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  • Mercoledì 3 giugno 2026

Perché a Torino affitti e prezzi delle case sono rimasti così bassi

Sicuramente rispetto a Milano, a meno di un’ora in treno, ma anche alle altre grandi città italiane

Torino (Stefano Guidi/Getty)
Torino (Stefano Guidi/Getty)
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Se si scorrono gli annunci immobiliari degli appartamenti in vendita o in affitto a Torino ci si accorge in fretta che i costi sono molto più bassi rispetto a quelli di altre grandi città italiane come Milano, Roma, Firenze, Bologna, Napoli e Bari ma anche rispetto ad alcune città di medie dimensioni del Nord, come Padova o Bergamo. Secondo Immobiliare.it a Torino i prezzi per gli affitti sono in media intorno ai 12 euro al metro quadro, contro i 22,8 di Milano, che dista meno di un’ora di treno; per quanto riguarda le vendite a Torino il prezzo medio al metro quadro è di 2.223 euro, mentre a Milano di 5.653.

È un’anomalia di cui si discute da tempo e che si spiega con una serie di ragioni storiche ed economiche. Infatti, dalla fine degli anni Novanta, Torino ha smesso di essere una città attrattiva ed è stata, per molti anni, soprattutto un posto da cui andarsene.

Che Torino non abbia avuto la stessa crescita immobiliare di altre città italiane può sembrare sorprendente. È la quarta città del paese per popolazione, è stata la prima capitale d’Italia e, nel secondo dopoguerra, fu uno dei principali poli industriali europei grazie all’azienda automobilistica Fiat, che aveva il suo centro produttivo a Mirafiori. Per decenni Torino fu una “one company town”: una città in cui gran parte dell’economia e dell’occupazione dipendevano da una sola grande azienda. Negli anni Settanta superò il milione di abitanti ed era considerata una delle città più importanti del paese.

Quando la Fiat iniziò a ridurre la produzione e a spostare stabilimenti e investimenti altrove, Torino non riuscì a reinventarsi con la stessa rapidità di altre città industriali. A differenza di Milano, che riuscì a costruire un nuovo modello economico fondato sulla moda, sulla finanza, sul design e sui servizi avanzati, Torino rimase indietro.

Dagli anni ’80 la città fu inoltre segnata da un progressivo spopolamento, che si è arrestato solo negli ultimi anni. Questo ha fatto sì che ci fosse una grande disponibilità di case sul mercato e che i loro prezzi rimanessero abbastanza bassi, e fino a poco tempo fa non c’erano molti movimenti nel settore dell’edilizia.

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Un tentativo di rilancio della città avvenne nel 2006, in occasione delle Olimpiadi invernali, quando la città si propose come centro culturale e polo turistico. Era un esperimento inedito visto che per gran parte della sua storia novecentesca Torino fu raccontata principalmente come una città industriale.

Per finanziare il rilancio della città il comune di Torino si indebitò gravemente. La crisi del 2008 peggiorò ulteriormente la situazione rendendo molto difficile la ripresa. L’indebitamento ebbe un impatto significativo sulla spesa pubblica del comune: tra il 2005 e il 2018 furono tagliate le spese per le politiche sociali, per l’ambiente e il territorio, per l’istruzione, per i trasporti e per la cultura. «Questo indebitamento ha contribuito ad arrestare quell’ondata di trasformazione (iniziata con il rinnovo del Museo del Cinema e le riqualificazioni olimpiche) che mirava a far diventare Torino una città dei servizi, della cultura e del turismo» dice Sonia Bertolini, docente di sociologia all’Università di Torino.

Secondo i sociologi Arnaldo Bagnasco e Angelo Pichierri e lo storico dell’economia Giuseppe Berta, che hanno raccontato dell’arresto nello sviluppo della città nel libro Chi ha fermato Torino?, in quegli anni Torino attraversò una fase più difficile rispetto ad altre metropoli del Centro e del Nord. Tra il 2004 e il 2018 il numero dei disoccupati aumentò del 49 per cento, contro una media nazionale del 39 per cento. Anche la crescita della disoccupazione giovanile fu più marcata rispetto alle altre grandi città settentrionali.

