A pesca di astici in Maine

«È a questo punto che entra in scena Giulia. Ha una salopette arancione uguale alla mia, si china ad aprire la nassa e ne tira fuori granchi e pesci, subito ributtati in mare; diverso invece è il destino degli astici. Io osservo senza sapere cosa ci faccio lì, con la sensazione che, in un'altra vita possibile, ad aiutare Josh avrei potuto esserci io».

Giulia impila alcune nasse vuote su un ripiano a poppa della barca, nel porto di Bar Harbor, Maine (foto Iacopo Russo)
Giulia impila alcune nasse vuote su un ripiano a poppa della barca, nel porto di Bar Harbor, Maine (foto Iacopo Russo)
Iacopo Russo
Iacopo Russo

Corregge articoli, newsletter e podcast del Post, a volte scrive. Ha un dottorato in ingegneria dall'università di Cambridge. È nato a Milano e ci vive, dopo un po' di anni in Inghilterra e qualche tempo negli Stati Uniti.

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Indosso una felpa leggera, scarpe da trekking, una salopette cerata di colore arancione brillante e un paio di grossi guanti di gomma. La barca avanza veloce assecondando l’andamento erratico delle onde, poi rallenta e si ferma accanto a una boa rosa a strisce gialle. Josh, il capitano, abbandona il timone, fa due passi verso il parapetto della barca, si sporge e acchiappa la boa con un mezzo marinaio. La tira a sé facendo affiorare la cima, poi afferra la cima e le fa fare due giri attorno a un piccolo argano a prua, sul fianco destro della barca. Tira una leva per azionare il motore dell’argano e la cima comincia ad avvolgersi attorno al tamburo, tirando su ciò che fino a poco prima si trovava appoggiato sul fondale dell’oceano, cinquanta metri più in basso.

Io osservo senza sapere bene cosa ci faccio lì e allo stesso tempo con la sensazione che, in una versione del tutto diversa eppure non impossibile della mia vita, forse ad aiutare Josh avrei potuto esserci io.

Dal mare emerge una gabbia di acciaio verniciata di verde, un parallelepipedo grande più o meno come un tavolino da caffè, con le maglie larghe due o tre dita. All’interno è divisa in scompartimenti che sembrano stanze di un albergo, con “muri” in rete d’acciaio, buchi e altre piccole reti arancioni di tessuto che fanno da porte. Lì sono andati a incastrarsi vari abitanti marini: piccoli pesci e granchi, una sogliola e, soprattutto, alcuni grossi crostacei nerastri con chele maestose. Sono i famosi astici del Maine.

Josh alle prese con gli astici sulla barca vicino al porto di Bar Harbor, Maine, luglio 2025 (Iacopo Russo)

È a questo punto che entra in scena Giulia, il prezioso equipaggio di Josh. Con una salopette arancione uguale alla mia e due solidi stivali di gomma, si china ad aprire la gabbia (la nassa, per dirla con la lingua dei pescatori), che intanto è stata fatta scivolare lungo il lato destro della barca verso poppa; poi, con gesti rapidi, comincia a tirare fuori gli animali intrappolati. I granchi, i pesci e la sogliola vengono ributtati in mare; diverso invece è il destino degli astici.

La prima cosa che Giulia controlla, dopo avere preso in mano un individuo, è se c’è una tacca su una delle pinne della coda. È un’incisione che viene fatta dai pescatori ogniqualvolta tirano su una femmina con le uova per segnalare agli altri che quell’individuo è fertile. E infatti quando Giulia vede la tacca, ributta il crostaceo in mare. Altrimenti, con una sorta di righello di metallo, misura la distanza dagli occhi alla fine dell’addome: se l’astice è troppo piccolo o troppo grande viene liberato, per rispettare le regole dello stato del Maine. Se invece rientra nelle dimensioni consentite, e non è una femmina con le uova, si può tenere.

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Ho conosciuto Giulia al secondo anno di liceo, a Milano. Quando vado a trovarla in Maine, a quasi 6 mila chilometri di distanza, è una luminosa settimana di luglio di circa quindici anni dopo. Josh è suo marito, si sono sposati da poco, Giulia ha la green card ed è in attesa di ricevere la cittadinanza statunitense. Vivono in una casa in mezzo ai boschi sulla Mount Desert Island, una delle poche isole abitate del Maine. Lo stato è nell’angolo nord orientale degli Stati Uniti, al confine con il Canada, e la sua costa ha oltre 4 mila isole, abitate – più che da persone – da estesissime foreste di conifere.

