono identiche, ma non è detto che abbiano lo stesso effetto sul nostro organismo.

Lo ha mostrato anche uno studio del 2019 condotto dal nutrizionista statunitense Kevin Hall, che ha seguito 20 adulti per quattro settimane invitandoli a mangiare fino a quando si sentivano sazi. Nelle prime due settimane, potevano mangiare solo cibi ultraprocessati (cioè alimenti industriali molto lavorati, come merendine, snack confezionati e bibite zuccherate) e poi solo cibi non processati. Quando mangiavano cibi ultraprocessati, le persone finivano per assumere in media cinquecento calorie al giorno in più rispetto a quando mangiavano cibi non processati.

Anche per questo, alcune app oltre a contare le calorie classificano gli alimenti con un punteggio o con un sistema a semaforo (il verde per quelli da preferire, il rosso per quelli da limitare). A volte si ispirano al lavoro della nutrizionista Barbara Rolls sulla volumetria, cioè all’idea che alcuni cibi riempiano molto con poche calorie e altri ne concentrino tante in poco spazio. Altre app premiano proteine e fibre e penalizzano zuccheri e grassi.

In tutti i casi, però, chi inserisce un alimento ottiene subito un giudizio estremamente sintetico (buono, accettabile, da evitare), di solito senza sapere su quali criteri si basi, ma regolando la propria dieta di conseguenza.

Queste app possono essere molto presenti nelle giornate di chi le usa, anche per la loro gamification, cioè l’uso di meccanismi tipici dei videogiochi per rendere l’uso più coinvolgente. Ci sono le streak (le sequenze di giorni consecutivi da non interrompere), e poi badge, livelli, mascotte, notifiche che ricordano di registrare ogni pasto. Per qualcuno tutto questo è uno stimolo utile.

Per altri, però, il conteggio può innescare comportamenti poco sani, come spiega la dietista Sara Olivieri, che ha fondato Inizio Lunedì, un progetto per un approccio più attento alla relazione emotiva con il cibo: «Ci si pesa più spesso, si apre l’app molte volte al giorno, si cerca di “rimediare agli sgarri”. Si salta la cena perché si è mangiato troppo a pranzo, si fa più esercizio per potersi concedere un dolce, si evitano le occasioni in cui non si sa cosa si mangerà.» Il numero che diventa rosso quando si supera la soglia (anche di poco) e il giudizio su ogni alimento possono rendere ogni pasto una prova da superare, generando a volte frustrazione o sensi di colpa.

Uno studio australiano del 2021 su 1.357 adulti ha trovato che la maggior parte di chi usava attivamente un’app di questo tipo lo faceva per ragioni legate al peso e all’aspetto, più che alla salute; e che proprio queste persone mostravano sintomi di disturbi alimentari più frequenti usando le app. Lo studio non suggerisce che siano le app a provocare un disturbo alimentare, ma che possono stimolarlo o mantenerlo nelle persone più vulnerabili. In Italia i disturbi alimentari sono cresciuti molto negli ultimi anni: tra il 2019 e il 2022 i casi sono più che raddoppiati e oggi ci sono 3 milioni di pazienti, di cui quasi un terzo ha meno di 14 anni; nel 2023 si sono contati quasi quattromila decessi legati a queste malattie.

Le critiche a queste app non riguardano solo gli effetti su chi le usa, ma anche il modo in cui traggono i loro profitti. Quasi tutte sono gratuite all’inizio e poi fanno pagare le funzioni più comode (la scansione del codice a barre, gli obiettivi personalizzati, i piani alimentari) con un abbonamento. Quello che inseriamo in queste app (il peso, quello che mangiamo, quanto ci muoviamo) secondo le norme europee è un dato sanitario, e in quanto tale andrebbe protetto. Ma è anche un dato commerciale: alcune di queste app dichiarano apertamente di usarlo per la pubblicità personalizzata. Nel 2018 i dati di circa 150 milioni di account su MyFitnessPal, una delle più usate, sono stati rubati in una delle più grandi violazioni di sempre per un’app di consumo. Il diario di quello che mangiamo, insomma, non resta tra noi e il nostro schermo.

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha un disturbo del comportamento alimentare, puoi chiamare il numero verde nazionale 800.180.969, dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 21.