Con l’attacco alla cena dei corrispondenti i complottisti vanno a nozze

Insieme ai video sono circolate da subito varie teorie, che mostrano tendenze e approcci sempre più comuni sui social

Diversi post allusivi e complottisti pubblicati sui social dopo l’attacco alla cena dei corrispondenti a Washington
Diversi post allusivi e complottisti pubblicati sui social dopo l’attacco alla cena dei corrispondenti a Washington
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Domenica, insieme ai video dell’interruzione della cena dei corrispondenti a Washington per l’attacco di un uomo armato, da subito sono cominciati a circolare sui social numerosissimi commenti di utenti convinti, senza alcuna prova, che l’attacco fosse una messinscena. Alcuni trovavano sospettosamente indifferente la reazione del presidente Donald Trump agli spari, per esempio, mentre altri ritenevano strano che il vicepresidente JD Vance fosse stato portato via per primo, o impossibile che un uomo armato fosse riuscito a entrare e a sparare nell’hotel in cui si svolgeva la cena, il Washington Hilton.

È ormai abituale che eventi di cui siano disponibili video e immagini diventino sui social oggetto di varie teorie del complotto, più o meno fantasiose e formulate da utenti di ogni orientamento politico. Era successo anche dopo l’attentato a Trump nel 2024 durante un comizio a Butler, in Pennsylvania. Nonostante siano morte due persone in quell’attentato, ancora oggi alcuni sostengono che fosse stato inscenato per favorire Trump alle elezioni politiche, attirando reazioni di empatia e di solidarietà nei suoi confronti.

Poche ore dopo l’attacco alla cena dei corrispondenti la parola «staged» (“messinscena”) compariva in più di 300mila post su X, secondo un’analisi citata dal New York Times e condotta dalla società TweetBinder. Non in tutti era usata per sostenere una teoria del complotto, ma nella maggior parte sì. E lo stesso discorso vale anche per altri social, dove molti utenti hanno sostenuto che la presunta messinscena servisse a distrarre l’attenzione dalla guerra in Iran, per esempio, o dal bassissimo gradimento di Trump nei sondaggi.

Alcune dichiarazioni pubbliche hanno fornito ulteriori spunti ai complottisti. Intervistata prima della cena, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva preannunciato che Trump avrebbe dato il meglio di sé, nel consueto monologo dei presidenti durante l’evento. Aveva pronunciato la frase «there will be some shots fired tonight in the room», una metafora comune traducibile come “voleranno delle frecciatine”. Molti utenti dopo l’attacco l’hanno invece intesa in senso letterale (“saranno sparati alcuni colpi nella sala”) per sostenere che Leavitt sapesse dell’attacco in anticipo.

Avendo alimentato per anni le più svariate teorie del complotto pur di raccogliere consensi, Trump è considerato da molti un fattore influente nella diffusione crescente di questa tendenza. Tendenza che però gli si è ritorta contro nel caso degli “Epstein files”, che una parte del suo elettorato sostiene siano stati gestiti in modo omertoso anche dall’attuale amministrazione, oltre che dalle precedenti.

Dopo l’attacco, Trump ha detto che la nuova sala da ricevimenti della Casa Bianca, un progetto a cui tiene molto, sarebbe stata un luogo più sicuro in cui organizzare la cena. E questo ha rafforzato la convinzione di alcuni utenti che l’attacco fosse inscenato proprio per dimostrare la necessità dei lavori di costruzione della sala, provvisoriamente bloccati a fine marzo da un tribunale di primo grado e poi ripresi.

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In generale, le teorie del complotto riflettono un’attitudine umana a cercare schemi significativi ovunque e a correlare eventi slegati tra loro (apofenia), saltando a conclusioni anche senza prove e argomenti condivisi. Ma la tendenza a diffondere teorie del complotto sui social riflette anche meccanismi di funzionamento dei social stessi, che forniscono incentivi e quindi favoriscono determinate attitudini umane.

Le teorie sui social proliferano in particolare subito dopo l’evento al centro del presunto complotto, che è quando le informazioni verificate e dettagliate scarseggiano. In questa situazione, aumenta l’interesse di molti utenti e diversi influencer, sia di destra sia di sinistra, a colmare il vuoto di informazioni con speculazioni varie o alimentando i dubbi. Lo fanno per attirare attenzioni ed estendere il loro seguito e la loro influenza – e quindi aumentare anche la possibilità di maggiori ricavi – prima che lo faccia qualcun altro. E un comportamento notoriamente premiato sui social, oltre che arrivare prima degli altri, è appunto spararla grossa.

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Un altro fenomeno che mostra questo modo sempre più frequente di reagire agli eventi sui social è la tendenza di alcuni utenti a improvvisarsi detective per cercare di risolvere casi di cronaca nera irrisolti. I contenuti in cui espongono le loro ipotesi sono commentati e condivisi moltissimo, indipendentemente da quanto siano attendibili o anche solo ragionevoli quelle ipotesi. E questo fa sì che gli approcci allusivi ed enfatici siano sempre più popolari tra gli utenti quando si occupano di storie più o meno grosse, che si tratti di un ragazzo scomparso a Tenerife, di un attacco al presidente degli Stati Uniti o dell’interpretazione delle parti censurate nei documenti degli “Epstein files”.

La disponibilità crescente di strumenti di intelligenza artificiale sembra avere aumentato la confusione in casi del genere. Dopo l’attacco di sabato sera, per esempio, alcuni utenti hanno utilizzato software per modificare immagini e video in modo da renderli più compatibili con la loro versione dei fatti. E anche se le persone più attrezzate e abituate a verificare i contenuti sono spesso in grado di riconoscerne eventuali alterazioni, allo stato attuale non esistono metodi attendibili per stabilire con certezza se un certo contenuto sia stato modificato con un software di intelligenza artificiale.

«Le persone stanno rimodellando la realtà in base a ciò che vogliono che sia vero o sia falso», ha detto al New York Times Cliff Lampe, professore di scienze e analisi dei dati all’università del Michigan. Ha aggiunto che le persone «non cercano informazioni accurate, cercano informazioni di conferma», e che «spesso si perdono in un labirinto di immagini affiancate l’una all’altra, ingrandimenti del volto del presidente, e cose così».

La diffusione delle teorie del complotto è alimentata inoltre dal fatto che chi le promuove a volte poi le ritratta, man mano che emergono nuove informazioni. Ma i post in cui rettifica le proprie convinzioni iniziali ricevono molte meno attenzioni rispetto ai primi post. E le teorie del complotto continuano così a circolare nella stessa versione in cui circolavano fin dall’inizio. Altre volte cambiano, ma la loro evoluzione non sembra dipendere da nuove informazioni di contesto, bensì dalla sovrapposizione di nuovi interessi da parte di chi promuove una determinata teoria anziché un’altra.

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