Una vista di Mount Desert Island da uno dei sentieri dell’Acadia National Park, Maine, luglio 2025 (Iacopo Russo)

In Maine Giulia vive ormai dal 2018. Prima di arrivarci, per qualche anno era stata per me quell’amica aspirante biologa marina che adotta la scusa di studiare le creature del mare per passare le estati in posti magnifici, suscitando l’invidia di tutti: posti come le Bahamas (per fare ricerca su squali e razze), il Madagascar (per la barriera corallina) o Madeira (per diventare una guida subacquea). A Bar Harbor invece, il principale centro abitato di Mount Desert Island, c’è il College of the Atlantic, l’università che ha attirato Giulia in Maine per un master. La sua tesi si è concentrata sulle regole informali, stabilite in autonomia tra i pescatori, che nel tempo hanno aiutato a garantire la sostenibilità economica e ambientale della pesca di astici. Per scriverla è dovuta salire su molte barche e intervistare vari pescatori: tra questi un trentacinquenne alto, gentile, con una folta barba bionda, un pescatore nato sull’isola e che l’isola non aveva mai lasciato, se non per brevi visite in alcune città americane. Di quest’uomo, cioè di Josh, Giulia si è innamorata, ed è così che dallo studio dei pescatori è finita per diventarne una lei stessa.

Il profilo di Giulia in un libro intitolato True Stories from Women of the Sea trovato in una libreria di Bar Harbor, Maine (Iacopo Russo)

Ora impugna un utensile simile a un paio di forbici: lo usa per prelevare due piccoli ma spessi elastici blu, che avvolge attorno a ognuna delle due chele dell’animale, per tenerle chiuse. A quel punto ripone l’astice in un’enorme vasca al centro della barca, e fa lo stesso per tutti quelli che rimangono nella nassa: a volte sono tre, a volte anche dieci. Cambia l’esca, cioè pezzi di pesci morti che attirano gli astici, richiude la gabbia e la ributta in mare. Lei e Josh torneranno fra qualche giorno o settimana, quando la nassa si sarà riempita di nuovo.

Giulia è la persona con cui, da adolescenti, ho guardato il film Into the Wild e ho cominciato a sviluppare la velleità vaga – e tipicamente adolescenziale – di rifiutare gli ideali borghesi della carriera e del successo, per inseguire la conoscenza e il contatto primitivo con la natura. Abbiamo fatto il primo passo insieme, partendo da Milano dopo il liceo e andando a studiare all’estero, in cerca di avventura. La mia mi ha fatto tornare al punto di partenza, seduto davanti a un computer nella redazione di un giornale; lei invece solca le onde dell’Atlantico su un peschereccio.

(Iacopo Russo)

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Su quella barca, quella settimana di luglio, devo apparire come un ospite impacciato; non posso fare granché per aiutare – rallenterei le operazioni – quindi guardo Giulia e Josh al lavoro, e mi viene da paragonare il loro al mio, di lavoro. Sedia, tastiera, mouse, schermo, a volte una matita e un taccuino; una stanza dentro un edificio che protegge dalle intemperie, gambe che camminano su una superficie stabile, il rumore delle ventole dell’impianto di aerazione e delle dita che battono sulle tastiere, la generale assenza di odori. Qui invece è tutto uno spumare di onde, il sole batte caldo sulla nuca e il vento scompiglia i capelli, il pavimento è in continuo movimento. All’odore di pesce e di mare non ci si abitua, e ogni strumento ha la sua funzione particolare, dall’argano agli elastici per le chele.

Giulia mette in ordine una cima sulla barca (foto di Josh)

Nelle pause tra il recupero di una nassa e l’altra, tempesto la mia amica di domande. Fatico a capacitarmi di come due persone, partendo esattamente dallo stesso punto, possano finire a fare vite tanto diverse. Da questa fatica germoglia una curiosità a tratti morbosa, che inizialmente non riesco a spiegarmi.

