L’Iran non sa più dove mettere il petrolio

È una conseguenza del blocco navale statunitense e potrebbe costringere il regime a sospendere la produzione

Un operaio a bordo di una petroliera che si prepara a caricare petrolio all'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, in una foto del 2018
Un operaio a bordo di una petroliera che si prepara a caricare petrolio all'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, in una foto del 2018 (Ali Mohammadi/Bloomberg)
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L’Iran sta esaurendo i posti dove immagazzinare il petrolio, che non può più esportare a causa del blocco imposto dagli Stati Uniti sulle navi in viaggio da e verso i porti iraniani. Questo sta privando il regime di una fonte di entrate fondamentale, e può allungare i tempi per la ripresa del settore petrolifero iraniano dopo la fine della guerra.

La società di analisi Kpler stima che all’Iran restino tra i 12 e i 22 giorni prima di esaurire le capacità di stoccaggio. A quel punto, sarebbe costretto a ridurre ulteriormente la produzione di petrolio: dall’inizio della guerra l’ha già diminuita di più di 2 milioni di barili al giorno. Prima della guerra l’Iran esportava 2-3 milioni di barili al giorno, la scorsa settimana ne ha esportati in media 567mila, con le poche navi che riescono a passare dallo stretto.

Sempre secondo Kpler, i depositi iraniani sono vicini alla capacità massima, stimata intorno ai 55 milioni di barili. Il consumo domestico iraniano è di circa 2 milioni di barili al giorno.

In questa situazione, il regime ha preso misure d’emergenza. Sta usando le navi cisterna vuote come magazzini galleggianti, cosa che potrebbe aggiungere fino a 15 milioni di barili alle sue capacità di stoccaggio. Ne ha anche richiamate in servizio di dismesse, mandandole verso l’isola di Kharg, il suo principale terminal petrolifero, in fondo al golfo Persico. Ha recuperato container e depositi negli hub di Ahvaz e Asaluyeh che non venivano più utilizzati perché in cattive condizioni.

Una foto satellitare dell'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, il 6 aprile

Una foto satellitare dell’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, il 6 aprile (maps4media via Getty Images)

Prima della guerra, il 90 per cento delle esportazioni iraniane di petrolio passava dallo stretto di Hormuz. Le esportazioni di idrocarburi, compreso quindi il gas naturale, coprivano l’80 per cento degli introiti statali e quasi un quarto del PIL, ed erano la principale fonte di valuta estera.

Ora questi traffici sono fermi. L’Iran ha un porto sul golfo di Oman, oltre lo stretto di Hormuz, quello di Chabahar. Però si trova comunque all’interno del perimetro della missione navale statunitense, che intercetta le petroliere iraniane e le costringe a tornare indietro.

Gli analisti stimano che ci vorranno alcuni mesi prima che il blocco abbia conseguenze sui ricavi, anche perché per ora l’Iran sta ancora consegnando il petrolio venduto prima del suo inizio, che si stima sia tra i 127 e i 183 milioni di barili. Le petroliere iraniane ci mettono in media un paio di mesi a raggiungere i porti della Cina (la principale compratrice del greggio iraniano) e poi i pagamenti sono incassati nel giro di altri due mesi.

Consegnato quello, se il blocco statunitense resterà in vigore con questa efficacia, il regime non riuscirà a venderne altro. Il regime ha anche iniziato a riscuotere i pedaggi imposti alle navi che vogliono passare dallo stretto, nel tentativo di compensare le perdite.

Con i depositi pieni, il regime sarebbe costretto a ridurre o addirittura sospendere la produzione di petrolio: è una casistica nota e dibattuta nel settore.

«Dal punto di vista tecnico, non c’è nulla di irreversibile in questo», spiega Ezio Mesini, professore di Idrocarburi e fluidi del sottosuolo all’Università di Bologna. «Non è che il giorno dopo riapri il rubinetto e si torna alle stesse portate, ci vorrà un po’ di manutenzione, ma nel giro di pochi mesi torni agli stessi livelli produttivi».

L'impianto petrolifero di Asaluyeh, in Iran, in una foto del 2019

L’impianto petrolifero di Asaluyeh, in Iran, in una foto del 2019 (Ali Mohammadi/Bloomberg)

Mesini aggiunge che gli eventuali sbalzi nella produzione, cioè le aperture e chiusure stabilite dal governo iraniano, inciderebbero soprattutto sul cosiddetto “fattore di recupero”. È la percentuale della materia prima estratta durante la vita di un giacimento, che può essere immaginato come una grande spugna intrisa di petrolio. Il “recupero” tipico vale un terzo, ma ci sono anche giacimenti con fattori più bassi, attorno al 10-15 per cento.

Semplificando, più strappi ci sono – più volte si riduce o ferma la produzione – e più si abbassa il “recupero”, cioè meno petrolio si può produrre da quello specifico giacimento. Secondo Mesini, da questo punto di vista, il principale problema posto dal blocco è economico, più che infrastrutturale: «Si tratta di capire quale peso può avere la mancata esportazione di due milioni di barili di petrolio al giorno sull’economia iraniana», già disastrata.

In questi giorni il governo degli Stati Uniti ha prospettato carenze di carburante e code ai distributori in Iran. Non ci siamo ancora.

Massimiliano Porreca, professore di Geologia strutturale e tettonica all’università di Perugia, aggiunge che l’unico scenario in cui questo potrebbe accadere è un attacco militare. Trump ha minacciato più volte di attaccare le infrastrutture civili iraniane, cosa che sarebbe un crimine di guerra. «La cosa che preoccupa gli impianti è esclusivamente un bombardamento, a cui sono molto vulnerabili. Quello sì, bloccherebbe tutto e ci vorrebbero anni a ripararli».

In questi giorni il regime iraniano ha fatto alcuni limitati appelli a consumare meno energia. Per esempio, il presidente Masoud Pezeshkian ha invitato a tenere meno luci accese in casa. Il principale segnale di preoccupazione – e del fatto che il blocco statunitense si fa sentire, nonostante la propaganda lo minimizzi – è proprio la nuova offerta negoziale dell’Iran: trattare intanto per riaprire lo stretto, e rimandare a un altro momento le discussioni sul programma nucleare. Per il momento gli Stati Uniti non vogliono saperne.

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