Il blocco navale statunitense sta facendo male all’economia iraniana
Ha fatto crescere i prezzi e svalutato la moneta, ma non basterà a Trump per ottenere quello che vuole

Il blocco navale statunitense alle navi che commerciano con l’Iran sta avendo almeno uno degli effetti sperati dall’amministrazione di Donald Trump: accelerare il declino dell’economia iraniana, già in crisi da tempo e logorata da settimane di intensi bombardamenti su fabbriche, strade e infrastrutture.
Il potere d’acquisto della popolazione sta calando a ritmi rapidi. I dati ufficiali dell’inflazione si fermano alla fine di marzo, dunque al primo mese di guerra, ma mostrano già un incremento: dal 40 per cento su base annua di prima della guerra al 53,7. Per fare un paragone, oggi in Italia l’inflazione è al 2,8 per cento. Nelle ultime settimane – cioè dall’inizio del blocco navale statunitense – vari dati sembrano mostrare che ci sia stata un’accelerazione.
Il Financial Times scrive che un pezzo di formaggio, che la settimana scorsa costava 5,2 milioni di rial (circa 3,40 euro), questa settimana a Teheran costa 6,7 milioni, ossia circa 4,30 euro. Un pezzo di carne rossa, che in Iran è importata principalmente via mare, è arrivato a costare l’equivalente di 6 euro al chilo, secondo il Wall Street Journal: è una cifra notevole se si considera che lo stipendio minimo nel paese equivale a circa 110 euro al mese.

Un mercato a Teheran, 28 aprile 2026 (Photo by Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
All’inflazione si aggiunge la svalutazione della moneta. Anche in questo caso nelle ultime settimane c’è stato un peggioramento. Per gran parte della guerra il rial, la valuta ufficiale, era rimasta più o meno stabile, grazie anche alle entrate che lo stato otteneva dalla vendita di petrolio all’estero. Ma mercoledì ha toccato il valore più basso di sempre: 1,8 milioni di rial per ogni dollaro statunitense, con un crollo dell’8 per cento in una sola giornata.
I rincari stanno annullando anche l’effetto dell’aumento degli stipendi minimi, deciso a metà marzo dal regime, e riducendo la quantità di beni acquistabili con i sussidi governativi che riguardano alcuni prodotti essenziali come riso o carburante.
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C’è poi un tema di occupazione. Secondo una stima diffusa da Gholamhossein Mohammadi, un funzionario del ministero del Lavoro iraniano, circa un milione di persone ha perso il lavoro a causa della guerra.
Le ragioni possono essere varie: perché sono sfollate, perché lavoravano con internet, che è bloccato dall’inizio di marzo, o in uno dei moltissimi settori impattati dai bombardamenti. Alcune hanno direttamente a che fare col blocco navale: per esempio, nel caso delle aziende che dipendevano dal commercio con l’estero e che hanno dovuto licenziare il personale.
Una proiezione delle Nazioni Unite dice che tra i 3,5 e i 4,1 milioni di iraniani rischiano di trovarsi sotto la soglia di povertà nei prossimi mesi, ovvero guadagnare meno di 8,30 dollari al giorno.
Il blocco navale degli Stati Uniti, imposto a metà aprile, per ora non ha avuto il secondo effetto sperato da Trump, ovvero mettere così sotto pressione l’Iran da spingerlo a trattare. Finora il regime – perlomeno la sua leadership più oltranzista – ha fatto capire di essere pronto a resistere anche a lungo pur di garantire la propria sopravvivenza.
Per via della sua storia, segnata da decenni di sanzioni occidentali, l’Iran ha già affrontato crisi economiche di lungo periodo. Il regime inoltre è abituato a infliggere alla sua popolazione un alto grado di sofferenza quando ne va della propria sopravvivenza. Le grandi proteste di gennaio, cominciate proprio a causa del malcontento economico, furono represse con brutalità, e decine di migliaia di persone furono uccise dalle forze di sicurezza del regime.
La guerra è entrata in una fase di logoramento, ma a meno di sorprese è difficile che la pressione economica provocata dal blocco navale statunitense possa convincere il regime a negoziare, come Trump vorrebbe.
L’Iran sta affrontando il blocco navale cercando altre strade di approvvigionamento e di vendita del suo petrolio che non passino dallo stretto di Hormuz: per esempio attraverso l’Armenia, l’Azerbaijan o il mar Caspio. Ha anche chiesto alla popolazione di ridurre, per quanto possibile, l’uso dell’elettricità e delle automobili per consumare meno combustibili.
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