La Cina non è mai stata così sicura di sé
Ed è in gran parte opera di Trump, che con le sue politiche inaffidabili ha rafforzato Xi Jinping

Quando Donald Trump visitò la Cina l’ultima volta, durante il suo primo mandato nel 2017, l’accoglienza riservatagli dal presidente Xi Jinping fu eccezionale. Folle con fiori in mano che inneggiavano a Trump, canzoni patriottiche statunitensi suonate durante la parata delle forze armate cinesi, una visita condotta personalmente da Xi alla Città Proibita, l’ex palazzo imperiale di Pechino, con tanto di cena e spettacoli.
Nessun altro leader aveva mai – e ha mai in seguito – goduto di tanto sfarzo in una visita in Cina. Trump rimase così colpito che quella accoglienza continua a citarla ancora, a nove anni di distanza. A febbraio di quest’anno, per esempio, ha detto: «Sapete, l’ultima volta che sono stato in Cina il presidente Xi mi ha trattato così bene».
Trump è tornato a Pechino mercoledì, per la sua seconda visita di stato in Cina: l’accoglienza sarà comunque pomposa, degna di un importante capo di stato, ma non sarà eccezionale e sfarzosa come l’ultima volta. Nel linguaggio del protocollo diplomatico, Trump è stato declassato da leader eccezionale a leader importante. Dall’unico, a uno dei tanti. Questo mostra come sono cambiati i rapporti di forza tra Stati Uniti e Cina in questi nove anni.
La visita di stato di Trump avviene in un momento in cui la Cina non si è mai sentita così sicura di sé. Questa sicurezza è in parte giustificata da dati reali, in parte no, ma è comunque evidente: non solo nell’atteggiamento del regime cinese, ma anche nell’atteggiamento dello stesso Trump, che sembra consapevole di quanto la posizione della Cina si sia rafforzata negli ultimi mesi.

Trump piuttosto soddisfatto durante la visita di stato in Cina del novembre 2017 (AP Photo/Andy Wong, File)
Cominciamo dalla guerra commerciale tra i due paesi: nove anni fa, quando Trump per la prima volta impose pesanti dazi alla Cina, il regime cinese rimase spiazzato e fu costretto ad adottare un atteggiamento accondiscendente che portò alla sfarzosa visita di stato del 2017. Allora la Cina sapeva di avere molto da perdere da una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e finì per fare grosse concessioni a Trump. Queste concessioni – soprattutto quelle riguardanti gli investimenti e gli acquisti di merci americane – non furono davvero rispettate, ma in ogni caso al tempo l’imperativo della Cina era: placare e soddisfare Trump.
Durante la campagna elettorale del 2024 per il suo secondo mandato, Trump garantì agli elettori statunitensi che avrebbe ancora una volta colpito la Cina con durezza. Promise di imporre dazi altissimi, cosa che effettivamente ha fatto ad aprile dell’anno scorso. Questa volta però la reazione della Cina è stata diversa: anziché cedere, il regime cinese ha deciso di reagire, e ha di fatto finito per avere la meglio. Dopo aver imposto dazi di oltre il 150 per cento, Trump è stato costretto a ritirarne la gran parte, perché la ritorsione cinese stava facendo troppi danni all’economia americana.
Tra il 2017 e oggi, la Cina non soltanto ha avuto il tempo di prepararsi e di isolare la sua economia dagli effetti dei dazi statunitensi; ha anche cominciato a individuare i punti deboli degli Stati Uniti e a sfruttarli a proprio vantaggio. Il più noto sono le terre rare: quel gruppo di 17 metalli necessari per la gran parte delle produzioni tecnologiche e su cui la Cina ha un monopolio quasi completo. È bastato restringere le esportazioni delle terre rare per costringere Trump a negoziare.
La Cina si sente sicura di sé anche per via della guerra in Medio Oriente. Anzitutto perché sa di avere un ruolo potenzialmente importante nelle trattative di pace: la Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, il suo maggiore compratore di petrolio, e uno dei paesi che, seppure discretamente, l’ha più sostenuto in questa guerra. Ha una grossa influenza sull’Iran e gli Stati Uniti sperano che la possa usare per facilitare gli accordi di pace.
L’ha riconosciuto esplicitamente il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, che la settimana scorsa ha chiesto collaborazione alla Cina per riaprire lo stretto di Hormuz.
Il regime cinese è inoltre convinto che la guerra abbia mostrato la debolezza degli Stati Uniti, che hanno usato tutto il loro potere militare contro l’Iran ma non sono riusciti comunque a raggiungere i propri risultati e ad abbattere il regime iraniano come Trump avrebbe voluto. La guerra – e in precedenza l’attacco al Venezuela e varie altre politiche aggressive di Trump – ha generalmente danneggiato la reputazione internazionale degli Stati Uniti, spesso a favore della Cina.
Per esempio nell’Unione Europea le persone che vedono in maniera sfavorevole gli Stati Uniti sono ormai il 74 per cento. È più della Cina, che è vista in maniera sfavorevole dal 61 per cento degli europei.

Trump e Xi Jinping l’ultima volta che si sono visti, nell’ottobre del 2025 in Corea del Sud (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Che i rapporti di forza siano cambiati lo mostra anche l’atteggiamento dello stesso Trump. Inizialmente, con i dazi e con aggressive misure commerciali, la sua amministrazione aveva sperato di costringere la Cina a grosse concessioni economiche: aveva cercato di ottenere più investimenti, di limitare il suo sviluppo tecnologico nel settore dei microchip, e in generale di ottenere vantaggi nella competizione economica tra i due paesi.
Le ambizioni per la visita di questa settimana sono invece drasticamente ridotte, e di breve respiro. Entrambi i paesi sperano di raggiungere un equilibrio che consenta di sospendere le parti peggiori della guerra commerciale e di evitare di provocarsi troppi danni a vicenda. Le ambizioni statunitensi di contenere e contrastare la Cina sembrano ormai passate.
Tutto questo non significa che la Cina sia in una situazione ideale, anzi. La sua economia ha grossi e noti problemi, che il regime al momento non sembra in grado di risolvere. La disoccupazione giovanile rimane molto elevata e il malcontento economico è diffuso. Il paese è nel pieno di una enorme purga delle forze armate, che potrebbe averne compromesso l’efficacia.
Il momento di forza della Cina, di fatto, è il risultato dell’assenza degli Stati Uniti, più che di meriti propri.



