Girare un cortometraggio in tre ore, tra sconosciuti

È l'obiettivo del laboratorio di cinema amatoriale ideato dal regista francese Michel Gondry, che in questi giorni l'ha portato per la prima volta in Italia

di Giuseppe Luca Scaffidi

Michel Gondry in uno dei set del laboratorio L'Usine de Films Amateurs allestiti alla scuola Holden di Torino (Filippo Verza)
Michel Gondry in uno dei set del laboratorio L'Usine de Films Amateurs allestiti alla scuola Holden di Torino (Filippo Verza)
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Nel primo pomeriggio di giovedì venti persone che non si erano mai viste prima si sono incontrate in un’aula della scuola Holden di Torino e nel giro di tre ore hanno scritto, interpretato, diretto e proiettato un cortometraggio. Erano uno dei trenta gruppi selezionati per partecipare all’Usine de Films Amateurs, il laboratorio di cinema itinerante ideato dal regista francese Michel Gondry, autore di culto che si fece notare all’inizio degli anni Novanta grazie ad alcuni dei videoclip più influenti del decennio, tra cui quelli di “Human Behaviour” di Björk e “Around the World” dei Daft Punk. Nel 2005 vinse il premio Oscar alla miglior sceneggiatura originale per Se mi lasci ti cancello, una delle più apprezzate e originali commedie del Ventunesimo secolo, nonché quella col titolo peggio tradotto in italiano.

Gondry creò l’Usine de Films Amateurs nel 2007 per mettere in discussione l’idea di cinema come settore specialistico, chiuso e frequentato unicamente da una cerchia ristretta di addetti ai lavori. Da allora lo ha portato in varie città del mondo, tra cui Marsiglia, New York, Tokyo, Montreal e Buenos Aires. Quella di Torino, iniziata lo scorso 22 maggio e in corso fino al 31, è la prima edizione italiana.

Come suggerisce il nome, il dilettantismo è una parte essenziale del laboratorio: Gondry invita i partecipanti a divertirsi, a prendere spunto dalle proprie storie personali e a manipolare e montare il meno possibile il materiale che producono.

Sono consigli che riflettono in parte la sua visione del cinema, notoriamente influenzata dalla filosofia “do it yourself” tipica del punk. L’ostentata amatorialità di alcune scelte di regia, la predilezione per le scenografie costruite a mano e l’utilizzo di tecniche analogiche come la stop-motion sono da sempre tratti distintivi dei suoi film: per esempio, Se mi lasci ti cancello è stato girato interamente con luce naturale e, per ottenere un effetto più realistico e spontaneo, Gondry ha filmato alcune scene in piano sequenza, cioè senza interruzioni.

Michel Gondry (Filippo Verza)

Studiare cinema o aver già lavorato su un set non è necessario, anzi, l’obiettivo ideale è coinvolgere dei dilettanti assoluti. Per partecipare basta iscriversi fino all’esaurimento dei posti disponibili, e la partecipazione è gratuita. Nell’edizione di quest’anno i posti erano 600, e le persone ammesse sono state divise in 30 gruppi da 20: tre gruppi al giorno. Negli ultimi 19 anni l’Usine de Films Amateurs ha realizzato più di 5mila corti: Gondry dice di averli visti personalmente tutti.

È un progetto a cui tiene evidentemente moltissimo: in questi giorni capita spesso di vederlo passeggiare negli spazi della Holden, fermarsi a chiacchierare con i partecipanti e sbirciare incuriosito il loro lavoro. «La parte affascinante è che partono da ragionamenti totalmente diversi da quelli che si farebbero in contesti professionali», dice Gondry. «Il procedimento creativo viene in un certo senso ribaltato: prima ancora di buttare giù il soggetto scelgono il genere, poi il titolo. Solo a quel punto cominciano a condividere spunti di trama, a volte anche interessanti».

Per esempio, tra i corti realizzati in questi giorni c’è un mockumentary (cioè un finto documentario) western in cui due pistoleri con una certa esperienza in fatto di furti e assalti alle carovane commentano in tempo reale la prestazione di alcuni “colleghi” che rapinano un saloon, analizzandone gli aspetti tecnici con una certa severità.

