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  • Mercoledì 29 aprile 2026

È la fine dell’OPEC?

L'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'organizzazione dei paesi produttori di petrolio potrebbe provocare la sua più grande crisi, e forse anche una guerra dei prezzi

Uno stabilimento petrolifero in Arabia Saudita, 2019 (AP Photo/Amr Nabil, File)
Uno stabilimento petrolifero in Arabia Saudita, 2019 (AP Photo/Amr Nabil, File)
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La decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC, l’organizzazione dei principali paesi produttori di petrolio, potrebbe cambiare notevolmente i mercati internazionali dell’energia, e mettere in crisi l’OPEC stessa.

È da circa un decennio che l’OPEC perde membri, tendenzialmente a causa di disaccordi sull’assegnazione delle quote di produzione del petrolio a ciascun paese: nel 2016 l’Indonesia, nel 2019 il Qatar, nel 2020 l’Ecuador e nel 2023 l’Angola. Nessuna di queste uscite aveva però impensierito più di tanto l’organizzazione. Con gli Emirati Arabi Uniti, la questione è differente.

L’OPEC si comporta come un cartello: i paesi che ne fanno parte decidono insieme le rispettive quote di estrazione del petrolio in modo da poterne manipolare i prezzi sul mercato internazionale. I paesi membri sono: Algeria, Arabia Saudita, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Repubblica del Congo, Venezuela ed Emirati Arabi Uniti, che appunto usciranno il 1° maggio.

Storicamente l’OPEC è stata dominata dall’Arabia Saudita, il paese più potente e ricco tra i grandi produttori di petrolio, che ha la maggiore influenza sulle decisioni relative alle quote di produzione. La strategia dell’Arabia Saudita – e quindi la strategia che tutta l’OPEC ha dovuto seguire – è sempre stata di utilizzare la leva della produzione per tenere i prezzi del petrolio abbastanza alti, idealmente attorno ai 100 dollari al barile. Questo ha a lungo significato che l’OPEC ha assegnato a ciascun paese quote di produzione ridotte, in modo che l’offerta diminuisca e si alzino così i prezzi.

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno a lungo sostenuto una strategia opposta: quella di produrre e vendere più petrolio possibile aumentando le proprie quote di mercato, anche a costo di fare abbassare i prezzi al barile. Questa differenza è dovuta alle diverse visioni di futuro che hanno il governo saudita e quello emiratino. Per l’Arabia Saudita la vendita di petrolio deve rimanere un vettore di ricchezza ancora per decenni. Gli Emirati, invece, stanno diversificando più rapidamente la loro economia, e puntano a diventare un grande centro di turismo e finanza.

Fino a oggi la strategia dell’Arabia Saudita ha avuto la meglio, e gli Emirati sono stati costretti a limitare la propria produzione: la quota a loro assegnata è di 3,4 milioni di barili al giorno, che gli Emirati già sforano portandola a 3,7 milioni. Il paese avrebbe capacità estrattive di 4,3 milioni di barili, che di fatto non vengono utilizzate. Entro il 2027 il governo emiratino vuole arrivare a estrarre 5 milioni di barili al giorno.

Tutto questo ovviamente in via teorica, visto che la produzione e l’esportazione di petrolio dal golfo Persico sono in gran parte interrotte a causa del blocco iraniano dello stretto di Hormuz. Gli Emirati sono uno dei pochi paesi della regione che ancora riescono a esportare petrolio grazie a un oleodotto che supera lo stretto di Hormuz e sbocca sul mare di Oman, ma attualmente la produzione è soltanto di 1,8 milioni di barili al giorno.

(AP Photo/Hasan Jamali, File)

(AP Photo/Hasan Jamali, File)

Gli scontri tra Arabia ed Emirati sulle quote di produzione vanno avanti da almeno un decennio, e sono più volte emersi in maniera molto evidente. Peraltro i due paesi, un tempo alleati, hanno gradualmente distanziato le rispettive politiche estere: gli Emirati si sono avvicinati a Israele, generando preoccupazioni in Arabia Saudita. Nella guerra civile in Yemen e in quella in Sudan i due paesi sostengono fazioni differenti.

Le più recenti ragioni di scontro hanno riguardato la guerra di questi mesi in Medio Oriente: gli Emirati, che hanno subìto bombardamenti più intensi da parte dell’Iran, insistono per una linea dura che ponga fine una volta per tutte alla minaccia rappresentata dal regime iraniano. L’Arabia Saudita invece è più favorevole a una posizione di compromesso. Queste ultime tensioni, unite a tutte quelle precedenti, hanno probabilmente compromesso in maniera definitiva il rapporto.

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Il problema ora è capire se un’organizzazione come l’OPEC può resistere senza gli Emirati Arabi Uniti. Su questo le opinioni sono discordanti: per alcuni l’uscita degli Emirati è «l’inizio della fine» dell’organizzazione; per altri invece potrebbe resistere.

Il controllo dell’organizzazione sulla produzione mondiale di petrolio si sta via via riducendo, in buona parte a causa dell’aumento della produzione degli Stati Uniti, che non fanno parte dell’OPEC. Al massimo della sua influenza negli scorsi decenni, l’OPEC gestiva circa il 50 per cento della produzione mondiale. Senza l’apporto degli Emirati questa quota si ridurrà a un quarto. Significa che la capacità dell’organizzazione di manipolare i prezzi si ridurrà sensibilmente.

Se l’influenza dell’OPEC si ridurrà, altri paesi membri potrebbero decidere di uscirne. Secondo molti analisti il prossimo candidato potrebbe essere il Venezuela, che è il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo.

Quali potrebbero essere le conseguenze di un’OPEC meno influente? Le prime saranno visibili quando infine lo stretto di Hormuz sarà riaperto, cosa che potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi. Dopo mesi di scarsità di petrolio a causa del blocco, più o meno tutti i paesi del mondo cercheranno di rifornire le proprie scorte, ed è probabile che la domanda aumenterà enormemente. Gli Emirati, ormai fuori dai vincoli dell’OPEC, potrebbero essere ben piazzati per rispondere a questo aumento.

La rinnovata competizione potrebbe anche portare a una “guerra dei prezzi”. L’ultima avvenne nel 2020 tra Arabia Saudita e Russia, a causa di disaccordi sulla riduzione della produzione durante la pandemia da coronavirus. L’Arabia Saudita cominciò ad abbassare enormemente i prezzi per mettere pressione sull’economia della Russia, e la guerra al ribasso fu così feroce che a un certo punto il prezzo del petrolio divenne negativo (significa che i produttori erano disposti a pagare pur di liberarsi delle scorte che non riuscivano più a immagazzinare).

Attualmente, con il prezzo del petrolio molto alto e lo stretto di Hormuz chiuso, tutto questo sembra impossibile, ma molti esperti danno invece per probabile una nuova guerra dei prezzi del petrolio tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nei prossimi anni.