L’ultima Champions League della Juventus
Il 22 maggio di trent’anni fa, prima di giocare altre cinque finali, tutte perse

Il 22 maggio del 1996 allo stadio Olimpico di Roma si giocò la finale della Champions League tra Juventus e Ajax. Dopo l’1-1 nei tempi regolamentari la Juventus vinse ai rigori. Il quinto rigore avrebbe dovuto tirarlo Alessandro Del Piero, il giocatore simbolo di quella squadra, ma non servì: per vincere, visti i due errori dell’Ajax, bastò il quarto, segnato dal centrocampista Vladimir Jugović. Nonostante le cinque finali giocate negli anni successivi, quella del 1996 resta l’ultima Champions vinta dalla Juventus, con quella che resta una delle migliori squadre della sua storia.
Se questo fosse un documentario, ora ci sarebbe un fermo immagine – magari sul mezzo sorriso fatto da Jugović prima di calciare – dopo il quale il racconto ripartirebbe da un paio di anni prima, precisamente dall’estate del 1994.
Per molti versi, la vittoria della Juventus nel più importante torneo europeo iniziò quell’estate. Dopo essere arrivata seconda in campionato dietro al Milan di Fabio Capello, nell’estate del 1994, quella dei Mondiali negli Stati Uniti, la Juventus cambiò allenatore: al posto di Giovanni Trapattoni, che era stato alla Juventus per anni, arrivò Marcello Lippi, che era arrivato sesto con il Napoli. La società cambiò anche a livello dirigenziale, formando la cosiddetta triade composta dal direttore generale Luciano Moggi, dall’amministratore delegato Antonio Giraudo e dal vicepresidente Roberto Bettega. Gli acquisti principali furono quelli dei centrocampisti Paulo Sousa e Didier Deschamps.
La Juventus non vinceva la Serie A dal 1986. Al termine della sua prima stagione Lippi la vinse con dieci punti di vantaggio sul Parma di Nevio Scala e sulla Lazio di Zdeněk Zeman. Era la prima Serie A in cui la vittoria valeva tre punti anziché due, e nella quale era quindi più vantaggioso un gioco d’attacco, fatto per vincere e non solo per non-perdere. In quanto ad attacco, quella squadra non era messa male: oltre al capitano Roberto Baggio, c’erano Fabrizio Ravanelli, Gianluca Vialli e il giovane Del Piero.
Qualche anno fa Lippi ricordò di aver trovato una squadra i cui allenamenti erano «blandi, a ritmi bassi» e aggiunse: «Riportai la massima aggressività, organizzai tantissime esercitazioni “perdo palla, attacco palla”, cosa che adesso fanno tutti. Furono determinanti le caratteristiche degli attaccanti, che secondo me determinano il modo di giocare di una squadra. Vialli, Ravanelli e Del Piero avevano grande forza oltre che classe».
Grazie alla vittoria della Serie A, la Juventus andò in Champions League: il torneo si chiamava così solo da qualche anno (prima era la Coppa dei Campioni) e soprattutto ci partecipavano solo le squadre che avevano vinto i rispettivi campionati nazionali. La Juventus mancava in quel torneo da quasi dieci anni, e mai lo aveva giocato da quando aveva quel nome.
Nell’estate del 1995 rimasero sia Lippi che la triade, ma cambiarono molte cose nella squadra. Del Piero era andato così bene che la Juventus si convinse a cedere Baggio (di cui si racconta che Lippi non fosse il più grande estimatore), Vialli divenne capitano e, tra gli altri, arrivarono tre giocatori dalla Sampdoria: Jugović, Pietro Vierchowod e Attilio Lombardo. Se si aggiungono anche gli arrivi di Michele Padovano dalla Reggiana e di Gianluca Pessotto dal Torino, si capisce che la squadra puntò a rafforzarsi senza cercare nomi di punta, magari da forti squadre straniere, bensì calciatori di sostanza, da squadre di media classifica. Gli stranieri erano Sousa, Jugović e Deschamps.
La Serie A del 1995/96 fu la prima con le tre sostituzioni e i numeri fissi sulle maglie (alla Juventus il 10 fu da subito di Del Piero). La vinse il Milan, di Baggio ma anche di George Weah, vincitore del Pallone d’oro.
In Serie A la Juventus arrivò seconda, ma grazie a un calcio offensivo e spesso spettacolare, e con un ambizioso 4-3-3 come modulo, fece bene soprattutto in Champions League. Dietro c’erano sostanza ed esperienza, e calciatori “di provincia” come il terzino Moreno Torricelli, che fino ai primi anni Novanta faceva il falegname e giocava in Serie D. In attacco c’era un trio ottimamente assortito, e Del Piero nel suo periodo migliore, quello dei primi gol “alla Del Piero”, segnati dal limite dell’area, arrivando dalla sinistra del campo e calciando di destro con la parte interna del piede, in modo da dare al pallone una traiettoria che lo faceva rientrare e scendere verso l’incrocio dei pali, a sinistra del portiere.
Ai gironi c’erano 16 squadre (oggi sono 36) e, contando anche le fasi preliminari, le squadre erano 24 (oggi sono 82). Le partite furono in tutto 61, un terzo di quelle dell’edizione di quest’anno, e la Juventus, che arrivò fino alla fine del torneo, ne giocò 11 partite, mentre il Paris Saint-Germain, finalista dell’edizione di quest’anno, ne giocherà 17. Era una Champions diversa, ma non meno importante. Anzi, forse lo era di più, visto che a giocarla erano solo le migliori squadre dei principali campionati europei.
La Juventus superò agilmente la fase a gironi – nel suo c’erano Borussia Dortmund, Steaua Bucarest e Glasgow Rangers – con 4 vittorie su 6 partite, 15 gol segnati e solo 4 subiti. Ai quarti di finale trovò un Real Madrid forte ma non ancora galattico: all’andata perse 1-0 in trasferta, ma si rifece vincendo 2-0 al ritorno, con i gol di Del Piero e Padovano. In semifinale eliminò il Nantes con un punteggio complessivo di 4-3 e in finale trovò l’Ajax: l’allenatore era l’olandese Louis van Gaal, e in attacco c’era il finlandese Jari Litmanen, che aveva segnato 10 gol in altrettante partite. «La loro è una squadra di pittori fiamminghi; la nostra, mi auguro, di piemontesi tosti», disse prima della partita Gianni Agnelli, proprietario della squadra.