Michel Gondry su uno dei set della Scuola Holden (Filippo Verza)

Il lavoro di ogni gruppo è seguito direttamente da due tutor formati dallo stesso Gondry. I venti partecipanti vengono disposti in cerchio, si presentano e dedicano la prima ora e mezza a definire il corto che realizzeranno. Il primo passaggio è la scelta del genere: vengono scritte diverse proposte su una lavagna (thriller, azione, fantascienza, romantico e così via), e alla fine si votano a maggioranza. Per ottenere risultati più divertenti e imprevedibili Gondry incoraggia a ibridare più generi, meglio ancora se lontanissimi tra loro: nella sessione vista dal Post, ha vinto il “cinepanettone horror”.

Subito dopo, con le stesse modalità, bisogna decidere il titolo. Com’è facile intuire è una delle fasi in cui si ride di più, visto che le proposte eccentriche non mancano: alla fine, tra Viva la fifa e Natale in Transilvania, l’ha spuntata Se mi lasci ti macello: a qualcuno piace freddo. 

(Il Post)

Segue una fase di condivisione di idee di una ventina di minuti, in cui ciascuno prova ad abbozzare una trama che sia coerente con il titolo. I partecipanti si lasciano ispirare da vari elementi: gli stereotipi e le soluzioni narrative tipiche dei generi che hanno scelto, l’attualità o, più banalmente, i set che hanno a disposizione per girare. Nella Holden ne sono stati allestiti 14, tra cui il vagone di un treno in corsa, una sala interrogatori, una camera da letto e un’infermeria.

Il gruppo ha proposto varie idee, ma alla fine ha optato per una storia «alla Deodato». La trama, in sintesi. Una coppia in crisi decide di tornare, per l’ennesima volta, a trovare i parenti di lei in Calabria per le vacanze di Natale: sono tutti cannibali, ma lui non l’ha mai saputo. Durante la vacanza lui la lascia, e lei decide di vendicarsi. Non finirà bene.

(Il Post)

Si passa poi alla votazione dei ruoli: operatore di macchina, attori e chi si occupa della realizzazione dei cartelloni con i titoli di testa e di coda, oltre ai vari “credits”. Le battute bisogna improvvisarle sul momento, visto che il tempo per scrivere una vera e propria sceneggiatura non c’è.

Ogni sequenza può essere girata una sola volta, preferibilmente senza tagli, e le eventuali imprecisioni (battute dimenticate, rotture della quarta parete involontarie, risate) vanno mantenute. Il materiale prodotto viene infine montato da uno dei tutor e, al termine, tutti i partecipanti si ritrovano in una piccola aula cinema allestita all’interno della scuola Holden per vedere insieme il cortometraggio appena realizzato. A volte (ma non sempre), alle proiezioni partecipa anche Gondry. Fino a qualche anno fa i corti venivano riversati su DVD in edizioni personalizzate, con tanto di copertine disegnate a mano dai partecipanti. Oggi invece vengono caricati su un sito consultabile soltanto da Gondry e dagli iscritti.

I partecipanti guardano il corto che avevano girato poco prima (Il Post)

I membri del gruppo erano tutti appassionati di cinema, ma non avevano esperienze lavorative pregresse nel settore. Hanno deciso di partecipare per i motivi più disparati. Giorgia, che ha diretto il corto, è un’artista di circo contemporaneo che non aveva mai tenuto in mano una macchina da presa. Ha saputo del laboratorio sbirciando il profilo Instagram di Gondry, che è uno dei suoi registi preferiti.

Andrea, l’attore che ha interpretato il protagonista di Se mi lasci ti macello, studia a Torino e ha vent’anni. Vuole fare il regista, ed è terrorizzato dalla possibilità che l’intelligenza artificiale generativa possa limitare al minimo il contributo umano nell’industria del cinema: «I tempi sono quelli che sono, ogni occasione per realizzare un film nel modo più originale, umano e artigianale possibile me la tengo stretta. Tipo questa».

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