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  • Giovedì 21 maggio 2026

Le due Coree in una partita di calcio

Una squadra nordcoreana è andata a giocare in Corea del Sud per la prima volta dal 2018: molti sudcoreani tifavano anche per lei

Haruhi Suzuki (sinistra), calciatrice della squadra sudcoreana Suwon, e Pak Ye Gyong (destra), della squadra nordcoreana Naegohyang, durante la semifinale della Champions League femminile asiatica, il 20 maggio a Suwon, in Corea del Sud (AP Photo/Lee Jin-man)
Haruhi Suzuki (sinistra), calciatrice della squadra sudcoreana Suwon, e Pak Ye Gyong (destra), della squadra nordcoreana Naegohyang, durante la semifinale della Champions League femminile asiatica, il 20 maggio a Suwon, in Corea del Sud (AP Photo/Lee Jin-man)
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Mercoledì sera alle semifinali della Champions League femminile asiatica disputata nello stadio di Suwon, in Corea del Sud, buona parte dei tifosi esultava sia quando segnava la squadra di casa sia quando a fare gol era la squadra in trasferta. Il motivo è che era la prima volta dal 2018 che una squadra sportiva della Corea del Nord, il Naegohyang, giocava una partita in Corea del Sud. Poiché non potevano essere presenti tifosi nordcoreani, migliaia di sudcoreani hanno fatto il tifo anche per il Naegohyang, una scena in cui è emerso lo storico desiderio di riunificazione dei due paesi.

Mercoledì sera a Suwon, che si trova a circa 30 chilometri a sud della capitale sudcoreana Seul, c’erano quasi 6mila spettatori: un numero notevole per gli standard del calcio femminile sudcoreano e per la forte pioggia sotto la quale hanno assistito alla partita. Alla fine la squadra nordcoreana ha vinto per 2-1 contro la squadra di casa, il Suwon. Giocherà la finale sabato contro il Tokyo Verdy, nello stesso stadio.

I “volontari” che hanno deciso di tifare per la squadra della Corea del Nord erano circa 3mila, fra cui molte persone le cui famiglie vennero divise durante la guerra di Corea fra il 1950 e il 1953 e che hanno parenti di cui hanno perso i contatti in Corea del Nord. L’estremo isolamento imposto dal regime nordcoreano alla popolazione impedisce infatti qualsiasi tipo di comunicazione con l’estero e, tranne in rarissime eccezioni, l’uscita dal paese.

Diversi spettatori avevano legami familiari con la regione della capitale nordcoreana Pyongyang, da cui proviene il Naegohyang. Molti di loro hanno detto ai media locali e internazionali che li hanno intervistati che erano lì a tifare tanto per i giocatori quanto per la riunificazione.

I tifosi di entrambe le squadre: sugli striscioni ci sono scritte generiche di incoraggiamento (Kim Sung-min/Yonhap via AP)

Dagli spalti il “Gruppo di tifo congiunto”, come si sono auto-definiti quelli che tifavano per entrambe le squadre, esultava sia quando la squadra nordcoreana segnava sia quando quella sudcoreana riusciva a difendersi. Urlava il nome del Naegohyang e poco dopo cose come «Forza Suwon!», aveva striscioni con slogan generici che incitavano tutti i giocatori e sventolava bandierine con gli stemmi di entrambe le squadre. È stato vietato però di sventolare la cosiddetta bandiera della riunificazione, che mostra la sagoma dell’intera penisola coreana su sfondo bianco.

Alla fine della guerra, nel 1953, Corea del Nord e del Sud firmarono un armistizio per interrompere i combattimenti, ma non raggiunsero mai un accordo di pace che mettesse formalmente fine alla guerra, che tecnicamente quindi è ancora in corso. La riunificazione è stata per decenni un obiettivo di entrambe, pur senza portare mai a progressi significativi o duraturi.

La fila per registrarsi come tifosi del Naegohyang prima della partita: sul tavolino ci sono bandierine con lo stemma della squadra nordcoreana (Chung Sung-Jun/Getty Images)

Uno degli ambiti in cui in passato ci furono i risultati più incoraggianti fu quello sportivo: il caso più recente fu quando nel 2018 molti atleti nordcoreani viaggiarono in Corea del Sud per partecipare alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, e in cui nell’hockey su ghiaccio femminile partecipò un’unica formazione in cui giocavano insieme atlete di entrambi i paesi.

In anni più recenti il regime nordcoreano guidato dal dittatore Kim Jong Un ha cambiato la Costituzione del paese per rimuovere le prospettive di unificazione e definire formalmente la Corea del Sud come il principale rivale di quella del Nord. Kim ha cancellato i limitati programmi di scambio e di costruzione di relazioni fra i due paesi, e ora la prospettiva della riunificazione appare lontanissima. Anche per questo, il semplice fatto che la partita abbia potuto disputarsi in Corea del Sud è stato visto come un piccolo segnale di speranza per chi auspica la riunificazione.

Kim Hye Yong, giocatrice del Naegohyang (con la maglia bianca), e Han Da-in, del Suwon (con la maglia rossa e blu), durante la partita (AP Photo/Lee Jin-man)

Sul campo l’atmosfera era però molto più tesa che sugli spalti. Pochi giorni prima la squadra nordcoreana aveva fatto sapere di non voler dividere l’hotel con il Suwon, e le sue giocatrici avevano quindi dovuto trovare un alloggio differente. Durante le conferenze stampa prima della partita le giocatrici non avevano mostrato segni di apertura o amicizia reciproci, e anzi avevano detto che avrebbero giocato in maniera agguerrita. L’allenatore sudcoreano ha poi descritto la partita come una guerra «senza le pistole», per via dei contatti fisici frequenti e degli attacchi verbali fra le giocatrici.

In Corea del Sud c’è anche chi ha criticato la politicizzazione della partita, ritenendo che la retorica dell’unificazione abbia rovinato lo spirito di competizione alla base dello sport. Alcuni hanno ricondotto alla divisione del tifo la sconfitta del Suwon, sostenendo che la partita assomigliava più a uno scontro in trasferta che a uno in casa.

– Leggi anche: Kim Jong Un vuole cambiare in peggio i rapporti tra le due Coree