Il miglior giocatore della NBA è anche il suo miglior simulatore?
Molti accusano Shai Gilgeous-Alexander di accentuare o fingere certi contatti, e i suoi Oklahoma City Thunder di essere aiutati dagli arbitri

Quest’anno il giocatore di basket canadese Shai Gilgeous-Alexander è stato nominato per la seconda volta consecutiva MVP (cioè miglior giocatore) della NBA. Alla sua squadra, i campioni in carica degli Oklahoma City Thunder, manca una vittoria contro i San Antonio Spurs per raggiungere le finali del torneo. Da ormai due anni, Alexander e la sua squadra sono insomma quelli da battere, e lo stanno dimostrando anche nella serie spettacolare ed equilibrata contro gli Spurs, nella quale sono in vantaggio per 3 vittorie a 2 (chi vince per primo 4 partite, passa il turno).
Eppure, anche perché ormai sono diventati così vincenti, i Thunder vengono spesso criticati. Si dice spesso che gli arbitri siano più indulgenti con loro e che Alexander – il loro giocatore simbolo – simuli troppo. Per dire, durante una delle sue ultime partite una tifosa avversaria gli ha mostrato una statuetta da Oscar, con sopra la scritta “best flopper”, cioè “miglior simulatore”. Sono accuse esagerate, che vengono anche dal modo unico (e furbo) con cui gioca Alexander; ma non sono nemmeno campate per aria, anche perché le simulazioni in NBA sono un problema che esiste ed è strutturale.
Per capire meglio le critiche mosse ad Alexander, si può partire dal soprannome che gli è stato dato più spesso nelle ultime due stagioni: free throw merchant, cioè “mercante di tiri liberi”. È un’espressione usata in modo dispregiativo per indicare un giocatore che segna molti punti cercando – in alcuni casi simulando – dei falli, per avere più tiri liberi. Sono quelli che si fanno da soli, senza difesa e da una posizione fissa vicino al canestro, e che quindi sono considerati “punti facili”.
In effetti Alexander segna tanto con i tiri liberi e in campo ha un atteggiamento che può risultare fastidioso. Solo in questi playoff è caduto per terra il doppio delle volte dei suoi avversari dopo aver tentato un tiro dal campo, e spesso gli è stato fischiato un fallo (che di solito comporta due tiri liberi, per capirci).
Alexander insomma può davvero dare l’impressione di essere un giocatore scorretto, e pure avvantaggiato dagli arbitri. Non è l’unico, per cominciare: in NBA tanti giocatori portano in campo un certo livello di furbizia, visto che la stessa lega non è particolarmente severa sul flopping. Esistono multe per le simulazioni, ma sono basse e raramente applicate, e in generale l’NBA privilegia spesso i suoi giocatori migliori, anche a costo di un’applicazione meno rigida delle regole stesse. Adam Silver, il capo dell’NBA, ha persino detto che «ai giocatori viene insegnato a simulare i falli».

Shai Gilgeous-Alexander tira un tiro libero durante gara-1 delle finali di Western Conference contro i San Antonio Spurs, 18 maggio 2026 (AP Photo/Nate Billings)
Ridurre l’attacco di Shai Gilgeous-Alexander a certe simulazioni e ai tiri liberi sarebbe però quantomeno riduttivo. Anzitutto perché non è il giocatore che tira più tiri liberi in NBA: in regular season – la prima parte di campionato, dove tutti giocano più o meno lo stesso numero di partite – ha sì segnato più tiri liberi di tutti, ma è stato solo il quarto giocatore per tiri liberi tentati, con nove a partita. Sono tanti, ma comunque meno di quelli di Luka Doncic, Giannis Antetokounmpo e Deni Avidja: tre giocatori molto forti, ma quasi mai criticati per la quantità di tiri liberi che guadagnano.
Al massimo Alexander è un giocatore molto bravo a convertire quei tiri liberi in punti. Ma questo perché è generalmente un ottimo tiratore: dovunque tiri, è sempre migliore della media dell’NBA. E lo è soprattutto per il modo eccezionale con cui sa muoversi in campo, e trovare spazi e angoli impensabili per altri.
Alexander è eccezionale proprio perché è… un’eccezione: in una lega dove si tira sempre di più da tre, cioè da fuori area, e si schiaccia parecchio, lui si muove e tira soprattutto da dentro l’area, da una distanza intermedia.
Soprattutto si muove nell’area avversaria con una flessibilità, una destrezza e una capacità di accelerare e decelerare fuori dal comune per un giocatore della sua stazza (è alto quasi due metri). A volte fa movimenti piuttosto estremi, arrivando pure con la gamba parallela al pavimento.
L’ex giocatore Steve Nash ha detto che con questi movimenti Alexander «manipola» i suoi avversari, facendoli cadere in errore e poi approfittandone – segnando o inducendoli a fare fallo.
E anche se non ha un fisico molto robusto (per la media della NBA, s’intende), il suo modo di giocare è sorprendentemente fisico e porta spesso al contatto con chi lo marca. Una delle sue azioni tipiche, per capirci, è il bump stepback, con cui finge di andare in avanti, spinge leggermente il difensore, poi si stacca all’indietro rapidamente, crea spazio e tira.
C’è poi da dire che cercare un fallo non è per forza scorretto. Far notare il contatto all’arbitro è anche un’abilità. Secondo J.J. Redick, l’allenatore dei Lakers, è questo «l’elemento che fa la differenza per quasi tutti i giocatori da 30 punti nella storia della NBA. Solo che oggi ci sono i montaggi su Twitter, tutto qui». Montaggi, s’intende, che mettono insieme solo le simulazioni e le esagerazioni, dando l’idea che un giocatore (o una squadra) giochi sporco o venga favorito dagli arbitri.
Molti tifosi hanno infatti questa percezione su tutta la squadra di Oklahoma, anche perché nella serie tra Thunder e Spurs ci sono stati alcuni errori arbitrali, alcuni effettivamente favorevoli a Oklahoma. Eppure, nelle prime cinque partite, sono stati gli Spurs ad avere avuto più tiri liberi: 143 contro 132. Come nel caso di Shai Gilgeous-Alexander, questa percezione potrebbe essere legata soprattutto allo stile di gioco dei Thunder, una squadra molto intensa e aggressiva, che spesso gioca in modo furbo al limite del regolamento.
– Leggi anche: Come funziona l’ottima difesa dei Thunder



