Un modo per evitare che la mafia diventi una cosa di famiglia 

Lo ha messo a punto un giudice in Calabria, e funziona: ora c'è una proposta di legge per renderlo nazionale

di Alessandra Pellegrini De Luca

L'esterno di una villa confiscata alla famiglia dei Casamonica, a Roma (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
L'esterno di una villa confiscata alla famiglia dei Casamonica, a Roma (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
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Il giudice Roberto Di Bella dice che le mafie «asfaltano le coscienze», e che per allontanare i figli dei mafiosi dalla criminalità bisogna «metterli in contatto con le loro emozioni». Di Bella ha lavorato con ragazzi a cui era stato ordinato di uccidere la propria madre, o che erano stati coinvolti in sequestri di persona, traffico di droga o trasporto di armi. E grazie a un protocollo che ha inventato lui, chiamato “Liberi di scegliere”, centinaia di questi ragazzi hanno scelto di abbandonare l’attività criminale e iniziare a vivere in modo diverso dal contesto in cui sono cresciuti.

Il protocollo “Liberi di scegliere” fu sviluppato a partire dal 2012, quando Di Bella lavorava al tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, per dare protezione ai minori e alle donne che volevano allontanarsi da famiglie che facevano parte della ’ndrangheta, rischiando ritorsioni. Ebbe successo: fu esteso anche a Catania, Palermo e Napoli, fu studiato anche all’estero e pochi anni fa è diventato il soggetto di un film.

All’inizio di quest’anno il protocollo è diventato una proposta di legge nazionalese il parlamento la approverà potrà essere esteso anche alle altre regioni italiane in cui sono attivi nuclei di Cosa Nostra, della ’ndrangheta e della camorra (organizzazioni attive non solo nelle regioni d’origine – rispettivamente Sicilia, Calabria e Campania – ma anche nel Centro e nel Nord Italia).

Soprattutto, la legge nazionale dovrebbe permettere di ottenere più fondi, di rafforzare le tutele e di semplificare le procedure per cambiare nome e cognome, oggi complicate sia per i figli che per le mogli di persone che fanno parte della mafia e di altre organizzazioni criminali. Non è ancora iniziata la discussione della proposta di legge, ma ci sono buone probabilità che venga approvata, visto che è sostenuta sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Sui tempi di approvazione però non ci sono indicazioni.

Tra le questioni più urgenti che la legge dovrebbe risolvere ci sono le procedure per cambiare i dati anagrafici (nome, cognome, luogo e data di nascita). In Italia si può fare con una richiesta alla propria prefettura, spiegandone i motivi: la procedura prevede la pubblicazione temporanea della richiesta nell’albo pretorio del comune di nascita (l’elenco di atti e provvedimenti delle pubbliche amministrazioni, quindi non uno spazio riservato); una procedura più riservata (anche se non del tutto) esiste solo per i collaboratori e le collaboratrici di giustizia, cioè le persone che scelgono di dare alle autorità giudiziarie informazioni rilevanti sul contesto criminale di cui facevano parte in cambio della tutela da parte dello Stato.

Il caso dei figli e delle mogli di persone appartenenti alla criminalità organizzata e seguiti dal protocollo “Liberi di scegliere” è diverso: sono persone che vorrebbero semplicemente allontanarsi dal loro contesto d’origine e iniziare una nuova vita, senza necessariamente collaborare con le autorità giudiziarie sui reati compiuti dai loro parenti. Se restano identificabili rischiano violenze e ritorsioni: Di Bella dice che molte donne che si allontanano dalle famiglie mafiose lavorano di nascosto, in modo irregolare, senza firmare contratti per non diventare visibili e quindi rintracciabili.

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Di Bella si occupa di mafia da quasi trent’anni. Dice di aver ideato il protocollo dopo essersi trovato a condannare i figli degli uomini che aveva condannato molti anni prima: le mafie «sono una cultura che si eredita dentro la famiglia», dice, per cui non bastano gli strumenti penali ma bisogna fare prevenzione.

Per sviluppare il protocollo “Liberi di scegliere” ci sono voluti anni: è nato come una prassi del tribunale di Reggio Calabria, con la collaborazione dell’associazione Libera, che si occupa da sempre di contrasto alle mafie, e successivamente anche della Conferenza episcopale italiana: nel 2017 hanno aderito anche ministero della Giustizia e dell’Interno, e negli anni successivi anche altri ministeri (Istruzione e merito, Università e ricerca, Famiglia, natalità e pari opportunità), la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e altre associazioni.

Finora, secondo dati forniti da Di Bella, ha permesso l’allontanamento di circa 200 minori dalle famiglie criminali d’origine, oltre che di 34 donne. Sempre secondo Di Bella, dei circa 200 ragazzi e ragazze allontanate dalle famiglie criminali, circa l’80 per cento, una volta diventati adulti, non ha commesso reati.

