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  • Martedì 19 maggio 2026

Il governo di Netanyahu sta cercando di condizionare le prossime elezioni

Indebolendo i sistemi che garantiscono l'imparzialità del voto: lo fa perché è molto indietro nei sondaggi

Benjamin Netanyahu durante la campagna elettorale del 2022 (AP Photo/Ariel Schalit)
Benjamin Netanyahu durante la campagna elettorale del 2022 (AP Photo/Ariel Schalit)
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Nell’autunno di quest’anno in Israele ci saranno le elezioni, e la coalizione di estrema destra del primo ministro Benjamin Netanyahu è in svantaggio nei sondaggi. Il suo governo sta usando questo tempo prima del voto per indebolire i sistemi che garantiscono l’imparzialità delle elezioni israeliane: non tanto per sovvertire il risultato del voto, quanto per insinuare dubbi sulla validità del processo democratico, indebolire l’attuale opposizione, e spianare la strada per un eventuale suo ritorno al potere.

Fin dal suo insediamento nel 2022, il governo di Netanyahu è stato uno dei più autoritari della storia del paese. Ha sostenuto – fallendo, per ora – una riforma della giustizia che secondo i suoi critici avrebbe indebolito gravemente la democrazia israeliana. Sotto il ministro della Pubblica sicurezza Itamar Ben Gvir, un estremista religioso, la polizia israeliana è spesso stata utilizzata per minacciare dissidenti, difensori dei diritti umani e membri della comunità palestinese israeliana. L’indipendenza dei media è stata minacciata.

Queste tendenze si stanno accentuando negli ultimi mesi. Dopo anni di guerra, la maggior parte dell’elettorato è stanca di Netanyahu. Secondo i sondaggi la sua coalizione di estrema destra dovrebbe ottenere 49 seggi su 120 alla Knesset, il parlamento. La coalizione dell’opposizione, formata da partiti di centro e di destra, ne otterrebbe 61, una maggioranza risicata. Negli ultimi venti anni la politica israeliana si è molto spostata a destra, oggi il centrosinistra è marginale e il consenso politico è diviso tra l’estrema destra di Netanyahu e partiti più moderati ma di orientamento comunque conservatore o liberale.

La politica israeliana però è anche molto frammentata, e il governo di Netanyahu sta lavorando per amplificare questa frammentazione e rendere la vita più difficile all’eventuale maggioranza dell’opposizione.

Un manifesto elettorale per Netanyahu a Tel Aviv, 2022 (AP Photo/Oded Balilty, File)

Un manifesto elettorale per Netanyahu a Tel Aviv, 2022 (AP Photo/Oded Balilty, File)

Una delle questioni più importanti riguarda la Commissione elettorale centrale, l’organo che gestisce e garantisce le elezioni della Knesset. La Commissione è formalmente indipendente, ma di fatto il governo ha una forte influenza sul suo operato, perché la composizione dei suoi membri è proporzionale alla rappresentanza del parlamento: significa che i partiti di maggioranza hanno dentro alla Commissione più membri di quelli dell’opposizione.

La Commissione, tra le altre cose, ha il potere di estromettere i partiti dalle elezioni se violano alcuni princìpi fondativi dello stato israeliano. Il governo sta facendo pressione per annullare la partecipazione di vari partiti cosiddetti “arabo israeliani”, cioè partiti che rappresentano la comunità araba dentro Israele, formata per la stragrande maggioranza da palestinesi. Già in passato la Commissione aveva provato a bandire alcuni di questi partiti ma la Corte Suprema israeliana, che ha l’ultima parola su questo tipo di decisioni, li aveva ripristinati.

Secondo i sondaggi, oltre il 70 per cento della popolazione – che è a grande maggioranza ebraica – è contraria all’ingresso dei quattro partiti arabo israeliani in un qualunque governo. Per questo più o meno tutti i leader dei partiti principali, compresi quelli dell’opposizione, hanno promesso che non faranno alleanze con i partiti palestinesi.