A peggiorare i problemi finanziari del comune ci fu la mancata transizione di Torino da città industriale a città dei servizi. Non ci sono stati investimenti da parte di grandi aziende (come invece è accaduto a Milano) e il mercato del lavoro è rimasto stagnante. Inoltre, secondo Bertolini, in generale le aziende di Torino non riescono a recepire «le nuove richieste dei lavoratori, che oggi cercano benessere, flessibilità e qualità del lavoro oltre alla stabilità». Molti giovani lavoratori preferiscono un mercato più dinamico e vario, come quello di Milano, anche se questo significa spendere di più.

Il fatto che gli affitti a Torino siano rimasti relativamente bassi mentre in molte altre città italiane crescevano non è dipeso quindi da politiche pubbliche particolarmente efficaci nel contenerli, ma soprattutto dalle difficoltà economiche e dalla minore capacità della città di attrarre investimenti, nuovi residenti e lavoratori qualificati.

Mentre a Milano i prezzi di affitti e immobili aumentavano in modo drastico e continuo, a Torino sono cresciuti molto più lentamente, e questo mentre i collegamenti ferroviari ad alta velocità tra le due città diventavano più numerosi, efficienti e familiari alle persone. Da Porta Nuova a Milano Centrale c’è meno di un’ora di viaggio. Per questo nell’ultimo decennio, anche per via della diffusione dello smart working, una parte dei torinesi che si erano trasferiti a Milano per lavoro è tornata a vivere a Torino, facendo il pendolare. Di recente il sito Bloomberg – il cui editore ha un accordo di collaborazione e consulenza con il comune di Torino – ha raccontato le esperienze di alcuni dirigenti che hanno fatto questa scelta.

Il paragone tra Milano e Torino, pur ricorrente nel dibattito pubblico, è comunque fuorviante, perché le due città seguono da decenni percorsi molto diversi. «Milano sta esplodendo di ricchezza, con livelli di occupazione molto elevati, ma anche con forti disuguaglianze interne» spiega Giovanni Semi, sociologo all’Università di Torino. «Torino, invece, resta legata a dinamiche di crisi che rendono difficile qualsiasi confronto diretto».

Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando anche a Torino, e non necessariamente in meglio. Proprio per il fatto che Torino era più conveniente rispetto ad altre città, negli ultimi anni è aumentato il numero di studenti fuorisede: nel 2019 erano 33mila, mentre nel 2024 l’assessore all’urbanistica stimava che fossero oltre 44mila. Questo aumento ha inciso in modo significativo sul mercato immobiliare. Una parte consistente degli alloggi viene oggi affittata agli studenti, una pratica che tende a far salire i prezzi. Alla crescita della domanda, però, non ha fatto seguito un incremento dell’offerta: rispetto a dieci anni fa, quando c’erano molti appartamenti disponibili, oggi trovare casa in città è diventato più difficile.

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Per questo motivo anche i fondi di investimento immobiliare che negli scorsi anni avevano acquistato immobili da trasformare in studentati privati in grandi città universitarie come Milano, Roma e Bologna, ora stanno investendo anche a Torino.

Accanto alla crescita del mercato degli affitti studenteschi c’è stata quella degli affitti brevi, che ha riguardato tutte le grandi città italiane: secondo una ricerca presentata la scorsa estate al Politecnico di Torino, in sette anni è aumentato del 50 per cento il numero di alloggi su Airbnb a Torino. Questo è dovuto anche al fatto che sta diventando una città turistica, anche per via di alcuni grandi eventi che si tengono o si sono tenuti in città come le ATP Finals di tennis o il Salone Internazionale del Libro, le cui presenze sono molto cresciute negli ultimi anni.