Ora in carcere possono esserci agenti infiltrati
Con l'ultimo “decreto sicurezza” il governo ha esteso per la prima volta le operazioni sotto copertura anche alla polizia penitenziaria

È stato da poco convertito in legge l’ultimo “decreto sicurezza”, approvato dal governo a febbraio, che tra le altre cose introduce la figura dell’agente sotto copertura in carcere. Significa che alcuni agenti della polizia penitenziaria possono entrare in carcere in incognito, come infiltrati, per indagare su eventuali reati compiuti dai detenuti dentro il carcere: soprattutto reati di terrorismo, ma anche reati molto più comuni.
È una grossa novità: le attività sotto copertura sono già permesse a polizia, carabinieri e guardia di finanza per facilitare le indagini su alcuni reati, ma non sono mai state formalmente legali all’interno del carcere. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si occupa di diritti delle persone detenute, dice che è successo anche in passato che agenti in incognito facessero indagini in carcere, ma che «nessuno lo aveva mai messo per iscritto perché è fuori dalla logica del carcere»; il ministero della Giustizia ha negato che sia mai successo qualcosa di simile.
Il motivo per cui Gonnella dice che le operazioni sotto copertura sono incompatibili col carcere è che è un posto in cui tutte le attività dovrebbero essere rivolte all’obiettivo di reinserire le persone detenute nella società libera, evitando che compiano di nuovo reati. Gonnella ritiene che operazioni di questo tipo tolgano trasparenza al sistema, e minino un principio fondamentale per il reinserimento delle persone detenute: quello della creazione di un rapporto di fiducia con le istituzioni. Il garante dei diritti dei detenuti del Lazio le ha definite «un pericolo».
Interpellato per rispondere a queste critiche, il ministero della Giustizia ha detto al Post di considerare essenziali, tra i presupposti del recupero di un detenuto, «la legalità e la sicurezza».
Anche in carcere le operazioni sotto copertura potranno essere attuate solo da unità specializzate: in questo caso dai nuclei investigativi, le varie unità che dipendono dal Nucleo investigativo centrale (NIC), un reparto specializzato della polizia penitenziaria che indaga su criminalità organizzata e terrorismo.
Ci sono limitazioni anche sul tipo di reati su cui la polizia penitenziaria può svolgere operazioni sotto copertura: oltre ai reati di terrorismo, può farlo anche per indagare su reati di tortura e violenza sessuale. La lista però comprende anche reati come corruzione, concussione, procurare telefoni alle persone detenute o agevolarne l’evasione, ma anche lo spaccio di droghe illegali, che è estremamente comune in carcere. Significa in sostanza che si potrà fare largo uso degli agenti sotto copertura in carcere.
L’aspetto più rilevante della legge è quello su cui si sanno meno cose: cioè come avverranno le operazioni sotto copertura. Gonnella, di Antigone, dice che la legge appena approvata apre alla possibilità che ci siano «agenti infiltrati che si fingono volontari o educatori: in altre parole, delle spie», creando quello che ha definito «un clima torbido» nelle carceri, già notoriamente in condizioni critiche.
A una richiesta di spiegazioni, il ministero della Giustizia si è rifiutato di dare dettagli, dicendo che le operazioni sotto copertura sono «segrete», e quindi «non se ne può parlare per natura intrinseca». Il ministero ha detto che le operazioni verranno «disposte dall’autorità giudiziaria» e concordate «in base alle esigenze investigative».
Non è chiaro nemmeno in quali carceri potranno essere disposte le operazioni: la legge non fa nessuna distinzione tra i regimi di detenzione, come l’Alta sicurezza o il 41-bis, il cosiddetto “carcere duro”, previsto per i reati di terrorismo a cui le operazioni sotto copertura dovrebbero essere in prevalenza rivolte. E non distingue tra i tipi di carcere: non si sa, per esempio, se le operazioni sotto copertura potranno essere svolte anche nelle carceri minorili.
Un altro aspetto molto discusso riguarda il modo in cui le operazioni sotto copertura potrebbero ridurre l’autorevolezza dei direttori e delle direttrici delle carceri, che almeno finora sono sempre state figure autonome, garanti della sicurezza e dell’efficacia delle singole carceri, e in alcune occasioni promotori di iniziative che ne hanno migliorato le condizioni.