«A me piace stare in mare», mi dice lei, candidamente. Può apparire romantico, ma il lobsterman è un mestiere duro. Lei e Josh si svegliano alle 4 del mattino. Prendono la macchina e arrivano al porto di Bar Harbor, dove tengono la barca. Quante ore poi stiano in mare dipende da dove devono andare. I lobsterman di ogni porto hanno le proprie zone, dove possono buttare a mare le nasse, che ritroveranno grazie alle cime e alle boe con i propri colori (anche Giulia ne ha alcune: hanno i colori della bandiera italiana). Invadere le zone degli altri può essere pericoloso. Il meglio che ti può succedere è che ti taglino la cima, così non puoi più ritrovare la nassa; ma può andare peggio (le leggi del Maine sul possesso di armi da fuoco sono tra le più permissive degli Stati Uniti).

Josh e Giulia sono il primo anello di una lunga catena che porta nei piatti del cliente finale un prodotto considerato di lusso. Vendono gli astici ai grossisti in media a 6 dollari alla libbra (circa 12 euro al chilo). Al ristorante un astice intero costa anche più del doppio; invece la carne già cotta e pronta per il consumo (come quella utilizzata per i famosi lobster roll locali, cioè i panini con l’astice) è venduta ad almeno 40 dollari alla libbra, quasi 80 euro al chilo.

Per quanto il prodotto sia di lusso, i lobsterman sono gli eroi umili della storia. Josh e Giulia vorrebbero formare una cooperativa per condividere alcune delle spese (come l’esca) e avere maggior potere di contrattazione, ma gli ostacoli sono molti: il principale è la mancanza di spazio per costruire le strutture necessarie, dato che i terreni con accesso all’acqua sono stati in larga parte privatizzati negli ultimi decenni, venduti a persone facoltose che volevano una casa di vacanza con vista mare, e i prezzi sono saliti molto. Giulia vende ogni weekend alcuni astici direttamente ai consumatori in un farmer’s market (oltre a barattarli spesso con amici e conoscenti in cambio di cose come ostriche, vestiti, piante, sciroppo d’acero, interventi dell’elettricista), ma i volumi sono inevitabilmente piccoli. E poi, mi ripete, «a me piace stare in mare, non a chiacchierare coi clienti».

Colori sgargianti per attirare i clienti al farmer’s market (Iacopo Russo)

Tutte queste cose Giulia me le racconta con una specie di sorriso trattenuto, di gioia sommessa. A volte gli amici di lunga data, specie se si vedono poco, raccontano di sé cercando anche di capire cosa pensi l’altro delle proprie scelte e del proprio stile di vita, e se li approvi; in lei non traspare niente di tutto questo. Non percepisco nei suoi racconti traccia di esibizionismo né la ricerca di approvazione, ma solo una freschezza che non saprei definire e che ha a che fare con il desiderio di condividere un tesoro che si è trovato.

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Quando torniamo in porto abbiamo una quindicina di casse ricolme di astici. Giulia ne tiene un paio da parte, da portare con noi per la cena. Prima di avviarci a casa, passeggiamo un po’ per Bar Harbor. È una cittadina graziosa, con le case in legno colorato tipiche della campagna americana, e tanti negozi di souvenir del Maine e soprattutto dell’Acadia National Park. L’Acadia è uno dei pochi parchi nazionali sulla costa orientale degli Stati Uniti, e occupa circa la metà di Mount Desert Island. Attira qui moltissimi appassionati di trekking dalle grandi città come Boston e New York. Giulia mi dice che questo ha creato a Bar Harbor un effetto simile a quello di molte città europee, con il più degli alloggi dedicati agli affitti brevi e prezzi insostenibili per studenti e residenti.

La luce dell’alba sulle case lungo Main Street a Bar Harbor, Maine, giugno 2022 (AP Photo/Robert F. Bukaty)

La casa di Giulia e Josh è a mezz’ora di macchina dal paese, nella cosiddetta backside, la parte dell’isola meno frequentata dai turisti. Svoltando dalla strada principale si percorre un breve sentiero di ghiaia e si arriva a un enorme spiazzo: in mezzo c’è una casa di legno a due piani; sulla destra uno slargo ricolmo di nasse e di cime, con due enormi pick-up parcheggiati; a sinistra invece un orto e alcune recinzioni dove Giulia alleva galline, quaglie e faraone. Intorno c’è il bosco, e nei momenti di silenzio si sente anche il gorgogliare di un ruscello. La sensazione che ho è quella di essere in un film, forse Into the Wild se non fosse finito male. Ho anche l’impressione di trovarmi in un luogo progettato apposta per essere il più possibile diverso dal mio ordinato e quadrato appartamento milanese, con il motorino elettrico in cortile e la monstera dalle foglie ingiallite in un angolo del salotto.

