Da quattro secoli pensiamo ai dodo nel modo sbagliato

Descrizioni fantasiose di chi li osservò e illustrazioni artistiche caricaturali hanno falsato anche i resoconti scientifici, che non gli hanno reso giustizia per molto tempo

Il dodo dipinto dal pittore fiammingo Roelant Savery nel 1626 (Wikimedia)
Il dodo dipinto dal pittore fiammingo Roelant Savery nel 1626 (Wikimedia)
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C’è una rappresentazione che più di altre ha contribuito negli ultimi quattro secoli a costruire l’immagine collettiva del dodo, l’uccello dell’isola di Mauritius che si estinse nella seconda metà del Seicento. È un quadro dipinto nel 1626 dal pittore fiammingo Roelant Savery e mostra un animale tozzo, quasi sferico, con zampe corte e un’andatura apparentemente pesante e incerta. L’idea che abbiamo più o meno tutti del dodo: un uccello un po’ stupido e incapace di adattarsi e che per questo si estinse in poco tempo.

Un’idea sbagliata.

Oltre al dipinto del 1626, Savery aveva rappresentato il dodo in altri quadri, mantenendo più o meno le stesse fattezze e proporzioni. Si era basato sulle testimonianze di chi aveva osservato in natura quello strano uccello di Mauritius, l’isola a est del Madagascar, e forse aveva visto alcuni dodo che erano stati trasportati via nave nei Paesi Bassi, ingrassati dopo mesi di cattività o impagliati male. Quegli individui non erano certo nelle stesse condizioni dei loro simili che vivevano sull’isola e questo falsò probabilmente la loro rappresentazione.

Alcuni decenni dopo il dodo si estinse e i dipinti di Savery divennero il punto di riferimento per descrivere quello strano uccello esotico. Artisti e illustratori in tutto il mondo si ispirarono a quei quadri e le loro illustrazioni finirono in trattati scientifici, enciclopedie e in opere di grande successo come il romanzo del 1865 Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Nel 1951 il cartone animato di Disney mostrava Capitan Libeccio (nella versione italiana), un panciuto e sconclusionato dodo che correva una “maratonda” attorno a un fuoco sulla spiaggia, per asciugarsi mentre veniva perennemente infradiciato dalle onde del mare. Ancora nel 2002 un gruppo di dodo tozzi e insulsi marciava nel film di animazione L’era glaciale.

Un dodo in una delle prime illustrazioni delle Avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Capitan Libeccio nella trasposizione Disney (Wikimedia/Disney)

Ci sarebbero voluti quasi quattrocento anni prima che lo stereotipo dell’uccello grasso e goffo venisse sfatato, grazie al lavoro di alcuni gruppi di ricerca.

I primi europei a incontrare il dodo furono probabilmente i marinai portoghesi all’inizio del Cinquecento, quando sbarcarono per la prima volta a Mauritius. Ma furono gli olandesi, quando colonizzarono l’isola tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, a lasciare le prime testimonianze dettagliate degli avvistamenti. Avevano osservato con stupore questi uccelli alti più di mezzo metro, incapaci di volare e che non mostravano alcun timore per gli umani, essendo cresciuti in un contesto in cui non avevano mai dovuto confrontarsi con dei predatori.

Furono chiamati “dodo”, forse dal portoghese “doudo” (“sciocco”) dei primi esploratori sull’isola, oppure da alcune parole olandesi onomatopeiche usate per imitare il verso dell’uccello. Il naturalista svedese Carl Nilsson Linnaeus (quasi sempre italianizzato in Linneo), lo classificò indicando per la sua specie di appartenenza il nome decisamente poco elogiativo di Didus ineptus (la classificazione preferita oggi è Raphus cucullatus).

A Mauritius il dodo si nutriva un po’ di tutto: frutti, semi e forse piccoli animali costieri. Deponeva le uova in nidi a terra e ogni coppia produceva un solo uovo di grandi dimensioni. La schiusa avveniva intorno al mese di agosto con una crescita rapida dei pulcini. In questo modo i nuovi nati riuscivano a raggiungere una taglia robusta prima dell’inizio della stagione delle piogge, che riduceva la disponibilità di cibo e comportava spesso condizioni meteorologiche estreme.

La prima illustrazione documentata di un dodo (l’animale indicato dal numero 2) risale all’inizio del Seicento ed è attribuita all’incisore nederlandese Johann Theodor de Bry (Wikimedia)

I dodo facevano tutto sommato una bella vita, sull’isola non c’erano animali in grado di predarli sistematicamente e la loro popolazione era relativamente stabile. Poi arrivarono gli umani.

In meno di un secolo dal primo contatto con gli europei, i nidi di questi uccelli si ridussero rapidamente fino all’estinzione della specie. La prima menzione ufficiale era in un diario di un ufficiale di marina olandese del 1598, mentre l’ultimo avvistamento certo avvenne nel 1662, quando si sospettava che la popolazione dei dodo fosse quasi completamente esaurita.

La causa dell’estinzione fu per lungo tempo attribuita all’incapacità dei dodo di organizzarsi, benché vivesse da tempo immemore sull’isola. Per i naturalisti, soprattutto in epoca vittoriana, il dodo divenne un simbolo morale, la dimostrazione che gli animali “inferiori” dovevano inevitabilmente soccombere davanti al progresso umano. Ma si disse anche che la loro popolazione era diminuita a causa della caccia da parte degli europei. Dai resoconti sulla carne di dodo dura e sgradevole si può dedurre che però questi uccelli non venissero cacciati di frequente.

