Come si svegliava la gente prima delle sveglie

Il canto dei galli era un modo ma non l'unico né il più affidabile

Due campanari nel campanile della cattedrale di San Vito a Praga, Repubblica Ceca (Epa/Martin Divisek)
Due campanari nel campanile della cattedrale di San Vito a Praga, Repubblica Ceca (Epa/Martin Divisek)
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C’è stato un periodo negli anni Ottanta in cui le persone prive di una sveglia o troppo pigre per caricarne una schiacciavano 114 sul telefono di casa e chiedevano di ricevere una telefonata a un’ora prestabilita. Era uno dei servizi forniti dalla società telefonica italiana SIP, poi diventata Telecom Italia e TIM, e già da quello si sarebbe forse potuto intuire che le funzioni della sveglia tradizionale sarebbero infine state integrate in altri dispositivi inventati per fare molto di più.

Ma per gran parte della sua storia l’umanità ha dovuto fare a meno della sveglia, che fu inventata solo nel 1787 ma si diffuse perlopiù dopo la registrazione del primo brevetto in Inghilterra, quasi un secolo più tardi. Il che non significa che prima le persone non avessero la necessità di svegliarsi a un’ora precisa. Già allora non era condivisa da tutte le classi: come racconta lo storico Alessandro Barbero nel libro A che ora si mangia? fin dalla fine del Settecento gli aristocratici erano abituati a far tardi la sera, in teatro o a ballare, e il giorno dopo si svegliavano quando contadini e operai pranzavano.

Contadini, operai e altri che dovevano svegliarsi parecchie ore prima degli aristocratici ci riuscivano sfruttando metodi perlopiù condivisi, il più importante dei quali era il suono delle campane. In Italia e in altri paesi di tradizione cristiana in Europa occidentale e centrale, il campanaro era una delle figure centrali nella comunità e aveva l’incarico di scandire i momenti più importanti della giornata. Di solito era un chierico, un sacrestano o un’altra persona che viveva nei dintorni della parrocchia, dove clessidre o altri sistemi meccanici di misurazione del tempo permettevano facilmente di essere puntuali fin dalle prime ore della giornata.

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La prima scampanata era l’Angelus del mattino, che annunciava l’alba e segnava il momento dell’inizio del lavoro, dopo le preghiere: in Italia era una consuetudine diffusa nelle città e anche in zone rurali, almeno dal Duecento. E per secoli rese il campanile un riferimento – anche spaziale e psicologico – fondamentale per le famiglie di contadini: sia per le attività spirituali, sia per quelle agricole di tutti i giorni.

Nel Regno Unito era nota un’altra figura semi-professionale, una specie di campanaro a domicilio, meno rumoroso ma più indiscreto: il knocker upper (letteralmente “bussatore”). Aveva il compito di bussare con un bastone alle finestre delle case per svegliare gli abitanti, e di smetterla solo quando qualcuno in casa confermava di essere sveglio. Un po’ come con la Sip, per cui sollevare la cornetta del telefono era l’unico modo per far cessare gli squilli.

«Rimanevano lì immobili finché non ricevevano una risposta dai loro clienti», ha detto a BBC la ricercatrice e storica Arunima Datta. Il sistema dei bussatori si affermò durante la rivoluzione industriale, quando la gestione del tempo di lavoro degli operai dipendenti cominciò a essere rigorosa, e dopo che tentativi con fischietti e campanelli suonati dalle fabbriche si erano rivelati inefficaci.

Alcuni bussatori dotati di buona mira usavano anche mezzi diversi dal bastone: le cerbottane, con cui soffiavano piccoli sassolini contro le imposte delle finestre. Restavano svegli per tutta la notte, e cominciavano a svegliare le persone già dalle tre del mattino, a seconda delle necessità. Si occupavano anche di altri servizi pubblici, come per esempio notare incendi o altre emergenze e dare l’allarme.

Professioni simili a quelle dei bussatori, secondo le ricerche di Datta, furono diffuse per un certo periodo dell’Ottocento e del primo Novecento anche in altri paesi in Europa, tra cui Francia e Italia. Ma erano più una specie di strilloni, dato che per svegliare le persone urlavano.

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A parte le campane e i bussatori, i sistemi più diffusi prima delle sveglie erano perlopiù segnali naturali, come la luce del sole. In molte società preindustriali le routine quotidiane delle persone erano regolate sui loro ritmi circadiani, cioè i cicli con cui si ripetono regolarmente determinati processi fisiologici nell’arco di 24 ore, in base alla risposta del corpo all’alternanza tra la luce e il buio.

Ma alcune persone lavoravano anche fino a notte fonda, e quindi le loro sveglie “fisiologiche” non erano utili: servivano mezzi fisici, o l’orologio interno di animali più affidabili.

Il canto del gallo al mattino è stato per lunghissimo tempo e in molti paesi un segnale comune di inizio della giornata. Alcune ricerche hanno però dimostrato che anche i galli seguono un proprio orologio biologico interno, condizionato dallo stimolo esterno della luce, ma anche da altri fattori. È per questo che capita facilmente di ascoltarli cantare in momenti diversi, più volte nella stessa giornata, ma non necessariamente all’alba.

Prima dell’invenzione delle moderne sveglie meccaniche erano diffusi, perlopiù tra gli ecclesiastici e nelle classi sociali più elevate, sistemi di misurazione del tempo che all’occorrenza potevano anche funzionare come sveglie rudimentali. Gli orologi a candela, di cui esistono tracce già nella Cina del VI secolo d.C., erano candele su cui erano incise delle tacche per misurare lo scorrere del tempo. In alcuni casi, in corrispondenza delle tacche, venivano conficcati dei chiodi che cadendo nel piattino della candela producevano un suono, man mano che la fiamma consumava la cera.

In Asia orientale esistevano un tempo anche altri particolari orologi a incenso, in cui lo scorrere del tempo era segnato appunto da bastoncini di incenso. La fiamma che consumava lentamente i bastoncini su un supporto, a una velocità di circa 5 centimetri all’ora, bruciava anche un filo di seta che sosteneva una coppia di sfere metalliche, che cadendo nel contenitore producevano un rumore in grado di svegliare le persone vicine.

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