In cucina tiriamo fuori gli astici dal sacchetto. Quando vengono presi in mano, agitano la coda e le chele. La presenza delle chele è il modo più semplice per distinguere l’astice americano (Homarus americanus) dall’aragosta che si trova più comunemente in Italia (Palinurus elephas). Un trucchetto letterario per ricordarsi la differenza è guardare la copertina di Considera l’aragosta di David Foster Wallace, su cui è raffigurato, notoriamente, un astice. (In realtà la copertina è più corretta del titolo, perché l’articolo di Wallace che dà il titolo alla raccolta – pubblicato nel 2003 sul mensile americano di cucina Gourmet – parla proprio del festival dell’astice che si tiene in Maine tra luglio e agosto).

Una cassa ricolma di astici con gli elastici blu a chiudere le chele (Iacopo Russo)

Mentre assisto alla cottura dell’astice è impossibile non ripensare a quell’articolo, che critica la disinvoltura con cui gli umani uccidono – nel caso dell’astice in modo particolarmente crudele, cioè bollendolo vivo – un essere in grado di sentire e di soffrire, per quanto ne sappiamo. Quel saggio, insieme a tante altre cose dette e scritte sul benessere animale, mi ha portato negli ultimi anni a seguire una dieta perlopiù vegetariana. Ma in quel momento, mentre Giulia prepara e serve la cena (solo a noi due perché Josh, ironicamente, è allergico ai crostacei), dalla mia bocca non esce alcuna protesta.

Mi trattengo non solo perché Giulia è una mia cara amica, perché sono ospite in casa sua e perché temo di portare a galla differenze che potrebbero allontanarci; ma anche perché, nel vederla molto più vicina al mondo animale e naturale di quanto non sia io, mi viene spontaneo affidarmi al suo giudizio, piuttosto che a quello di intellettuali che vivono in grandi città e fanno la spesa al supermercato, sul modo giusto di relazionarsi con quel mondo. E in quel momento pare che sia giusto mettere un astice vivo in una pentola bollente, e poi mangiarne la carne rompendo il carapace con appositi utensili.

Nasse e cime nello spiazzo vicino a casa di Josh e Giulia su Mount Desert Island, Maine, luglio 2025 (Iacopo Russo)

In casa regna una sorta di pace disordinata: il tavolo dove mangiamo è ricoperto di scartoffie, un cane e tre gatti vagano per il salotto annusando e saltando sulle cose, in un angolo c’è una chitarra malandata a cui manca una corda. In questa pace mi accorgo di sentirmi irrequieto, e non è solo perché sto mangiando un essere senziente che fino a poche ore prima scorrazzava nelle profondità dell’oceano. Ripenso alla giornata passata in mare, a tutte le cose che ho chiesto e imparato, e mi chiedo se in quella curiosità, oltre al comprensibile desiderio di sapere di più sulla vita di una persona a cui voglio bene, non ci fosse anche altro. Possibile che, nascosto in una parte un po’ meschina di me, ci fosse anche una specie di tentativo di cogliere Giulia in fallo, di trovare nei suoi racconti una crepa? La vita bucolica da pescatrice di astici con tanto di casa in mezzo al bosco, così diversa dalla mia, deve avere per forza qualche sbavatura, qualche foglia ingiallita. Le velleità adolescenziali non possono trasformarsi in realtà senza pagare un prezzo.

Di sbavature, osservandola in questa giornata di pesca, ne ho trovate molte. La scelta di Giulia non è stata priva di sacrifici – ha abbandonato una promettente carriera universitaria, è lontana dalla famiglia e da molte delle comodità a cui era abituata –, eppure quando parla della sua vita mi dà la sensazione netta, e a me perlopiù sconosciuta, di stare davvero bene dove sta. Tra la puzza di pesce e il disordine di nasse e cime, la sua serenità non è perfetta né romantica, ma viene da una specie di impegno, di fiducia e, soprattutto, da una profonda capacità di ascoltarsi e capire cosa le piace («stare in mare»).

Da ospite bizzarro su quella barca, mi pare di avere assistito a una possibile ramificazione della mia vita, una delle tante che non sono mai state. Spesso di queste vite alternative non possiamo sapere nulla, ma capita a volte che troviamo qualcuno che ci sembra impersonificarne una.

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