Perché cambiare il modo in cui si studiano “I promessi sposi”
Lo spiega al Post Claudio Giunta, che ha scritto le nuove discusse Indicazioni Nazionali per la letteratura

Le nuove Indicazioni nazionali del ministero dell’Istruzione e del Merito sulla letteratura (quelle che impropriamente vengono chiamate “programmi scolastici”) prevedono di affrontare l’insegnamento in modo diverso, e tra le altre cose spostano lo studio dei Promessi sposi dal secondo al quarto anno di liceo. Era una delle più consolidate tradizioni della scuola italiana, e se ne sta discutendo: lo storico della letteratura e docente universitario Claudio Giunta, fra i tre autori delle Indicazioni Nazionali, spiega qui le ragioni di questa scelta (e ha scritto una replica anche a Repubblica).
Ho scritto le Indicazioni Nazionali relative alla letteratura insieme a due collaboratori, Clizia Carminati (che insegna all’università di Bergamo) e Davide Profumo (che insegna in un liceo di Ragusa), dopo aver ricevuto pareri puntuali e articolati di una cinquantina di insegnanti della primaria e della secondaria. Il proposito era evitare che, come capita spesso quando si tratta di scuola, la voce degli insegnanti universitari che di scuola sanno poco sovrastasse la voce degli insegnanti che a scuola ci vanno tutti i giorni. Ciò che abbiamo scritto rispecchia le nostre opinioni, ma tiene debito conto – oltre che del dibattito sulla didattica della letteratura – di ciò che questi insegnanti ci hanno detto.
Siamo stati concreti e propositivi. Vale a dire che non ci siamo limitati a dire che – poniamo – «la letteratura amplia la nostra conoscenza del mondo» ma siamo entrati nel merito indicando nomi, suggerendo pratiche, dicendo con chiarezza a che cosa o a chi occorre a nostro avviso dare la priorità. Questo, però, in un quadro molto liberale: dato che è l’insegnante a conoscere i suoi studenti, e non tutti gli studenti sono uguali, crediamo che spetti a lui o a lei – all’interno della cornice che le Indicazioni disegnano – la responsabilità di decidere ciò che si fa in classe nelle ore di Lettere.
Qualche mese fa sono state approvate le Indicazioni relative al primo ciclo (elementari e medie); ora sono uscite, per il dibattito, quelle relative ai licei. In queste ore, mi pare che la discussione si sia concentrata sui Promessi sposi (ci torno alla fine), ma I promessi sposi non sono la cosa più importante.
Sintetizzo per punti:
1. Il tempo è poco, quindi è bene concentrarsi sui testi e limitare all’essenziale le informazioni contestuali. La “vita e la poetica” degli autori sono meno importanti della loro opera. Ovvero: aver letto cinque poesie di Montale, aver capito il senso delle parole che contengono e aver fatto sensate congetture sul loro significato complessivo è più importante che sapere l’anno di uscita delle sue raccolte poetiche. E leggere parecchie poesie di Leopardi e qualche pagina dello Zibaldone è più importante che sapere se “Il passero solitario” è un canto pisano-recanatese oppure no, o se il pessimismo leopardiano era storico o cosmico.
Partire da questi “testi d’accesso” è anche un buon modo per liberarsi dell’assillo di programmi sesquipedali: fare Pascoli non deve significare perdersi nei meandri della sua biografia e delle sue scelte estetiche, ma leggere pagine della sua opera, magari in dialogo con l’opera di altri autori. E non occorre fare, superficialmente, tutti gli autori dell’antologia, forse nemmeno la maggior parte: l’infarinatura (sapere che Tasso ha scritto l’Aminta, sapere che Renzo porta in mano quattro capponi) non serve a niente.
2. Gli studenti stanno perdendo familiarità con la forma-libro perché leggono quasi sempre soltanto su schermo. Occorre dunque fargli leggere ogni anno un certo numero di libri, anche brevi, in forma integrale (e quindi insegnargli a orientarsi in una biblioteca, in una libreria, anche nei siti online). Starà all’insegnante valutare di volta in volta quali libri scegliere, calibrando la selezione sulla ricettività della classe, e anche proponendo libri diversi a ciascuno studente (nelle Indicazioni facciamo un piccolo elenco di titoli e autori possibili, italiani e stranieri, ma precisando che sono suggerimenti, non imposizioni).

