Cosa sappiamo dei quattro braccianti uccisi e bruciati vicino a Cosenza

La procura sta ancora cercando di ricostruirne l'identità, mentre sono stati fermati due uomini pakistani

L'auto con a bordo i corpi carbonizzati di quattro braccianti pachistani a un distributore di carburante lungo la statale 106 ad Amendolara, sul versante ionico della provincia di Cosenza
L'auto con a bordo i corpi carbonizzati di quattro braccianti pakistani a un distributore di carburante lungo la statale 106 ad Amendolara, sul versante ionico della provincia di Cosenza (ANSA/Monica Curia)
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Due persone sono state fermate per la morte dei quattro braccianti trovati carbonizzati in un minivan in una stazione di servizio sulla strada statale 106, vicino ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Tre braccianti uccisi sono di origine afghana, uno di origine pakistana come i due fermati, portati in questura lunedì sera e interrogati. Finora la procura di Castrovillari, che coordina l’inchiesta, ha diffuso poche informazioni sulle indagini, ma secondo il questore di Cosenza Antonio Borelli si è trattato di un omicidio.

Le quattro persone, di cui non sono ancora state rese note le identità, erano braccianti agricoli che lavoravano nei campi della zona. Vivevano ad Apollinara, nell’area urbana di Corigliano, sempre in provincia di Cosenza. I corpi erano stati scoperti dai vigili del fuoco, intervenuti per spegnere l’incendio del minivan: solo dopo aver spento le fiamme si erano accorti che all’interno c’erano quattro uomini.

Fin da subito gli investigatori hanno escluso l’ipotesi dell’incidente: i quattro sarebbero stati bruciati vivi nell’auto, ma saranno le autopsie a chiarire vari aspetti della vicenda. Secondo la ricostruzione degli investigatori, nel filmato si vedono due persone che bloccano dall’esterno le portiere del minivan, mentre dal portellone posteriore viene lanciato quello che sarebbe liquido infiammabile; subito dopo si vede una fiammata e le due persone che si allontanano di corsa, poi identificate grazie alle testimonianze e alle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona.

Un quinto uomo è sfuggito alle fiamme. Si tratta di un cittadino afghano che viveva con le quattro vittime a Villapiana. Intervistato dalla redazione del Tg regionale della Calabria, ha raccontato di essersi salvato rompendo un finestrino. Secondo il suo racconto, i due fermati avrebbero chiesto del denaro per il trasporto e, di fronte al rifiuto delle vittime, avrebbero versato della benzina nell’abitacolo e dato fuoco al mezzo con gli uomini ancora dentro. Ha aggiunto di essere stato a sua volta costretto a lavorare sotto minaccia e di non essere mai stato pagato: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no».

Le indagini della procura si stanno concentrando proprio sui contrasti tra gruppi di lavoratori migranti impiegati nei campi della Sibaritide, l’area tra i monti del Pollino e della Sila, dove la raccolta stagionale di olive, agrumi, pesche e riso impiega in gran parte braccianti stranieri. Come accade in molte altre zone agricole italiane, anche nella Sibaritide la maggior parte dei braccianti non ha un contratto regolare e viene reclutata attraverso il caporalato: il sistema per cui un intermediario, il cosiddetto “caporale”, ingaggia i lavoratori, li porta nei campi e trattiene una parte della loro paga (facendo risparmiare soprattutto gli imprenditori agricoli che lo impiegano).

Secondo il rapporto Agromafie e caporalato dell’osservatorio Placido Rizzotto della Cgil, l’ultimo disponibile, nei campi italiani sono sfruttate circa 200mila persone, un quarto del totale dei braccianti. Vengono pagate in media una ventina di euro per giornate che vanno dalle 10 alle 14 ore, vivono spesso in casolari o baracche accanto ai campi, isolate e senza servizi, e molte hanno debiti con i caporali, che riscuotono i soldi anche con la violenza. In diverse zone, compresa la Calabria, i caporali sono a loro volta migranti, e i contrasti tra le reti che controllano il reclutamento sono frequenti.

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