Il problema dei nuovi dati sulle liste d’attesa, spiegato con la Basilicata

Viene presentata come la regione che più di ogni altra riesce a far visitare le persone nei tempi previsti, ma è davvero così?

(Ritesh Shukla/Getty Images)
(Ritesh Shukla/Getty Images)
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I nuovi dati sulle liste d’attesa pubblicati da Agenas, l’agenzia che monitora la sanità per conto del ministero della Salute, dicono che tra gennaio e aprile del 2026 il servizio sanitario nazionale ha rispettato i tempi massimi per visite ed esami più spesso che nel 2025. È una buona notizia, ma va presa con cautela: per come è stato pensato il sistema di raccolta dei dati infatti basta poco per ottenere risultati fuorvianti, modificando e in alcuni casi nascondendo la situazione reale. A segnalarlo è la stessa Agenas, e il caso che lo dimostra meglio è quello della Basilicata.

Le liste d’attesa sono da anni uno dei problemi più sentiti della sanità pubblica italiana. Chi ha dovuto prenotare una visita specialistica o un esame sa che spesso le scadenze previste non vengono rispettate: nei casi peggiori l’attesa può durare diversi mesi, a volte più di un anno. Per affrontare il problema, nel luglio del 2024 il governo ha approvato un decreto che tra le altre cose ha istituito una piattaforma nazionale per raccogliere i dati delle prenotazioni inviati dalle regioni. La piattaforma permette di leggere i dati regione per regione, non solo aggregati a livello nazionale.

Il punto di partenza per capire perché i dati vanno letti con attenzione è la classificazione delle prenotazioni. Quando un medico prescrive una visita o un esame indica sulla ricetta quanto è urgente l’appuntamento, con una lettera. La U vuol dire urgente, da garantire entro 72 ore; la B indica una priorità breve, entro 10 giorni; la D una prestazione differibile, entro 30 giorni; la P una prestazione programmata, entro 120 giorni. È quest’ultima ad avere il margine più ampio: una prestazione classificata come programmata si considera nei tempi anche se viene fissata a quattro mesi di distanza. Più prenotazioni una regione mette in classe P, più le è facile risultare puntuale.

Il caso della Basilicata è esemplare. Nei nuovi dati è la regione più puntuale d’Italia per le prime visite specialistiche: rispetta i tempi massimi nel 98,8 per cento dei casi, molto più della media nazionale. Ma è anche la regione che colloca in classe P, quella meno urgente, l’85,5 per cento delle prenotazioni. Per avere un termine di paragone: in Toscana le prenotazioni in classe P per le prime visite sono il 7,8 per cento, in Piemonte l’8,2 per cento. Un caso simile è quello della Campania, che mette in classe P l’80,1 per cento delle prenotazioni e ottiene buoni risultati sia sulle prime visite sia sugli esami.

Anche se questa differenza così marcata condiziona in modo evidente tutti i risultati e le classifiche della piattaforma nazionale, per ora Agenas si è limitata a dire di conoscere il problema. Nei report ha spiegato che una quota così alta di prestazioni classificate come programmate «non appare coerente» con prime visite o esami che non siano semplici controlli, e che per questo ha avviato un confronto con le regioni per capire da cosa dipenda.

Le cause possibili sono diverse: differenze nell’organizzazione, abitudini dei medici nel compilare le ricette o esplicite indicazioni date dalle regioni, modi diversi di registrare i dati, oppure reali differenze nei bisogni di cura della popolazione. L’obiettivo, dice l’agenzia, non è mettere in dubbio i miglioramenti, ma capire se le priorità vengano assegnate in modo appropriato.

Anche se vanno letti con queste premesse, i dati dicono che in tutta Italia la quota di appuntamenti dati nei tempi per le prime visite è passata dal 76,1 al 78,7 per cento tra il primo quadrimestre del 2025 e quello del 2026; per gli esami diagnostici dall’83 all’84,7 per cento. Nei soli primi quattro mesi del 2026 la piattaforma ha registrato circa 10 milioni di prenotazioni, di queste circa 2 milioni sono rimaste fuori dai tempi previsti. La media nazionale, però, nasconde situazioni molto diverse. La colonscopia urgente viene garantita nei tempi solo nel 36,9 per cento dei casi, l’elettromiografia nel 34,8 per cento, la risonanza magnetica dell’addome nel 35,3 per cento.

Il caso della classe P mostra tra le altre cose perché il solo rispetto dei tempi non sia sufficiente a dire se la sanità di una regione funzioni oppure no. Per valutarlo, spiega Agenas, vanno guardati anche altri indicatori: quanto è accessibile il sistema di prenotazione e quante prescrizioni si trasformano davvero in appuntamenti. Su quest’ultimo punto i dati mostrano che in tutta Italia alla ricetta del medico segue una prenotazione solo nel 50,3 per cento delle prime visite e nel 54,4 per cento degli esami, con grandi differenze tra regioni. Anche in questo caso Agenas dovrà fare approfondimenti per capire cosa nasconde questo dato.

Spostare le prestazioni verso la classe meno urgente, del resto, non è l’unico modo in cui i dati delle liste d’attesa possono risultare migliori della realtà. Negli anni ne sono stati usati diversi. Uno di questi è il cosiddetto blocco o chiusura delle agende: i portali e i call center non mettono a disposizione nessun appuntamento, nemmeno a mesi o anni di distanza. Chi prova a prenotare semplicemente non trova posto, in questo modo se non viene fatta una prenotazione non verrà mai registrato un ritardo. È una pratica vietata dalla legge — le strutture pubbliche devono sempre avere appuntamenti disponibili, eventualmente rivolgendosi ai privati convenzionati — ma diffusa. Dipende in parte dalla carenza di personale e dalla cattiva organizzazione, in parte da medici che non rendono disponibili le proprie agende al sistema di prenotazione unico.

Un altro espediente consiste nel chiedere al paziente di richiamare nelle settimane successive per vedere se nel frattempo si è liberato un posto. Così l’attesa registrata dai dati comincia ufficialmente solo quando l’appuntamento viene fissato e non dalla prima telefonata: i tempi risultano più brevi di quanto siano davvero.