Alla fine Leone XIV non è un papa così cauto

Che idee ha sulla politica internazionale e com'è successo che le sue posizioni siano diventate così nette, specialmente contro Trump

di Francesco Gaeta

Papa Leone XIV durante la visita pastorale in Africa, Guinea Equatoriale, 21 aprile(AP Photo/Andrew Medichini)
Papa Leone XIV durante la visita pastorale in Africa, Guinea Equatoriale, 21 aprile
(AP Photo/Andrew Medichini)
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Nel suo primo anno di pontificato, Leone XIV è stato raccontato come un papa prudente, quasi trattenuto, meno esposto del suo predecessore Francesco nella politica internazionale. Il termine più usato per definirlo, anche tra chi già lo conosceva, è stato «cauto». Nelle ultime settimane però questa immagine è cambiata. Davanti all’ampliarsi delle guerre e soprattutto nello scontro con Donald Trump il linguaggio del papa è diventato netto, diretto, emotivamente intenso. Soprattutto sulle questioni di politica internazionale è emerso un atteggiamento tutt’altro che cauto, e perfino inaspettato.

Al momento della sua elezione in piazza San Pietro, Leone XIV aveva nominato nove volte la parola pace, accostandola agli aggettivi «disarmata e disarmante». Nelle ultime settimane invece ha parlato molte volte della guerra, definendola «uno scandalo per la famiglia umana». A proposito delle guerre in corso, ha parlato di una violenza che può diventare «una voragine irreparabile». Ha definito il mondo come devastato da «un manipolo di tiranni». Ha anche accusato «chi manipola la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici», e ha aggiunto che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta», cosa che a molti è sembrata un riferimento alle ripetute citazioni bibliche – a volte inventate – usate dall’amministrazione statunitense a sostegno delle azioni di guerra contro l’Iran.

Questo cambiamento è avvenuto soprattutto dalla fine di febbraio, dopo l’avvio della guerra in Medio Oriente. Si è accentuato durante le celebrazioni della Pasqua, mentre la guerra si aggravava, e si è rafforzato durante il viaggio in Africa, che si è appena concluso. A bordo dell’aereo su cui viaggiava, rispondendo a una domanda sul tema, Leone XIV si è espresso in modo diretto: «Troppe persone innocenti vengono uccise. E penso che qualcuno debba alzarsi e dire: “C’è un modo migliore”».

Papa Leone XIV parla con i giornalisti durante il volo verso Algeri, 13 aprile (Alberto Pizzoli/Pool Photo via AP)

Secondo Iacopo Scaramuzzi, giornalista di Repubblica molto esperto di Vaticano, non è Leone XIV a essere cambiato ma il contesto in cui si muove oggi rispetto a qualche mese fa. «La situazione internazionale lo ha quasi costretto a essere più netto. C’è anche il fatto che si sente più a suo agio nel ruolo di pontefice: lui stesso aveva parlato di “curva di apprendimento”. Quella fase è evidentemente conclusa». Secondo Scaramuzzi c’è un momento preciso che segna uno scarto: «È stato il 4 aprile, quando ha detto che la pretesa di Donald Trump di “cancellare l’intera civiltà iraniana” era inaccettabile. Una parola chiara, pronunciata a braccio, fuori dal protocollo. Del tutto inattesa».

Nella stessa occasione il papa aveva aggiunto qualcosa di ancora più forte. Aveva invitato «i cittadini a contattare le autorità, i leader politici, i membri del Congresso, per dire loro di lavorare per la pace e rifiutare la guerra». Sebbene rivolto a tutti i popoli, il riferimento al Congresso collocava l’invito in un ambito molto preciso: il papa statunitense invitava i cittadini statunitensi a prendere posizione sulle politiche di chi li governa.

Secondo il professore di Ecclesiologia Massimo Faggioli quella frase segna una fase nuova del pontificato, non solo nei rapporti con gli Stati Uniti. Faggioli insegna al Trinity College di Dublino e ha da poco scritto un libro sul cattolicesimo negli Stati Uniti (Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana, edito da Scholé). Dice che il trumpismo è «una forma di messianismo politico, in un paese dove non c’è mai stata una separazione netta tra politica e religione. Oggi però si è andati oltre: c’è un presidente che si sente investito da Dio, si pensa e si raffigura come un nuovo messia e usa un linguaggio da guerra santa per gestire gli affari del mondo».

Per il Vaticano questa «logica premoderna» in cui la teologia serve a legittimare la politica è «estremamente disturbante e chiaramente inaccettabile», dice Faggioli. Leone XIV non solo sta dicendo no alla guerra, sta anche rifiutando che il potere si faccia consacrare dalla religione. Si crea così un ribaltamento quasi paradossale: «Il Vaticano di Leone XIV è oggi portatore di un approccio laico alla politica, perché difende il diritto internazionale, le Costituzioni, lo stato di diritto contro chi è al potere sentendosi investito da Dio. La Santa Sede è diventata il bastione più visibile dell’Illuminismo», dice ancora Faggioli.

