La maledizione dell’Oscar

Non sempre vincerne uno lancia la carriera: chiedetelo a Rami Malek, Hilary Swank, Halle Berry, Kim Basinger o Matthew McConaughey

Rami Malek al photocall di The Man I Love a Cannes. (Aurore Marechal/Getty Images)
Rami Malek al photocall di The Man I Love a Cannes. (Aurore Marechal/Getty Images)
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Il film americano indipendente The Man I Love di Ira Sachs è tutto pensato intorno al suo protagonista, Rami Malek, e alla sua recitazione. È quello che in gergo viene definito un “film veicolo”, che serve cioè ad affermarsi come un bravo attore e magari vincere premi, cosa della quale giocoforza beneficia poi anche il film. Malek tuttavia non ne avrebbe bisogno, perché un premio molto importante lo ha già vinto: l’Oscar come miglior attore protagonista per Bohemian Rhapsody nel 2019. Eppure, come è accaduto diverse volte nella storia degli Oscar, vincere il premio può rovinare una carriera invece che migliorarla.

A Hollywood questo fenomeno viene definito “Oscar curse”, cioè la maledizione dell’Oscar: si verifica quando la carriera di un attore o di un’attrice si impantana dopo la vittoria di un Oscar. Succede di solito perché quell’attore o attrice sopravvaluta le sue potenzialità commerciali e la sua capacità di attirare il pubblico, oppure le sopravvalutano i produttori. Spesso chi finisce in questo pantano fatica a capirlo o ad ammetterlo, ma è successo a tanti. E dopo Bohemian Rhapsody sembra stia accadendo anche a Malek, che ha poi interpretato il cattivo in No Time to Die, l’ultimo film di James Bond con Daniel Craig protagonista, e in seguito film sempre meno riusciti e di successo, con sempre minori riconoscimenti.

Un Oscar in teoria dovrebbe migliorare una carriera non solo artisticamente ma soprattutto commercialmente. Quello che spesso accade però è che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’organizzazione che assegna gli Oscar, premi un’interpretazione perché magari quell’anno non c’è di meglio, perché la campagna Oscar è stata convincente o perché il film ha commosso molti votanti. Ma anche se la vittoria lo proietta assieme ai più grandi della storia del cinema americano, il premiato di suo può essere benissimo un attore poco versatile o insufficiente per attirare il pubblico da solo.

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Può verificarsi a questo punto un’impasse: da un lato i produttori non affidano all’attore o all’attrice premiata le parti più prestigiose, perché non si fidano delle sue potenzialità commerciali; dall’altro l’attore o l’attrice premiata rifiuta i film di medio livello, convinta di poter aspirare a qualcosa di migliore. L’Oscar inoltre aumenta il costo dell’attore o attrice, diminuendo i film che può fare.

A molti in questa situazione capita di scegliere i film sbagliati, magari perché sono gli unici in cui si viene accettati come protagonisti. E quando quei film vanno male, indirettamente viene confermata l’idea che quell’attore o attrice non sia al livello di un film prestigioso.

Malek era arrivato a fare film da protagonista grazie alla serie Mr. Robot, e dopo Bohemian Rhapsody ci si aspettava potesse stabilmente “guidare” un film, cioè esserne l’attrazione principale, come capitato in passato ad attori come Leonardo DiCaprio o Denzel Washington. Invece, a parte No Time to Die, è comparso in ruoli minori in Oppenheimer o Amsterdam (un flop), in uno principale nel thriller Operazione vendetta (andato male) e poi di nuovo come comprimario in Norimberga, film che è stato un successo solo in Italia ma a livello mondiale è considerato un fallimento.

The Man I Love è quindi il tentativo di far ripartire la sua carriera con un film indipendente che, nella mentalità statunitense, è qualcosa di più piccolo ma anche artisticamente più credibile. La credibilità di questo film poi è rafforzata dal fatto di stare in concorso al festival di Cannes, in corso in questi giorni. E anche il tipo di ruolo e personaggio che Malek interpreta sembrano cercare di ritrovare il consenso che c’era stato intorno a Bohemian Rhapsody, e di nuovo aspirare a una corsa all’Oscar.

The Man I Love racconta di un uomo omosessuale a New York negli anni Ottanta che ha contratto l’AIDS. È un performer in piccoli locali, canta e recita, e lungo la storia la sua salute peggiora sempre di più nonostante il suo attaccamento all’arte e alla vita. Non c’è un intreccio forte, accadono poche cose, ed è proprio uno studio sul corpo del protagonista, su come la malattia scavi una persona. Come si capisce, insomma, è un film in cui l’interpretazione è centrale.

Variety, che è un punto di riferimento molto importante per il mercato americano, ha lodato la recitazione di Malek, facendo proprio riferimento a Bohemian Rhapsody, e anche l’altra testata che conta molto nel settore, The Hollywood Reporter, ha espresso un giudizio positivo. Non è detto però che basterà a risollevare la sua carriera.

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In passato attrici come Hilary Swank o Halle Berry sono stati esempi della maledizione degli Oscar. Entrambe avevano una buona carriera che, poco dopo aver vinto il premio (per Swank era addirittura il secondo Oscar), finì in una serie di film sempre peggiori.

Dopo l’Oscar per Monster’s Ball nel 2002, Berry ha partecipato alla serie di film sui supereroi X-Men (come comprimaria in un cast ampio) ma non è più riuscita a fare niente di commercialmente o artisticamente importante come protagonista. A Swank è andata anche peggio: dopo l’Oscar per Million Dollar Baby nel 2005 ha fatto film sempre peggiori e ora si barcamena in produzioni di serie B.

Il critico cinematografico statunitense Leonard Maltin la chiamava “la sindrome di F. Murray Abraham”, facendo riferimento a quel che successe ad Abraham dopo aver vinto l’Oscar per Amadeus: l’incapacità di trovare ruoli paragonabili o di dimostrarsi all’altezza dello status di vincitore di Oscar. Ma è successo anche a Kim Basinger, attrice molto considerata fino all’Oscar per L.A. Confidential, a Cher che aveva avuto una carriera eccezionale fino al suo secondo Oscar per Stregata dalla luna, o a Cuba Gooding Jr. premiato per Jerry Maguire.

Dopo Il pianista, anche Adrien Brody non trovò niente di paragonabile almeno fino a The Brutalist, per il quale ha vinto un secondo Oscar e che però non è stato un successo commerciale e non ha cambiato la sua carriera. È andata allo stesso modo anche la carriera di Renée Zellweger che dopo l’Oscar per Ritorno a Cold Mountain nel 2004 ebbe come unica possibilità di successo rifare nuovi film su Bridget Jones, personaggio che aveva interpretato la prima volta un anno prima di vincere il premio. La vittoria di un secondo Oscar nel 2020 per Judy non sembra aver cambiato molto.

Matthew McConaughey è conosciuto per aver cambiato la sua carriera: da attore leggero di commedie romantiche ad attore impegnato con film e serie di buon successo, compreso quello che gli fece vincere l’Oscar nel 2014, Dallas Buyers Club. Quella premiazione sembrava aver sancito la nascita di una star, per quanto tardiva, cioè di un attore capace di diventare uno dei grandi protagonisti del cinema americano. Subito dopo ci fu anche il ruolo da protagonista nel grande successo Interstellar (accettato e girato prima di vincere il premio ma uscito dopo), ma dopo quello nulla di rilevante. Ha continuato a lavorare, e anche molto, ma a una lunga serie di film fallimentari o ruoli poco apprezzati. Oggi è ancora un attore protagonista ma di film che hanno una vita breve e poca risonanza, come l’ultimo: The Lost Bus.