Un involontario alleato della transizione energetica
Donald Trump si è sempre opposto al passaggio alle energie rinnovabili, ma con la guerra in Medio Oriente gli sta dando una grossa accelerata

Donald Trump detesta le pale eoliche almeno dal 2011, quando cominciò una lunga battaglia legale contro un impianto che doveva essere costruito vicino a un suo campo da golf ad Aberdeen, in Scozia. Ma la sua resistenza alle energie rinnovabili fa da sempre parte anche del suo approccio politico, tanto che recentemente la sua amministrazione è arrivata a pagare le aziende del settore energetico statunitensi perché cancellino i progetti già in corso per installare nuove pale eoliche.
Nonostante questo, il suo secondo mandato da presidente degli Stati Uniti rischia di venire ricordato come il momento in cui buona parte del mondo ha finalmente deciso di accelerare la transizione energetica, puntando su fonti rinnovabili, come quella solare ed eolica. Il tutto a causa di una serie di fattori che sono stati intensificati dalla guerra in Medio Oriente iniziata da Stati Uniti e Israele a fine febbraio.
Il blocco dello stretto di Hormuz, infatti, ha avuto conseguenze profonde sull’economia mondiale, causando un drastico aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale. Questo ha spinto molte persone, aziende e governi a cercare alternative indipendenti da eventuali imprevisti e crisi. Negli ultimi anni qualcosa di simile era già successo durante la pandemia da coronavirus del 2020 e dopo l’invasione russa dell’Ucraina su larga scala, nel 2022, che ebbero gravi conseguenze sul mercato energetico globale (soprattutto europeo).
Secondo Susanna Dorigoni, docente di Economia dell’Energia all’Università Bocconi di Milano, «la storia insegna come ogni grande shock di prezzo abbia prodotto, con un certo ritardo, processi di sostituzione e perdita di quote di mercato per la fonte fossile. Gli shock petroliferi degli anni Settanta favorirono lo sviluppo del nucleare, l’efficienza energetica e la diversificazione con il gas naturale. Prezzi strutturalmente alti, infatti, rendono progressivamente più conveniente la sostituzione con fonti alternative».
Lo scorso aprile Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), la principale organizzazione intergovernativa sulle questioni energetiche, ha detto al Guardian che la fiducia nei confronti delle fonti fossili diminuirà a causa della guerra in Medio Oriente: «La percezione del loro rischio e della loro affidabilità cambierà e i governi aggiorneranno le loro strategie energetiche». Per quanto riguarda la possibilità che, una volta risolto il conflitto, si possa tornare alla situazione precedente, Birol si è detto scettico: «Il vaso si è rotto, il danno è fatto: sarà molto difficile rimettere insieme i pezzi».
Simon Stiell, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha definito questa situazione un’«immensa ironia», notando come «quelli che hanno combattuto per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili stanno inavvertitamente accelerando il boom globale delle energie rinnovabili». Gli aumenti del prezzo dell’energia causati dal blocco dello stretto di Hormuz, infatti, sembrano aver fatto cambiare idea anche alle categorie che tradizionalmente sostenevano le fonti fossili.
In Italia, la scorsa settimana, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha invitato le regioni a sbloccare le circa quattromila concessioni per impianti di vario tipo che sono ferme per motivi burocratici. Secondo Terna, gestore nazionale della rete elettrica, nel mese di aprile sono stati installati impianti per 760 megawatt, in aumento rispetto ai mesi precedenti. La capacità di generazione italiana da fonti rinnovabili ha raggiunto gli 86 gigawatt (GW) complessivi (un tipico reattore nucleare ha mediamente una potenza di 1 GW). La spinta ha interessato anche il mercato italiano delle automobili, tra i meno elettrificati dell’Unione europea, che ad aprile ha registrato quasi il doppio delle immatricolazioni di veicoli elettrici.
Tanto interesse per le rinnovabili è arrivato in un momento cruciale per il settore, che negli ultimi anni ha avuto un miglioramento senza precedenti in termini di capacità industriale ed efficienza energetica. Questo ha riguardato soprattutto l’energia solare, grazie all’espansione dell’industria cinese, che ha permesso, nel 2025, di raddoppiare in un anno le nuove installazioni di impianti fotovoltaici nel mondo.
