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  • Venerdì 15 maggio 2026

L’elezione del nuovo presidente della Federcalcio è tutto un programma

Due, anzi: quelli di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò, i candidati ufficiali e non certo a sorpresa

Giovanni Malago e Giancarlo Abete il 13 maggio a Roma (Image Photo Agency/Getty Images)
Giovanni Malago e Giancarlo Abete il 13 maggio a Roma (Image Photo Agency/Getty Images)
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Il 14 maggio sono state ufficializzate le candidature per la presidenza della FIGC, la Federazione del calcio italiano, il cui presidente Gabriele Gravina si è dimesso dopo la terza mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali. I nomi dei due candidati – Giovanni Malagò e Giancarlo Abete – non sono una novità. Entrambi sono molto noti nel contesto sportivo e calcistico, e la loro la candidatura era certa da settimane. La novità è che la FIGC ne ha pubblicato i programmi elettorali.

Le elezioni del nuovo presidente della FIGC, più nota come Federcalcio, saranno il 22 giugno al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, mentre altrove già si staranno giocando i Mondiali. A scegliere il presidente saranno i membri di un’assemblea in cui sono rappresentate – ciascuna con un peso diverso – le leghe del calcio professionistico e dilettantistico e le associazioni di calciatori e allenatori. La Lega Nazionale Dilettanti, che ha il maggior peso elettorale, è per Abete, che ne è presidente. Quasi tutte le altre leghe e associazioni sono per Malagò, che è quindi favorito. Una terza candidatura, dell’avvocato ed ex calciatore Renato Miele, è stata respinta perché non sostenuta da alcuna lega o associazione.

I due programmi sono ben più brevi del sempre più celebre ma comunque ancora misterioso dossier Baggio. E meno articolati e ricchi di dati e analisi rispetto alla relazione, accompagnata da 26 allegati, in cui dopo le dimissioni Gravina disse quel che gli restava da dire sul calcio italiano. Sono programmi elettorali fatti per non scontentare troppo certe leghe e che quasi mai entrano nei dettagli sul come cambiare ciò che dicono di voler cambiare, ma ci sono cose interessanti. E sono comunque il punto di partenza per discutere delle candidature di Malagò e di Abete.

Giovanni Malagò ha 67 anni ed è il più noto dirigente sportivo italiano. Dal 2013 al 2025 è stato presidente del CONI, il Comitato olimpico italiano, che in quel periodo ha ottenuto record di medaglie alle Olimpiadi estive e invernali, oltre all’assegnazione delle Olimpiadi di Milano Cortina, di cui è stato presidente del comitato organizzatore. Ha anche un passato da giocatore di calcio a 5, partecipò anche a un’edizione dei Mondiali in Brasile.

Malagò alla Cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano Cortina, il 22 febbraio a Verona (Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Il suo programma si intitola “Uniti per il futuro del calcio italiano” e inizia così: «Il calcio italiano non ha bisogno di una stagione di contrapposizioni. Ha bisogno di una stagione di ricomposizione». Malagò scrive di volere «meno gestione dell’emergenza e più governo dei processi; meno annunci e più attuazione; meno burocrazia e più responsabilità; meno frammentazione e più sistema». Della Serie A scrive che è sempre più seguita nel mondo e che deve essere «il primo motore economico del movimento»; della Serie B che deve diventare «laboratorio del talento»; dell’AIA, l’associazione degli arbitri, che «è un presidio di credibilità dell’intero sistema: va protetta e accompagnata con formazione, tecnologia e comunicazione».

Il programma, come spesso accade, e in particolare in un contesto in cui si cercano voti di varie componenti con interessi diversi, affronta vari temi (calcio a 5 e infrastrutture, agenti sportivi e diritti tv) e finisce così: «Il programma federale non deve essere una somma di promesse rivolte a singole componenti. Deve essere un patto».

In sintesi e tra tante dichiarazioni generali e a volte generiche, il messaggio centrale sembra essere – come già era prima del programma – che Malagò ha fatto bene altrove, e potrà farlo anche in Federcalcio, portando ordine, competenza e capacità manageriale e di mediazione. Già nell’intestazione si legge, per dire, «Il futuro è una responsabilità che accetto con orgoglio». Il punto forte di Malagò è essere Malagò.

