Cosa si sa della nuova proposta di accordo dell’Iran agli Stati Uniti
È in 14 punti e include anche la fine dei combattimenti in Libano: Trump dice che la sta valutando ma è tutto ancora in una fase di stallo

Sabato sera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che sta ancora valutando l’ultima proposta di accordo inviatagli dall’Iran, di cui si era detto «non soddisfatto» solo ventiquattro ore prima. Prima di salire su un aereo per la Florida, ha detto ai giornalisti che venerdì aveva fatto quei commenti sulla base di un riassunto del piano, mentre questo fine settimana l’avrebbe letto nei dettagli. Poco dopo ha comunque scritto sul suo social Truth: «presto esaminerò il piano che l’Iran ci ha appena inviato, ma non riesco a immaginare che possa essere accettabile».
Sabato l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, legata ai Guardiani della rivoluzione, ha riferito che il nuovo piano dell’Iran è composto da 14 punti e fissa un termine di 30 giorni per trovare un accordo su un nuovo modo di gestire lo stretto di Hormuz e porre fine sia alla guerra più estesa in Medio Oriente, sia a quella fra Israele ed Hezbollah in Libano. Solo alla fine di questo periodo ne inizierebbe un altro di 30 giorni in cui Stati Uniti e Iran si concentrerebbero sul negoziare un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano. Il piano inoltre chiede il ritiro delle forze statunitensi che gli Stati Uniti hanno inviato negli ultimi due mesi nella regione e la revoca delle sanzioni nei confronti dell’Iran.
Il limite di 30 giorni suggerisce una certa urgenza da parte dell’Iran, la cui economia sta risentendo moltissimo del blocco statunitense sulle sue esportazioni, e allo stesso tempo si tratta di un piano piuttosto ambizioso, che ha come obiettivo una fine vera e propria della guerra, piuttosto che un cessate il fuoco a tempo indeterminato, come quello attuale. Il piano comunque include ancora diversi punti che gli Stati Uniti in passato hanno rifiutato, come la richiesta di posticipare a un secondo momento i negoziati sul suo programma di arricchimento dell’uranio, che gli Stati Uniti vorrebbero smantellare completamente.
Anche l’inclusione del Libano nell’accordo è un punto complicato, perché richiede che gli Stati Uniti obblighino Israele a fermare gli attacchi contro il gruppo armato di Hezbollah, che l’Iran finanzia: Trump l’ha già fatto a metà aprile imponendo al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un accordo di cessate il fuoco (attualmente molto fragile), ma obbligarlo a fermare del tutto i combattimenti sarebbe più complicato.
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Secondo quanto riferito da due funzionari iraniani al New York Times, per cercare di convincere gli Stati Uniti l’Iran avrebbe detto di essere disposto a riaprire lo stretto di Hormuz prima che Trump rimuova il blocco posto dagli Stati Uniti alle navi iraniane o legate all’Iran che entrano ed escono dal golfo di Oman: un’importante concessione.
Trump però continua a voler costringere l’Iran ad accettare le sue condizioni sul nucleare, che per l’Iran sono inaccettabili. Il primo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, a metà aprile si era concluso con un nulla di fatto perché gli Stati Uniti avevano proposto all’Iran di fermare il programma nucleare per vent’anni e di spostare in un altro paese tutte le sue scorte di uranio arricchito al 60 per cento, una percentuale vicina a quella necessaria per fabbricare armi atomiche. L’Iran invece aveva proposto un periodo di pausa di cinque anni e aveva rifiutato di spostare le sue scorte.
In questi giorni Trump non sta neanche escludendo la possibilità di riprendere i combattimenti. Venerdì aveva detto nuovamente ai giornalisti alla Casa Bianca: «vogliamo andare lì, farli esplodere e finirli per sempre, o vogliamo provare a fare un accordo? Voglio dire, queste sono le opzioni».
In realtà l’idea di ricominciare la guerra è molto impopolare negli Stati Uniti e Trump non può permettersi di mantenere all’infinito l’imponente schieramento militare attorno al golfo Persico. Inoltre vuole evitare che i rincari del prezzo dei carburanti influiscano sulla campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, che si terranno negli Stati Uniti a novembre, e ricominciare a bombardare l’Iran, che è in difficoltà ma ha provato di poter resistere molto più a lungo di quanto Trump si aspettava, potrebbe aumentare il dissenso interno.
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