Vari ministri durante l’ultimo rinnovo del protocollo “Liberi di scegliere”, nel 2024 (Roberto Monaldo / LaPresse)

Arruolare i minori molto giovani nelle attività criminali conviene: prima dei 14 anni non si è imputabili (cioè non si può essere sottoposti a un processo) e si può essere sfruttati per compiere vari tipi di reati.

Di Bella dice che a volte le famiglie criminali fanno leva proprio sull’aspetto innocente dei minori per destare meno sospetti. Tra i casi che ha esaminato ci sono stati anche minori coinvolti negli omicidi o tentati omicidi delle proprie madri che avevano a che fare con la presunta violazione, da parte delle donne, di un cosiddetto codice della famiglia, magari per relazioni extraconiugali o perché volevano separarsi.

Nelle famiglie criminali i minori subiscono pressioni, a volte maltrattamenti: Patrizia Surace dell’associazione Libera, che ha seguito molti casi e lavora al protocollo fin dalla sua ideazione, cita il caso di minori finiti in ospedale perché avevano mangiato capsule di droga trovate in casa pensando che fossero caramelle.

La prima operazione che si fa col protocollo “Liberi di scegliere” è identificare i minori che vivono in condizioni di rischio oppure che già delinquono: spesso succede attraverso accertamenti e intercettazioni telefoniche o ambientali fatti durante un’indagine, per cui si capisce che in una certa casa vivono anche dei minorenni. A quel punto il tribunale può avviare un procedimento istruttorio per sorvegliare il contesto familiare della persona indagata, e contestualmente anche le sue competenze genitoriali: il protocollo insomma non interviene solo sui minori indagati o imputati per uno o più reati, ma anche su quelli che vivono in condizioni che compromettono o possono compromettere la loro crescita equilibrata.

A quel punto inizia una fase molto delicata, di avvicinamento alla famiglia: Di Bella e Surace spiegano che è sempre preferibile riuscire a coinvolgere la famiglia, in qualsiasi intervento su un minore. Dicono di incontrare diffidenza, ma anche collaborazione: «Superata una prima fase di contrapposizione aspra, spesso le famiglie criminali stesse capiscono che i percorsi che proponiamo sono a tutela dei loro figli», dice Di Bella.

Anche i percorsi variano: oltre a controllare che i minori frequentino la scuola (spesso non ci vanno), si organizzano attività ricreative e culturali, sportive, corsi di formazione per i minori più vicini alla maggiore età, a volte coinvolgendo aziende di altre regioni con cui Libera o le altre associazioni sono in contatto per iniziare rapporti di collaborazione. Le attività coinvolgono una rete molto fitta di educatori, assistenti, sociali, psicologi e volontari antimafia.

Le varie attività sono anche un modo per fare ciò che Di Bella descrive come uno «scrostare la struttura culturale della mafia»: far capire ai ragazzi che possono imparare mestieri e sviluppare talenti, realizzare se stessi in forme diverse dalla violenza, o capire che «il carcere non è una medaglia da esibire ma un luogo da evitare». Ciò che Di Bella dice sul mettere i ragazzi «in contatto con le loro emozioni» ha a che fare proprio con questo lavoro: secondo lui le mafie si reggono anche su un indottrinamento reso possibile dall’obbedire senza chiedersi cosa si provi mentre si fa ciò che si fa, che sia uccidere una persona, sequestrarla, trasportare armi o droga.

Si fanno anche percorsi di giustizia riparativa: è un tipo di percorso generalmente previsto per chi ha compiuto un reato, complementare alla pena da scontare, che prevede di incontrare la vittima del reato o le persone a lei vicine e avviare un dialogo per superare il conflitto, trovando una forma di compensazione, concreta o simbolica.

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Nei casi più gravi il tribunale può valutare l’allontanamento dalla famiglia e il collocamento in strutture comunitarie o in famiglie di volontari: è una misura che la legge italiana prevede nel caso di gravi rischi per il minore, dopo aver tentato altri tipi di soluzioni e se si valuta che non ci sono alternative.

Di Bella spiega che all’allontanamento di un minore si arriva «con cautela, approfondendo molto bene la singola situazione e assumendosene la responsabilità senza mai considerarla una soluzione automatica». Il meccanismo con cui si interviene allontanando un minore da una famiglia mafiosa è lo stesso di una qualsiasi famiglia maltrattante, e il principio su cui si basa l’intervento dello Stato è quello dell’interesse supremo del minore: tra le condizioni che lo definiscono c’è la tutela della sua identità affettiva, relazionale e sociale.

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