Da sinistra a destra, dall’alto in basso: Moreno Torricelli, Antonio Conte, Ciro Ferrara, Fabrizio Ravanelli, Angelo Peruzzi, Paulo Sousa, Gianluca Pessotto, Didier Deschamps, Alessandro Del Piero, Gianluca Vialli e Pietro Vierchowod (Alessandro Sabattini/Getty Images)
La partita non fu particolarmente spettacolare, e a sbagliare il primo dei rigori dell’Ajax fu Edgar Davids, che poi sarebbe andato al Milan e soprattutto alla Juventus. Lo avrebbe seguito anche Edwin van der Sar, portiere di quell’Ajax.
Quella vittoria fu il punto massimo di una squadra fortissima. «Avremmo battuto anche l’Impero Romano», disse qualche anno fa Ravanelli (che evidentemente ci pensa spesso), «tanto grande era la nostra personalità, il nostro carattere, la generosità di un gruppo che dava tutto per il compagno, per l’allenatore, per i dirigenti. Qualcosa di unico».

Ravanelli, nella sua tipica esultanza, dopo il gol contro l’Ajax (Shaun Botterill/Allsport/Hulton Archive/Getty Images)
Fu la vittoria di Del Piero (che in quella Champions segnò 6 gol), di Vialli (che anni prima aveva perso con la Sampdoria una storica finale europea), ma forse soprattutto di Lippi, che appena quattro anni prima allenava la Lucchese in Serie B. E per la Juventus e per i suoi tifosi la vittoria fu particolarmente importante, anche oltre le questioni calcistiche, perché la precedente Coppa dei Campioni era arrivata in una serata tragica, al termine di una partita giocata in uno stadio dove poco prima erano morte 39 persone.
Nell’estate del 1996 la Juventus cambiò profondamente: arrivarono, tra gli altri, Christian Vieri e Zinédine Zidane, ma se ne andarono Vialli e Ravanelli. Vinse di nuovo la Serie A e in Champions, dove nonostante il secondo posto in Serie A giocò in quanto campione in carica, arrivò di nuovo in finale, questa volta perdendo 3-1 contro il Borussia Dortmund. La Juventus perse di nuovo nel 1998 contro il Real Madrid, nel 2003 contro il Milan (a Manchester, ai rigori) e poi di nuovo nel 2015 e nel 2017: contro Barcellona e Real Madrid, con Massimiliano Allegri come allenatore. Quest’anno la Juventus rischia di arrivare quinta o sesta in Serie A, cosa che non le permetterebbe di giocare la prossima Champions League.
Per chi sente nostalgia di quegli anni, o per chi invece magari non c’era e vuole vedere di nascosto l’effetto che fa, la finale del 1996 si può rivedere su Now e su Sky, che oggi – trentennale di quella vittoria – la mostrerà su Sky Sport Calcio alle 14:15 e alle 20:45.



