La app Yuka ha basi scientifiche?

È la popolare app per valutare gli ingredienti dei prodotti per il corpo: ne parla Beatrice Mautino nel suo ultimo libro sulla scienza che c'è dietro i cosmetici cosiddetti "naturali"

Yuka è una app nata nel 2017 che permette di scansionare il codice a barre di cibi e prodotti per il corpo per avere una valutazione degli ingredienti che li compongono e del loro «impatto sulla salute». Ha più di 20 milioni di utenti e solo in Italia l’hanno scaricata 2 milioni di persone. È molto facile da usare e molto intuitiva grazie alla visualizzazione “a semaforo”: il bollino rosso vuol dire “rischioso”, il verde buono e in mezzo ci sono i bollini arancione e giallo. Quando incontra un prodotto che valuta come rischioso, Yuka offre all’utente soluzioni alternative che considera più salutari.

Pochi giorni fa, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) – quella che siamo abituati a chiamare “Antitrust” – ha avviato un’istruttoria su Yuka con la motivazione che le sue valutazioni potrebbero condizionare in modo dannoso il comportamento dei consumatori. L’ultimo libro della divulgatrice scientifica esperta di cosmetici Beatrice Mautino, È naturale bellezza, uscito a novembre per Mondadori, inizia proprio dal caso di Yuka per spiegare come è successo che negli ultimi anni siamo diventati così attenti alle cose “naturali”, “bio”, “green” e “salutari” e quante poche basi scientifiche ci siano dietro a queste parole.

– Leggi anche: L’Italia contro le etichette che indicano la salubrità degli alimenti

Qui sotto riportiamo l’estratto su Yuka tratto dal primo capitolo: Clean beauty: oltre il marketing c’è di più?.

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Facciamo un esempio pratico prendendo proprio la mia crema, quella che Yuka ha valutato come scarsa dandole zero punti. Nella schermata il primo ingrediente che viene fuori in alto nella lista con tutti i bollini è un conservante da bollino rosso, il propilparabene. I conservanti sono utilizzati per garantire la sicurezza dei prodotti, evitano che i nostri cosmetici si riempiano di muffa e, di conseguenza, ci proteggono. Sono sostanze molto efficaci, per cui sono sufficienti quantità minime per ottenere il risultato atteso, tant’è che in etichetta, dove gli ingredienti sono organizzati in ordine decrescente dal più presente a quello meno presente, li dovete sempre andare a cercare in fondo alla lista. Yuka, invece, mette il propilparabene in prima posizione perché l’ordine scelto dalla app non è quello della quantità, ma quello del colore: prima tutti i rossi, poi tutti gli arancioni, poi i gialli e in ultimo i verdi, raggruppati. La scelta di distribuirli così dà molta importanza alla presunta pericolosità dell’ingrediente e genera una certa ansia. Ricevo spesso messaggi di persone che mi dicono di essersi rese conto grazie a Yuka che avevano la dispensa e l’armadietto del bagno pieni di «schifezze». Ma vorrei provare a proporvi un ragionamento, tenendo per buono lo schemino dei colori proposto dalla app. Provate a immaginare di avere di fronte a voi due prodotti che hanno gli stessi ingredienti ma in proporzioni diverse. In uno dei due vedete che le sostanze pericolose sono in fondo all’etichetta, quindi ce ne sono molto poche, nell’altro sono in cima, quindi ce ne sono in gran quantità. Quale dei due scegliete? Sono sicura che tutti preferireste il primo, perché, banalmente, di sostanze pericolose ne ha meno.

Se però decideste di usare Yuka per aiutarvi a scegliere, allora vi trovereste di fronte a due valutazioni identiche, con gli ingredienti da bollino rosso in cima e tutti gli altri a seguire.

Questo succede perché Yuka, così come tutte le app e i sistemi simili, non valuta il rischio a cui siamo esposti, ma assegna i bollini colorati in base alla propria valutazione del pericolo che, come dicevamo sopra nel caso delle latte di alluminio, non tiene conto delle dosi e dell’esposizione.

Giunti a questo punto potreste obiettare che va bene capire il rischio a cui siamo esposti, ma perché rischiare, anche poco, con un ingrediente da bollino rosso quando potete avere un prodotto con tutti i bollini verdi? È una buona osservazione, in effetti, e ci permette di arrivare finalmente alla questione del cherry-picking. Il bollino rosso è stato assegnato dalla redazione di Yuka, un gruppo di persone assunte dall’azienda, delle quali non conosciamo le competenze che, come voleva fare la mia collega, si mettono lì e decidono che cosa va bene e che cosa no. Come lo fanno? Non lo sappiamo. Non esistono linee guida, non ci sono procedure condivise, ma in fondo alla scheda di ogni ingrediente vengono elencate le fonti di riferimento per la formulazione del parere. Nel caso del propilparabene, la prima è una valutazione del Comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori (Cssc), che si occupa di fare, lui sì, la valutazione del rischio degli ingredienti cosmetici su richiesta della Commissione europea. Il Comitato è composto da scienziati afferenti a università e centri di ricerca di tutta Europa, considerati massimi esperti nelle materie in questione, che lavorano per dare strumenti scientifici alla Commissione, che dovrà decidere se autorizzare, limitare o vietare un determinato ingrediente. Sicuramente una fonte autorevole, anzi, se si parla di ingredienti cosmetici è la fonte di riferimento alla quale tutti si rivolgono.

