I giornalini studenteschi resistono

Sia quelli di carta che in nuovi formati; e fanno un lavoro importante nelle scuole italiane, anche se non sempre incoraggiato

di Viola Stefanello

Una riunione del CISS, il Convegno Italiano Stampa Studentesca, nell'aprile del 2026 a Perugia (CISS)
Una riunione del CISS, il Convegno Italiano Stampa Studentesca, nell'aprile del 2026 a Perugia (CISS)
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Ogni mese, al liceo scientifico Righi di Bologna, più di duecento studenti spendono un euro per comprare il Sottobanco, una rivista cartacea di 47 pagine prodotta, stampata e distribuita dai loro compagni di scuola. Il giornale nella sua forma attuale esiste dal 2022, ma è l’ultimo di una lunga lista di testate che hanno raccontato quel liceo dagli anni Ottanta in poi: oggi ci scrive una trentina di studenti. È proprio quel tipo di giornale che molti ricorderanno dagli anni delle scuole superiori: un prodotto amatoriale, con articoli di opinione e attualità scritti con l’entusiasmo e l’ingenuità degli adolescenti, pieno di vignette, barzellette, poesie e racconti.

La scarsa abitudine dei giovani a informarsi sui giornali di carta e la diffusione di social network e piattaforme di video e podcast potrebbe far pensare che esperienze di questo tipo siano in via d’estinzione. Non è così: secondo le rilevazioni del CISS, il Convegno Italiano della Stampa Studentesca che dal 2008 si riunisce ogni anno a Perugia durante il Festival del Giornalismo, in Italia esistono più di un centinaio di redazioni studentesche attive: ci sono vari blog, PDF scaricabili online, podcast e webtv, ma molte pubblicazioni sono ancora cartacee.

Giacomo Schilardi, direttore del Sottobanco e studente del terzo anno, dice che lui e i suoi compagni non hanno mai pensato di fare un giornale online. «Il Sottobanco ha questo nome proprio perché è un giornalino che gli studenti dovevano sfogliare durante le pause e mettere poi sotto al banco», dice. Pochi giorni fa, il loro lavoro è stato premiato, letteralmente: il Sottobanco ha vinto il primo premio del concorso “Fare informazione a scuola”, organizzato dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna per «valorizzare le iniziative degli istituti scolastici secondari» che propongono attività di redazione.

(CISS)

Chi fa parte di queste redazioni non lo fa, nella maggior parte dei casi, perché vuole diventare giornalista. La redazione di un giornalino scolastico è in molti casi uno spazio di espressione in un ambiente altrimenti rigido e un posto in cui stare insieme fuori dalla classe. «Io penso che la maggior parte della redazione si senta più che altro parte di un gruppo attivo all’interno della scuola», dice Shaila Miah, ex direttrice di Articolo21, apprezzato giornale studentesco del liceo Aristotele di Roma. «Lo viviamo come uno spazio libero e aperto in cui ci si può esprimere tranquillamente».

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Molti di questi giornali, comunque, riescono a fare anche un servizio utile alla comunità studentesca di cui fanno parte, e a cui si rivolgono. Articolo21, il giornalino di Miah, esiste da undici anni e ha una redazione estesa e organizzata: a seconda dell’anno oscilla tra i trenta e i cinquanta redattori ed è divisa in commissioni di redattori, impaginatori, social media manager e così via. Ha un canale YouTube su cui vengono pubblicate le interviste ai candidati alle elezioni dei rappresentanti degli studenti, ma è in larghissima parte cartaceo, e viene letto regolarmente da studenti e professori.

Un paio d’anni fa ha pubblicato un articolo con un titolo provocatorio – «La merda scolastica» – che parlava del malessere degli studenti dentro le istituzioni scolastiche. «Ha suscitato un bel po’ di movimento tra i professori», racconta Miah. L’articolo è stato discusso così a lungo che alla fine la scuola ha deciso di organizzare un’assemblea generale per discuterne.

Il liceale, il giornale del polo scolastico Rambaldi-Valeriani-Alessandro da Imola, dedica gran parte delle proprie pagine ad articoli di utilità immediata per gli studenti, come interviste a ex alunni che hanno fatto carriere interessanti, guide su come scegliere l’università, o edizioni speciali sull’utilizzo del cellulare a scuola, con interviste a esperti che sostengono posizioni diverse. È realizzato in collaborazione con Il Nuovo Diario Messaggero, testata locale di Imola: è uno dei pochi casi in cui una redazione studentesca viene affiancata regolarmente da giornalisti professionisti.

La prima pagina di un’edizione del Liceale

Un altro ottimo esempio è quello di Utopia, del liceo scientifico Einstein di Rimini, che esce regolarmente dal 1993. L’anno scorso Marta Curatolo, redattrice allora sedicenne, ha provocato un certo caos tra gli studenti pubblicando una recensione molto critica di un’assemblea d’istituto sulle droghe in cui sosteneva che l’impostazione fosse troppo proibizionista e che sarebbe stato più utile aprire un dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere. «Quello ha spaccato davvero», dice Curatolo, ridacchiando. L’articolo non le ha creato problemi con i professori — la sua insegnante di italiano le ha detto che era un ottimo lavoro, pur non condividendo le sue posizioni politiche – ma ha attirato molte critiche dagli studenti, inclusi i rappresentanti d’istituto che avevano organizzato l’assemblea.