È comprensibile, dato che il suo nome fu fatto da molti già poche ore dopo la mancata qualificazione dell’Italia, e ancora prima che lui comunicasse l’intenzione di candidarsi. Si sta parlando di una sua possibile ineleggibilità dovuta al suo recente ruolo nel CONI, e probabilmente se ne parlerà fino alle elezioni, forse pure dopo.

Giancarlo Abete ha 75 anni. Dal 2022 è presidente della Lega Nazionale Dilettanti, prima ancora era stato presidente della FIGC dal 2007 al 2014, nel 2006 (quando l’Italia vinse i Mondiali) era capo delegazione della Nazionale. Per tutti gli anni Ottanta fu deputato per la Democrazia Cristiana, in tre diverse legislature.

Giancarlo Abete nel 2020, quando era Commissario della Lega Serie A (ANSA / MATTEO BAZZI)

Capirete bene, date le premesse, che Abete non si presenta come un candidato di rottura con il passato. Forte del peso della Lega Dilettanti, che da sola vale il 34 per cento dei voti, ha detto: «Io sono espressione di una continuità significativa all’interno della FIGC, che non è basata su poteri forti ma su un certo tipo di coerenza, certi tipi di comportamenti». Il suo programma guarda chiaramente alla lega di cui è presidente, e punta a convincere la Lega Pro: è la lega delle squadre di Serie C, è presieduta dal giornalista Matteo Marani ed è l’unica a non essersi ancora schierata.

Il programma di Abete si intitola “Documento programmatico sulle attività della FIGC”. Si apre parlando della relazione di Gravina, «al quale tutte le componenti del calcio italiano debbono gratitudine», e torna a citarla più volte come esempio di quanto buono fatto finora e come utile punto di partenza per provare a sbrogliare le «criticità irrisolte».

Rispetto a quello di Malagò è un programma più tecnico nel trattare di statuti, norme e decreti, e di certo più concreto in alcune proposte. Mentre il programma di Malagò è diviso per punti, questo è un discorso unico lungo circa 6mila parole (contro le circa 7mila di Malagò). Il programma di Abete è molto critico verso la Serie A, parla della necessità di un «ridimensionamento dell’area professionistica» e insiste sull’importanza del «sistema calcio», soprattutto sulle realtà alla base di quel sistema.

«Per una pluralità di motivi – spesso collegati all’immagine che il calcio ha dato di essere una realtà ricca come se si esaurisse in alcuni grandi Club e nei fondi internazionali di investimento — il calcio ha scontato e continua a scontare una sorta di peccato originale basato su una opulenza che non c’è ma che — anche se ci fosse — riguarderebbe un mondo assolutamente ristretto rispetto alla presenza del calcio in tutto il Paese».

A proposito della Nazionale, Abete scrive che è sbagliato associarne gli insuccessi al presidente federale, e che ritiene che il responsabile della Nazionale non dovrebbe più essere «il presidente federale o comunque un soggetto politico riconducibile al consiglio federale» bensì «dirigenti manager del mondo del calcio».

Il 22 giugno, a scegliere tra Malagò e Abete sarà l’assemblea elettiva composta da 273 delegati, con un principio diverso dal più diffuso “una testa un voto”. A seconda della componente (lega o associazione) di cui fa parte, il voto di ogni delegato avrà un peso diverso: quello dei 20 delegati della Lega Serie A avrà per esempio un peso ben maggiore di quello dei 20 delegati della Lega Serie B. In questi due casi, i delegati coincidono con i presidenti delle squadre, per le altre componenti sono invece rappresentanti eletti da ognuna.

L’assemblea si aprirà con una presentazione dei programmi, cui seguiranno eventuali interventi di alcuni delegati e poi il voto elettronico a scrutinio segreto. Sarà eletto chi otterrà la maggioranza dei voti. Dal 22 giugno cambierà il presidente, ma non il Consiglio federale, che è l’organo direttivo e di governo della FIGC: tutti i consiglieri in carica si sono infatti ripresentati e, in assenza di sfidanti, almeno 20 su 21 saranno confermati. «È come se cadesse un governo ma cambiasse solo il premier», ha scritto con efficace sintesi il Corriere dello Sport.