Quindi, se vediamo il link alla valutazione del Cssc in fondo alla scheda del propilparabene siamo portati a pensare che quel bollino rosso rispecchi quanto contenuto nel documento del Comitato, no? È qui che arriva il cherry-picking. Perché Yuka ha scelto di linkare una vecchia valutazione, risalente a più di dieci anni fa, nella quale il Cssc dichiarava di non avere elementi a sufficienza per valutare la sicurezza di questo ingrediente e suggeriva di aspettare che i dati arrivassero prima di esprimere un parere, ma non ha linkato l’ultima valutazione nella quale si legge che «il Cssc ha concluso che il propilparabene è sicuro se usato come conservante nei prodotti cosmetici fino a una concentrazione massima dello 0,14%».

I membri della redazione di Yuka hanno scelto le ciliegie che supportavano la loro personale valutazione e hanno omesso quelle che la confutavano. Vi sembra corretto?

Certo, i link sono lì e tutti possono andare a controllare, ma quanti lo fanno? Quanti di quelli che fanno la scansione del codice a barre vanno oltre la valutazione globale? Quanti cliccano sul singolo ingrediente per andare a leggerne la descrizione? Quanti arrivano fino in fondo alla pagina? Quanti cliccano sui link presenti in fondo? E quanti fra questi sono in grado di leggere documenti di decine di pagine scritte in un inglese tecnico per addetti ai lavori e piene di grafici?

Il punto vero è che la scatola della app è confezionata per fare esattamente quello che la mia collega esperta di marketing diceva che avrebbe spaccato nella mia mostra: avere qualcuno nel taschino che parla una lingua che ti sembra scientifica e che ti dice che cosa fare. Questo sì e quello no, e per quello ti offro un’alternativa. Guarda che bei verdi che ci sono qua.

Yuka dichiara di essere indipendente. Non accetta sponsorizzazioni da aziende e non trasmette pubblicità nella app. I prodotti alternativi sono scelti dalla redazione senza vincoli commerciali di sorta. Come si mantiene quindi? Stando alle dichiarazioni dell’azienda, il 65% del fatturato arriva dall’acquisto della versione a pagamento, che costa quindici euro e permette di utilizzare la app anche quando non si è collegati a internet e dà accesso completo al database. Il 20% è rappresentato dagli introiti del libro Le guide de l’alimentation saine («La guida dell’alimentazione sana») uscito a ottobre 2020 in Francia, il 10% arriva dalla vendita del calendario di frutta e verdura di stagione, mentre il restante 5% dal Programma nutrizionale, un piano alimentare della durata di dieci settimane con ricette e consigli.

Quindi, nessuna azienda paga per finire tra le proposte alternative di Yuka, anche se sarebbe meglio dire che non paga direttamente la app, ma di soldi per piacere a Yuka ne vengono spesi eccome. È sempre più frequente, infatti, che tra le tante richieste che i grandi marchi fanno alle aziende terziste che producono i cosmetici per loro, ci sia anche quella di utilizzare ingredienti che ottengono un buon punteggio su queste applicazioni.

«Hai un lanciafiamme?» ha risposto sarcastica un’amica che lavora in una di queste aziende quando le ho chiesto che cosa pensasse di queste app. Le aziende terziste tengono su l’intero settore cosmetico e rappresentano in Italia un mercato molto importante. Parliamo di undici miliardi complessivi di fatturato e un peso, a livello internazionale, pari al 60% di tutto il make-up. Se vi capita di andare all’estero, magari negli Stati Uniti, provate a guardare la provenienza dei trucchi che trovate nelle grandi catene. Noterete che la maggioranza è Made in Italy, fatta principalmente in quel triangolo d’oro della cosmetica compreso tra Crema, Bergamo e Brescia, ed è probabile che la palette di ombretti che state per comprare nel negozio sulla Quinta Strada a New York l’abbia ideata e prodotta proprio l’azienda della mia amica.

Chi lavora in queste aziende deve avere a che fare ogni giorno con i clienti che chiedono colori e texture particolari e innovativi, e deve premurarsi di avere prodotti che possano essere venduti a mercati diversi, dall’Europa agli Stati Uniti, «ma da qualche tempo ci chiedono anche che vadano bene per Yuka» aggiunge la mia amica. E loro si trovano ad avere lunghe liste di ingredienti che non possono usare perché se li usassero abbasserebbero il punteggio finale del prodotto.

Da È naturale bellezza
di Beatrice Mautino
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