Un dettaglio di un’illustrazione dei Promessi sposi (Wellcome Collection/Wikimedia)
3. Nella scuola dell’Ottocento si leggevano i classici soprattutto per imparare a scrivere come loro. Poi, col tempo, questo obiettivo è passato in secondo piano. Ma è assolutamente necessario che gli studenti scrivano più di quanto fanno oggi. Che cosa? Come? Non esistono soltanto l’analisi del testo e il tema. Ci si può esercitare a scrivere anche e soprattutto riassumendo o riscrivendo (per esempio, riscrivere bene un testo scritto male: magari un proprio testo): in modo da eliminare l’ansia da foglio bianco, che abbiamo tutti. E si può per esempio assegnare un argomento che desti l’interesse degli studenti, oppure un racconto o una poesia che offra uno spunto sensato, e chiedere loro di sviluppare una breve riflessione: dieci righe, duecento parole, o simili.
Sono prove che possono essere svolte in pochi minuti, e che si possono valutare senza speciali “griglie” o procedure: per esempio l’insegnante può scegliere due-tre di questi brevi elaborati e correggerli ad alta voce facendo osservare che cosa non va (ma anche che cosa va bene: incoraggiare è quasi sempre una buona strategia). Quanto alla scrittura su schermo, la scuola dovrebbe trasmettere, anche in questo campo, un minimo galateo: come si scrive una e-mail, in che modo si interagisce con uno o più interlocutori online, come si partecipa a una discussione in rete. Sono competenze che stanno a metà tra la literacy e l’educazione civica, e che possono essere comunicate da tutti gli insegnanti, ma da quello di Lettere in particolare, dato che si tratta sempre, in fondo, di competenze verbali.
4. Non è ammissibile che molti studenti che escono dalla secondaria superiore non abbiano letto quasi niente della letteratura dell’ultimo secolo, o leggano a caso gli ultimi prodotti, spesso mediocri, dell’industria editoriale, facendo una specie di grande salto irrazionale dai classici del primo Novecento all’ultimo premio Strega o Campiello (ad andar bene). Non è ammissibile, cioè, che siano privi di bussola quando si parla della letteratura dell’epoca in cui vivono.
Crediamo perciò che l’ultimo anno di liceo debba essere dedicato alla letteratura post-unitaria: romanzi, poesie, testi teatrali, che formano il nucleo del nostro canone letterario. Ma anche testi di genere diverso: sceneggiature, biografie e autobiografie, buoni articoli di giornale, interviste, fumetti, testi di canzoni vecchie e nuove (testi che possono essere prima ascoltati e poi letti in classe, e analizzati con strumenti simili a quelli con cui si analizzano le poesie non musicate), e soprattutto saggi.
Chiediamo infatti agli studenti di produrre saggi argomentativi, senza offrir loro però quasi mai dei buoni modelli. Ma la letteratura degli ultimi due secoli è piena di eccellenti pagine saggistiche (diamo vari esempi anche in questo caso), che hanno il doppio vantaggio di insegnare agli studenti come si argomenta una tesi e che cosa è successo in un dato momento storico, e che possono anche essere sfruttate nelle ore dedicate all’educazione civica.
5. Per dedicare tutto l’ultimo anno alla letteratura post-unitaria bisogna averne il tempo. Leopardi e Manzoni vanno studiati al quarto anno non indugiando troppo, come si diceva, su vita, opere minori, poetica eccetera. E la Commedia di Dante va letta nell’arco di due, non di tre anni, per far sì appunto che al quinto anno si legga la letteratura contemporanea.