Nonostante questo, i partiti arabo israeliani potrebbero risultare fondamentali alle prossime elezioni, soprattutto se la coalizione dell’opposizione non dovesse raggiungere la maggioranza dei 120 seggi alla Knesset. In quel caso l’opposizione sarebbe costretta a ricorrere al loro sostegno per formare un governo, contravvenendo alla propria promessa elettorale di non fare alleanze con loro. Alleanze simili sono già avvenute in passato, anche se per brevi periodi.

L’obiettivo di Netanyahu è fare in modo che i partiti arabo israeliani siano a tal punto demonizzati presso l’opinione pubblica israeliana che diventi impossibile per l’opposizione allearsi con loro. Un modo per farlo sarebbe appunto bandire questi partiti tramite la Commissione elettorale presentandoli come “anti sionisti” e “anti israeliani”. Con ogni probabilità poi la Corte Suprema li ripristinerebbe, ma il danno di immagine sarebbe comunque fatto.

La scommessa è: sperare che l’opposizione non ottenga la maggioranza alle elezioni e che, non potendo allearsi con i partiti arabo israeliani, non riesca a formare un governo. A quel punto con ogni probabilità Netanyahu sarebbe nominato a capo di un governo provvisorio per portare il paese a nuove elezioni. Questo gli consentirebbe di rimanere al potere ancora qualche mese, che potrebbe risultare prezioso per orientare a suo favore l’elettorato.

Fu quello che successe tra il 2019 e il 2022, quando a causa dell’instabilità politica in Israele ci furono cinque elezioni in tre anni, e alla fine Netanyahu riuscì ad approfittarne per rimanere al potere, formando l’attuale governo.

Naftali Bennett, marzo 2026 (Photo by Alexi Rosenfeld/Getty Images)

Naftali Bennett, marzo 2026 (Photo by Alexi Rosenfeld/Getty Images)

In parlamento ci sono poi vari disegni di legge controversi con cui il governo potrebbe cercare di influenzare il voto. Uno di questi è la cosiddetta “legge Bennett”, dal nome di Naftali Bennett, il politico di destra che è il principale candidato dell’opposizione a Netanyahu. La legge di fatto limita i finanziamenti ai leader politici che formano nuovi partiti, cosa che Bennett ha appena fatto.

Un’altra legge prevede di indebolire il ruolo del procuratore generale, che nel sistema israeliano è una figura indipendente che ha anche un ruolo di sorveglianza sulle azioni del governo. In questo modo le autorità giudiziarie indipendenti avrebbero minor controllo sulle accuse di frode elettorale e sulle eventuali squalifiche di candidati alle elezioni.

Il ministro Ben Gvir inoltre sta cercando di fare abbassare i criteri per poter accusare una persona di “incitamento al terrorismo”. Attualmente per accusare qualcuno bisogna dimostrare che le sue parole abbiano generato una reale possibilità di atti terroristici. Con la nuova legge basterebbe invece mostrare solidarietà verso chi ha compiuto un attentato.

Secondo i critici, questo darebbe alla polizia un ampio potere discrezionale per accusare di incitamento al terrorismo oppositori e membri dei partiti arabo israeliani.

Itamar Ben Gvir, 2022 (AP Photo/Oded Balilty)

Itamar Ben Gvir, 2022 (AP Photo/Oded Balilty)

Nel complesso, Netanyahu sta cercando di indebolire ulteriormente un sistema di garanzie democratiche già indebolito da anni di guerra e da iniziative autoritarie del suo governo. Non è del tutto chiaro però quanto avrà successo nell’interferire con il processo elettorale israeliano.

Inoltre negli ultimi anni il ministro Ben Gvir ha sostituito i principali ufficiali e funzionari delle forze dell’ordine con persone a lui fedeli, e ha reso la polizia politicizzata e ideologicamente polarizzata. Ha anche creato una specie di guardia personale di circa duemila agenti che non rispondono alle strutture di sorveglianza tradizionali delle forze dell’ordine ma direttamente al ministero.

Il timore è che in caso di un risultato elettorale sfavorevole il governo di Netanyahu possa decidere di contestare le elezioni con la forza, usando almeno parte delle forze dell’ordine fedeli a Ben Gvir. È solo una speculazione per ora, è uno scenario considerato molto remoto, che però non viene del tutto escluso.