Soltanto in Europa la quantità di pannelli solari installati negli ultimi anni ha superato la capacità di assorbimento della rete elettrica in alcune fasce orarie, tanto che molti produttori sono costretti a ricorrere a volte alla riduzione deliberata e controllata della produzione di energia da fonti rinnovabili. Secondo Bloomberg, a causa di queste riduzioni, nei prossimi mesi in Europa verranno sprecati 40 terawattora, «abbastanza da coprire il fabbisogno elettrico per un anno intero nella Greater London», ovvero l’area metropolitana londinese.
Il modo migliore per evitare simili sprechi è usare le batterie di accumulo, dispositivi pensati per immagazzinare l’energia elettrica prodotta dai pannelli quando c’è il sole, per poterla usare di sera. Negli ultimi anni le prestazioni delle batterie di accumulo sono migliorate sensibilmente fino a diventare un fattore chiave per rendere l’energia solare disponibile anche nelle ore senza sole. A inizio mese anche l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) ha confermato che l’utilizzo di energia solare ed eolica combinate alle batterie garantisce una competitività maggiore rispetto alle fonti fossili.
Secondo Giovanni Mori, ingegnere energetico e divulgatore scientifico per LifeGate, la guerra in Medio Oriente si è rivelata «un enorme spot per le energie rinnovabili, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza che garantiscono». Spendere cento milioni di euro in gas naturale, spiega Mori, è diverso da investire la stessa cifra in pannelli fotovoltaici: i secondi, infatti, permettono di produrre energia per molti anni, mentre con il gas prima o poi si è costretti a tornare a comprare.
È il motivo per cui molti paesi in via di sviluppo che per decenni avevano puntato sui combustibili fossili e sul carbone, come Cuba e la Turchia, stanno invece investendo in pannelli fotovoltaici e batterie di accumulo: «se ne accorgono tutti che è davvero strategico avere indipendenza energetica, ora che le tecnologie lo permettono», dice Mori.
Persino gli Stati Uniti stanno continuando l’installazione di impianti solari, nonostante le pressioni di Trump, che sembra comunque essere riuscito a rallentare la crescita del settore facendo leva sulla sicurezza nazionale. La sua amministrazione, infatti, ha spinto banche, assicuratori e aziende private a interrompere i rapporti con alcune società cinesi che avevano costruito fabbriche di pannelli solari negli Stati Uniti, creando un’incertezza che ha scoraggiato investimenti e contratti. L’energia solare è rimasta la principale fonte di nuova capacità aggiunta alla rete elettrica statunitense nel 2025, pur diminuendo del 14 per cento rispetto all’anno precedente.
La decisione di contrastare le fabbriche di pannelli solari in territorio statunitense potrebbe danneggiare gli Stati Uniti e avvantaggiare la Cina, che si sta affermando come principale potenza industriale nel campo delle rinnovabili. Secondo l’IEA, l’industria cinese controlla il 78 per cento della produzione di pannelli solari, oltre ad avere un controllo della filiera produttiva ed estrattiva di tutto il settore.
Tuttavia, non tutti concordano con le previsioni più ottimiste sul futuro dell’energia. L’aumento dei prezzi di gas naturale e petrolio, infatti, ha assicurato entrate straordinarie alle aziende del settore fossile. Secondo l’organizzazione ambientalista Friends of the Earth, queste entrate rischiano di ostacolare la transizione energetica, finanziando il lobbying e spingendo ad aumentare la produzione di gas e petrolio.
Infine, va ricordato che la crescita delle rinnovabili riguarda soprattutto la generazione di elettricità, che è solo una parte dell’energia che consumiamo (circa un quinto a livello europeo). «In settori come il riscaldamento domestico, il terziario, l’industria e soprattutto i trasporti», conclude Dorigoni, «le fonti fossili continuano a mantenere un ruolo predominante, rallentando la velocità complessiva della transizione energetica».