Un’immagine condivisa da Donald Trump in cui sostanzialmente si raffigura come Gesù mentre sta compiendo una specie di miracolo. Poco dopo averla condivisa l’ha cancellata e ha sostenuto che fosse invece la raffigurazione di sé stesso come un medico

Leone XIV aveva espresso critiche e preoccupazioni simili già prima della guerra in Medio Oriente. Il 9 gennaio scorso aveva tenuto presso la Santa Sede un discorso ai diplomatici che va interpretato come una sorta di programma della sua politica estera. Disse che «a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza», e che oggi si fa un uso strumentale della pace: «La si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».

C’è poi un secondo livello di lettura della politica internazionale di Leone XIV, meno immediato perché ha un fondamento teologico. Leone XIV cita spesso Sant’Agostino, il fondatore dell’ordine religioso a cui appartiene, e la sua distinzione tra “città di Dio” e “città terrena”. Semplificando un po’, sono due comunità simboliche che convivono nella storia e in ogni essere umano: la “città terrena” è quella segnata dall’amore di sé, che diventa orgoglio, brama di prestigio e di potere, perché queste pulsioni sono parte dell’essere umano. La “città di Dio” è quella a cui il cristiano tende quando vive orientato alla salvezza eterna e alla ricerca del bene comune invece che al successo terreno. Per un seguace di Sant’Agostino come Leone XIV la politica è fatta di questa doppia tensione: significa stare nella storia, cioè nella “città terrena”, con lo sguardo rivolto a un bene superiore, la “città di Dio”.

Una miniatura del XV secolo tratta dalla Città di Dio di Sant’Agostino. La sezione superiore rappresenta i santi accolti in cielo; le sette sezioni inferiori raffigurano coloro che si preparano alla salvezza attraverso le virtù cristiane oppure che se ne escludono commettendo i peccati capitali (Culture Club/Getty Images)

Secondo Antonio Spadaro, sottosegretario del dicastero per la Cultura e l’Educazione in Vaticano, questo richiamo a Sant’Agostino «non è retorica teologica decorativa: è il codice interpretativo del magistero geopolitico di questo papa» (i dicasteri in Vaticano sono l’equivalente dei ministeri). La distinzione tra “città terrena” e “città di Dio” ha «almeno due implicazioni politiche decisive. La prima è che il cristiano non può essere estraneo alla città terrena: Leone XIV non è un papa “spiritualista” che si ritira dalla storia. La seconda è che solo una Chiesa che rigetti ogni compromesso nella gestione del potere politico potrà ancora essere ascoltata e valere nella storia».

Questo approccio alla politica è stato quasi esplicitato dal papa nei giorni scorsi. Rispondendo a Donald Trump che lo aveva definito «debole sul crimine e terribile per la politica estera», il papa ha risposto: «Non siamo politici, non vogliamo occuparci di politica estera, come la chiama lui, con lo stesso modo di vedere con cui può concepirla lui». Spadaro dice che questa diversità si sta traducendo in atti politici concreti.

Quando Trump ha annunciato la creazione di un “Consiglio per la Pace” per il Medio Oriente, il Vaticano ha rifiutato di farne parte, «perché Leone XIV ha considerato quell’organismo una struttura privata che avrebbe potuto mettere in crisi il multilateralismo portato avanti dalle Nazioni Unite, pur con tutte le sue limitazioni». La Santa Sede ha difeso in questo modo l’ONU «non per acritico conservatorismo istituzionale, ma perché considera l’alternativa, cioè accordi bilaterali dominati dalla parte più forte, strutturalmente peggiore».

C’è un ultimo esito di tutto questo, ed è insieme di politica internazionale ed ecclesiale. Riguarda i cattolici statunitensi e può riassumersi così: si può essere fedeli al tempo stesso a un presidente che si considera un nuovo messia, e al pontefice romano che del messia si considera interprete? È una questione che ha una rilevanza molto concreta, per così dire elettorale, visto che a novembre negli Stati Uniti si eleggeranno i nuovi rappresentanti alla Camera e un terzo dei senatori.

Leone XIV non è Francesco, pontefice percepito come esponente di una teologia invisa a larghi settori del cattolicesimo americano. Da subito ha mandato al cattolicesimo conservatore segnali chiari: tra le altre cose ha scelto di risiedere negli alloggi papali del Palazzo Apostolico e ha rinnovato la pratica di portare la croce il Venerdì Santo, due atti decisamente volti al conservatorismo, rispetto alle abitudini di Francesco, e offerti a quella parte di cattolici. Per Trump è difficile schivare le critiche di questo papa perché non lo si può liquidare come “altro”, come “progressista”. Meno di un anno dopo la sua elezione, il primo papa statunitense è già diventato un fattore politico per gli Stati Uniti.