La loro estinzione fu causata soprattutto dall’introduzione da parte degli europei di animali che non erano presenti sull’isola come maiali, ratti, capre e cervi che competevano per le stesse risorse alimentari. I maiali scoprirono inoltre rapidamente i nidi a terra, nutrendosi delle loro uova e riducendo le possibilità di riproduzione dei dodo. Per la costruzione delle colonie furono distrutte le foreste costiere e questo li privò del loro principale rifugio e fonte di cibo. Infine, i dodo non avevano una paura istintiva verso i predatori non perché fossero inetti e stupidi, ma semplicemente perché non avevano mai dovuto affrontare minacce serie nel loro passato evolutivo.

Scomparsi gli ultimi dodo, rimasero come testimonianza le illustrazioni come quella di Savery e l’interesse scientifico per questi animali si perse per quasi due secoli, fino a quando Richard Owen, il primo sovrintendente del Museo di Storia naturale di Londra, si mise a studiarne alcuni resti. Nel 1866 pubblicò una delle prime descrizioni scientifiche dell’anatomia del dodo, ma nonostante avesse a disposizione dei reperti originali si fece influenzare dal lavoro di Savery. Sovrappose lo scheletro del dodo a cui stava lavorando alle illustrazioni artistiche dei dodo obesi, creando un modello in una posa accovacciata e innaturale.

La prova di ricostruzione anatomica del dodo di Richard Owen aveva molti punti in comune con le illustrazioni artistiche di Savery (NHM)

Owen era in buona fede, ma il suo lavoro non fece altro che rafforzare lo stereotipo dell’uccello esotico tozzo che si era ormai diffuso tra la popolazione, nonostante già nella prima metà dell’Ottocento alcuni naturalisti avessero messo in dubbio le rappresentazioni europee di questi uccelli. Una revisione fu proposta negli anni Trenta del Novecento dall’ornitologo giapponese Masauji Hachisuka, convinto che i dodo fossero più atletici e che i pittori europei avessero esagerato partendo da individui ingrassati in cattività. Le sue osservazioni non ebbero molto seguito, ma furono riprese dagli studi anatomici più recenti.

Uno studio di grande importanza fu pubblicato nel 2016, basato su delle tomografie assiali computerizzate (TAC) dei pochi scheletri di dodo disponibili, conservati in diversi musei di storia naturale, per produrne delle versioni digitali e stimare le caratteristiche dei muscoli e dei tessuti molli. Le stime fatte in precedenza variavano molto arrivando a oltre 25 chilogrammi, mentre i nuovi studi hanno indicato che il dodo pesava mediamente 12 chilogrammi circa. La massa rapportata allo scheletro fa ipotizzare che i dodo fossero agili e veloci, con strutture ossee adattate per la corsa a terra.

Studi successivi hanno permesso di ricostruire con precisione i punti di ancoraggio dei muscoli e dei tendini alle ossa, suggerendo che gli artigli del dodo potessero esercitare una forza intensa per aggrapparsi a terreni sconnessi e rocciosi, sfatando ulteriormente il mito dell’animale lento e impacciato.

Le scansioni del cranio hanno inoltre mostrato che il dodo aveva la regione del cervello responsabile dell’odore molto più sviluppata della maggior parte degli uccelli, che hanno più risorse concentrate per la vista. È probabile che l’olfatto acuto fosse utile per localizzare molluschi, piccoli vertebrati e frutti nella densa vegetazione di Mauritius. Il volume cerebrale, in rapporto alla massa, è comparabile a quello dei piccioni moderni, le cui capacità cognitive sono più sofisticate di quanto si immagini. Del resto piccioni e dodo erano imparentati, almeno secondo le revisioni tassonomiche più recenti: possono essere considerati piccioni giganti specializzati e fanno parte di una sottofamiglia del più grande insieme dei Columbidae.

Julian Hume è tra i più importanti protagonisti della riscoperta del dodo. Inglese di Ashford, vicino a Londra, ha 66 anni e lavora come ricercatore al Museo di Storia naturale dove Owen 160 anni fa pubblicò il suo trattato fuorviante sull’aspetto di questo uccello. Da paleontologo, ornitologo e illustratore, Hume è andato alla ricerca di disegni, testimonianze e resoconti negli archivi del museo, grazie ai quali ha potuto realizzare illustrazioni e modelli più realistici dei dodo.

Una ricostruzione storica del dodo (sinistra) a confronto con una ricostruzione moderna che lo mostra più snello ed eretto (NHM)

Insieme al suo collega Neil Gostling, dell’Università di Southampton (Regno Unito), Hume ha di recente avviato un progetto per trovare risposte più chiare alle tante domande su questi uccelli. Il loro gruppo di lavoro è andato alla ricerca di buona parte della letteratura sui dodo prodotta negli ultimi quattro secoli. Hume e Gostling hanno dovuto analizzare decine di resoconti dei marinai, molti dei quali fantasiosi e risalenti a epoche in cui erano ancora dati come possibili gli avvistamenti in mare delle sirene.

Le cose che venivano osservate in terre lontane ed esotiche venivano spesso mitizzate e i racconti erano ricchi di dettagli inventati e poco plausibili. Non stupisce quindi che le descrizioni dei dodo fossero spesso esagerate e arricchite con dettagli inventati. Il periodo di coesistenza coi dodo a Mauritius fu inoltre breve e ridusse le opportunità di osservazione e studio di questi uccelli in natura.

Le ricerche più recenti suggeriscono che i dodo fossero uccelli più slanciati, agili e probabilmente anche più intelligenti di quanto raccontato per secoli, ma non bastano ancora a ricostruire con precisione il loro aspetto e il loro comportamento nella Mauritius precoloniale. Le immagini e le descrizioni storiche, spesso caricaturali o inaccurate, hanno però contribuito a trasformare il dodo in uno degli animali estinti più celebri dell’età moderna. Un ricordo collettivo deformato che, proprio nella sua distorsione, li ha resi immortali.