Non indichiamo un numero di canti “consigliato”, né tantomeno obbligatorio (le Indicazioni vigenti parlano di «almeno 25 canti complessivi»: troppi, a nostro avviso, se si vuole leggere con attenzione il testo anziché, superficialmente, la parafrasi); ma consigliamo di leggere la Commedia fra terzo e quarto anno, facendo in modo che gli studenti ne abbiano un’idea complessiva, e ne comprendano cioè non solo la struttura ma anche lo svolgimento, un po’ come si fa con un romanzo: che non viene letto “a capitoli” ma semmai attraverso brani significativi tenuti insieme da un riassunto che li connette (riassunto che spetterà fare all’insegnante, aiutato dal libro di testo). Insomma, non è detto che leggere l’Inferno o le altre cantiche voglia dire leggere i canti I, III, V, X eccetera, come accade spesso: meglio è invece leggerlo prelevando brani da tutta la cantica, per restituire la dimensione della progressione e del racconto.
6. È tradizione che si leggano integralmente I promessi sposi al secondo anno di liceo. «È tradizione» non vuol dire né che si faccia davvero (la scuola è piena di cose che si scrivono ma non si fanno, e girando per le scuole da anni ho visto che buona parte degli insegnanti I promessi sposi li “fa” a pezzetti – qualche pagina dei primi capitoli – o non li “fa” proprio) né che sia sensato farlo.
Alla fine dell’Ottocento, Giosuè Carducci (che non era esattamente un sovversivo) si era sforzato di far programmare la lettura dei Promessi sposi all’ultimo anno di liceo, in un’epoca in cui al liceo (classico) ci andava l’1 per cento della popolazione perché – scriveva – Manzoni «non è autor da ragazzi: vuole idonea preparazione di studi, di facoltà, di osservazione ad essere letto e meditato degnamente». Era insomma troppo difficile per i quindicenni del 1884. Noi pensiamo che sia troppo difficile anche per i quindicenni del 2026 (non più una frazione minima e privilegiata della popolazione scolastica, ma tutta la popolazione scolastica), e che questa difficoltà (linguistica, storica, concettuale) non rappresenti per la gran parte di loro una sfida che li tempra bensì una frustrazione che li scoraggia e li demotiva.
«Aggiungi – mi ha scritto ieri un collega – che della frase “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno”, i miei attuali studenti quindicenni hanno bisogno che gli sia spiegato: 1. Che con la parola “ramo” non ci si riferisce a un albero. 2. Cosa significa “volgere”. 3. Cosa indichi il mezzogiorno quando non indica le ore 12. 4. Dove sia Como» (e la frustrazione non si rifletterà sull’insegnante, demotivandolo a sua volta?).
Perciò nelle Indicazioni abbiamo scritto quanto segue:
«Quanto a Manzoni, è debito ricordare che I promessi sposi entrano nei programmi scolastici negli anni Settanta dell’Ottocento perché si vuole affiancare ai modelli di prosa tre e cinquecenteschi un “classico contemporaneo”. Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico, rimandando la lettura dell’opera, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni».
Sarà. Pertanto. Possibile. Nessun divieto. Toccherà all’insegnante decidere se la classe che ha di fronte è pronta a leggere I promessi sposi o se è meglio rimandare questa lettura così impegnativa – e che presuppone nozioni circa la storia e la cultura dell’Ottocento che gli studenti non posseggono: in tal senso questo supremo classico non ci è contemporaneo – al quarto anno, e al secondo scegliere un bel libro del Novecento.
Perciò gli allarmi per la minacciata soppressione di Manzoni che – senza la minima sorpresa – abbiamo sentito in queste ore non hanno ragion d’essere. Si tratta semplicemente di prendere atto del fatto che molte cose sono cambiate, dall’anno 1870 a oggi – nel numero e nella qualità degli studenti, nella loro competenza linguistica, nella loro cultura – e che forse è opportuna qualche piccola rettifica (o qualche libertà in più) nella dieta scolastica di questo Paradiso dell’Umanesimo dove «Renzo e Lucia sono dentro di noi» e i classici ci stimolano «col loro pungiglione», e che nella lista dei paesi europei, alla voce lettori abituali, occupa saldamente il terzultimo posto davanti a Cipro e alla Romania.
– Leggi anche: Per Manzoni i “Promessi sposi” andavano ricordati «per forza»