L’approccio dell’insegnante che svolge il ruolo di referente per il giornalino cambia tutto. In alcuni istituti il professore referente partecipa alle riunioni, difende il giornale di fronte alla dirigenza e lascia la redazione libera di lavorare come preferisce. È il caso di Lucia Bellastella, vicepreside del liceo classico e scientifico Francesco D’Ovidio di Larino, in Molise, che una decina di anni fa ha convinto la scuola ad avviare una webtv e poi, grazie ai fondi del PNRR, è riuscita a dotare la redazione di un’aula attrezzata con tutto il necessario per fare riprese, interviste e post-produzione. I ragazzi coprono eventi sul territorio, intervistano ospiti che vengono invitati a scuola, e i video finiscono sui canali social dell’istituto. «Acquisiscono competenze importanti», dice Bellastella. «Non solo digitali: imparano a gestire il tempo, a relazionarsi, lo spirito critico, la creatività, l’autonomia».

In altri casi, però, la collaborazione è più complessa. Ilaria Ingrassia dirige il Giornalotto, giornale studentesco del liceo Volta di Milano, e fa parte dell’organizzazione del Convegno Italiano della Stampa Studentesca. Racconta che al CISS ogni anno il tema che genera più discussione non riguarda la scrittura o l’impaginazione, ma «la censura», ovvero i limiti di quello che si può pubblicare. «È la questione più sentita di tutte», spiega.

Quest’anno, per esempio, è emersa la storia di un giornalino di Lodi dove il professore referente riscrive tutti i pezzi degli studenti prima di mandarli in pubblicazione. Altri hanno raccontato che, in alcune scuole, la dirigenza ha chiesto di non parlare mai di Donald Trump, o di non usare la parola “genocidio” per parlare di quel che sta succedendo in Palestina. Marta Curatolo, di Utopia, conferma: racconta che quest’anno il professore referente ha suggerito di non usare un termine così forte, all’interno di uno speciale monografico su Israele e Palestina. «Noi ovviamente non l’abbiamo cambiato», aggiunge. «Anche perché ci interessa molto portare il nostro punto di vista di studenti su ciò che accade nel mondo. L’obiettivo principale è combattere un po’ l’indifferenza che vediamo tra i nostri coetanei».

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In questi casi, varie redazioni hanno deciso di risolvere il problema autofinanziandosi. I giornalini scolastici vengono normalmente finanziati dalla scuola attraverso il fondo d’istituto, ma questo comporta che la dirigenza abbia voce in capitolo su quello che viene pubblicato. Alcune redazioni preferiscono rinunciarvi del tutto, e raccolgono i soldi vendendo le copie, cercando sponsor locali o chiedendo un contributo ai redattori stessi.

È il caso di Articolo21, che è nato undici anni fa proprio perché il preside dell’epoca non concordava con la necessità di avere un giornale scolastico. «E quindi gli studenti hanno creato il giornalino di tasca loro, partendo da zero», racconta Miah. Oggi Articolo21 stampa le copie a 1,70 euro l’una e le vende a 2 euro, ha sponsor che pagano tra i 20 e i 50 euro, come pizzerie, tipografie e locali vicini alla scuola. Il professore referente serve principalmente a far ottenere crediti formativi agli studenti che ci lavorano. Il professore viene alle riunioni, «sta lì, chiacchieriamo», ma non ha potere editoriale.

Una cosa di cui si lamentano gli studenti è che le scuole tendono ad apprezzare pubblicamente i giornalini quando ottengono riconoscimenti, ma non li sostengono nel quotidiano. Utopia, per esempio, è arrivato terzo al concorso dell’Emilia-Romagna. Curatolo racconta che il preside era entusiasta e che si è occupato personalmente di organizzare la cerimonia di premiazione, invitando ospiti esterni e convocando un’assemblea per celebrare il risultato. «Tutte le volte che noi abbiamo bisogno di qualcosa, però, facciamo sempre fatica», spiega: la redazione non ha un’aula fissa, e durante la pausa pranzo si è ritrovata più volte a mangiare sulle scale.

Schilardi, di Sottobanco, dice che la situazione è molto simile nel loro liceo. «Si sono cominciati a interessare a noi solo in tempi abbastanza recenti. Questo riconoscimento però sicuramente ha aiutato a dare un messaggio importante alla scuola su quanto entusiasmo e voglia di lavorare ci sia da parte di noi studenti», dice. L’interesse però non si tradurrà in sostegno economico e dall’anno prossimo potrebbe venir meno anche il contributo dell’Associazione Ex Alunni del liceo Righi. «Quello che ci auguriamo, a ogni modo, è che possa essere sempre maggiore all’interno dell’istituto il riconoscimento per questo nostro impegno».