• Mondo
  • Giovedì 7 maggio 2026

Che cosa servirebbe per riaprire lo stretto di Hormuz?

Anzitutto un accordo diplomatico, poi qualche scelta complicata, e quanto meno alcune settimane

Navi nello stretto di Hormuz, 2 maggio 2026 (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP)
Una nave cargo nello stretto di Hormuz, 2 maggio 2026 (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP)
Caricamento player

Mettiamo che domattina riapra completamente lo stretto di Hormuz. È un’ipotesi decisamente improbabile, perché al momento Stati Uniti e Iran sembrano ancora abbastanza lontani dal trovare un accordo. L’Iran inoltre sembra avere intenzione di mantenere un qualche tipo di controllo sullo stretto anche dopo la fine della guerra. Ma facciamo comunque l’ipotesi: in caso di riapertura, cosa servirebbe per fare riprendere i traffici di merci e idrocarburi che c’erano prima della guerra?

C’è anzitutto un elemento preliminare da considerare: una riapertura completa e totale di Hormuz può avvenire soltanto per via diplomatica, cioè con il consenso dell’Iran. Negli ultimi mesi i tentativi falliti degli Stati Uniti hanno mostrato chiaramente che una riapertura tramite la forza militare sarebbe eccezionalmente rischiosa e dispendiosa, e probabilmente impraticabile.

Nei primi mesi di guerra, gli Stati Uniti hanno tentato più volte di avviare una missione militare per scortare le navi attraverso lo stretto, ma non l’hanno mai nemmeno cominciata perché i rischi per le forze statunitensi erano troppo alti: inviare navi da guerra americane a scortare quelle commerciali le avrebbe rese un facile bersaglio dei missili e dei droni iraniani.

Negli scorsi giorni invece l’amministrazione di Donald Trump ha cercato di avviare una missione per guidare a distanza le navi commerciali attraverso lo stretto, fornendo loro indicazioni per evitare mine e altri pericoli. È passata soltanto una nave, poi gli iraniani hanno ricominciato a bombardare come ritorsione i paesi arabi del golfo Persico, e gli Stati Uniti hanno rinunciato al loro piano.

Ma immaginiamo che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo, e che lo stretto di Hormuz venga effettivamente riaperto.

La prima questione da considerare riguarda su quale rotta far riprendere la navigazione. Lo stretto di Hormuz ha una larghezza di circa 30 chilometri nel suo punto più stretto, ma le parti effettivamente navigabili dalle grandi navi come le petroliere e le portacontainer sono molto più piccole, a causa della presenza di isole e di fondali troppo bassi.

Per decenni la rotta di attraversamento dello stretto di Hormuz è sempre stata quella indicata dalle frecce viola nella mappa qui sotto, in entrata e in uscita. Questa rotta percorre il tratto più libero dello stretto e – punto importante – si trova interamente nelle acque territoriali dell’Oman. Con l’inizio della guerra l’Iran ha però minato quella parte dello stretto, rendendola inagibile.

Wikimedia

La linea blu tratteggiata è il confine marittimo tra Oman e Iran (Wikimedia)

Negli scorsi mesi l’Iran ha dunque costretto su un’altra rotta le poche navi che ricevevano il permesso di passare, molto più a nord e radente la costa iraniana. Questa nuova rotta si può vedere in una mappa fatta circolare dalle autorità iraniane nelle scorse settimane: l’ingresso allo stretto passa a nord dell’isola di Larak, mentre l’uscita immediatamente a sud. Come è chiaro, questa rotta consente al regime iraniano di controllare molto più facilmente il traffico. Nella mappa iraniana, peraltro, la zona della vecchia rotta è circondata da un grosso quadrato che indica che la zona è minata.

La mappa diffusa dalle autorità iraniane

La prima decisione da prendere dunque è: cominciare a usare la nuova rotta, accettando un maggiore controllo dell’Iran – che a un certo punto ha anche provato a chiedere pedaggi per il passaggio – oppure ripristinare la vecchia rotta?

Ripristinare la vecchia rotta significa togliere le mine. Lo stesso regime iraniano ha ammesso di non sapere precisamente quante siano e dove si trovino, ma gli esperti stimano che le operazioni di sminaggio richiederanno almeno due settimane o persino qualche mese.

Navi nello stretto di Hormuz, 27 aprile 2026(Razieh Poudat/ISNA via AP)

Navi nello stretto di Hormuz, 27 aprile 2026 (Razieh Poudat/ISNA via AP)

Una volta scelta e sgomberata la rotta, c’è poi una questione di fiducia da ripristinare.

Anche se nella nostra ipotesi la riapertura dello stretto di Hormuz è stata ottenuta per via diplomatica e concordata, è probabile che le grandi compagnie commerciali nelle prime settimane o nei primi mesi non si fideranno ancora ad attraversare lo stretto e non vorranno correre il rischio di trovarsi nel bel mezzo di un’eventuale ripresa degli scontri, finché l’eventuale cessate il fuoco è ancora fragile. Bisogna ricordare che le grandi navi come le petroliere vanno lentissime: 25 chilometri all’ora al massimo (14 nodi). Per attraversare tutto lo stretto impiegano tra le 10 e le 14 ore. Significa che se una nave si dovesse trovare coinvolta da operazioni militari mentre è nel bel mezzo dell’attraversamento, impiegherebbe ore a trovare riparo.

Per tutte queste ragioni è probabile che ci vorrà un po’ di tempo prima che le compagnie commerciali si fidino a mandare le proprie navi nello stretto. È inoltre possibile che in ogni caso sarà necessario organizzare un qualche tipo di scorta militare per le navi che attraversano Hormuz. Sarebbe una scorta diversa e meno impegnativa rispetto a quella tentata e fallita finora dall’amministrazione Trump, ma si tratterebbe comunque di un’operazione complessa.

C’è un precedente. Dopo l’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, nell’ottobre del 2023, gli Houthi in Yemen come ritorsione cominciarono ad attaccare le navi commerciali legate a Israele e agli Stati Uniti che passavano per lo stretto di Bab al Mandab, quello che fornisce l’accesso al mar Rosso. Questi attacchi danneggiarono notevolmente i commerci internazionali, al punto che a marzo del 2025 gli Stati Uniti cominciarono una campagna di bombardamenti contro lo Yemen. A maggio poi Houthi e Stati Uniti raggiunsero un accordo di cessate il fuoco per garantire la riapertura di Bab al Mandab.

Ma nonostante l’accordo, per mesi alcune compagnie commerciali avevano continuato a rifiutarsi di percorrere lo stretto, perché la situazione era ancora giudicata troppo rischiosa. Inoltre, a oltre un anno di distanza, la presenza militare occidentale è ritenuta ancora necessaria, sebbene con forze ridotte, per garantire la sicurezza dei commerci.