Il sottosuolo di Napoli sembra fatto apposta per le bande criminali

È un intreccio di cunicoli, tombe antiche, cisterne, strade, fogne e acquedotti, una rete usata spesso per furti e rapine

Uno degli ambienti che si trovano nel sottosuolo di Napoli (Steve Christo/ Corbis via Getty Images)
Uno degli ambienti che si trovano nel sottosuolo di Napoli (Steve Christo/ Corbis via Getty Images)
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Sotto la città di Napoli si nasconde una fitta rete di cunicoli. Quelli attraverso cui sono scappati i rapinatori della banca Crédit Agricole in piazza Medaglie d’Oro, dopo il colpo da film della scorsa settimana, sono collegati al sistema fognario che si trova circa cinque metri sotto la superficie. Non è la prima volta che ladri o rapinatori si servono di questa rete molto estesa e per buona parte inesplorata.

Dagli anni Settanta a Napoli colpi di questo tipo sono diventati piuttosto frequenti. I ladri scavano tunnel nel sottosuolo o sfruttano i collettori delle fogne per raggiungere l’interno di banche, uffici postali e negozi, senza essere visti. Sui giornali si parla sempre della “banda del buco”, come se fosse sempre la stessa, anche se molto probabilmente non si tratta di un unico gruppo criminale, ma di più bande che utilizzano lo stesso metodo ormai collaudato.

Catello Maresca, magistrato e candidato sindaco del centrodestra alle ultime elezioni comunali, ha detto al Corriere della Sera che nonostante questo genere di rapine sia frequente non gli risulta sia mai stata realizzata una mappatura della rete fognaria di Napoli per fini investigativi, né che esistano sistemi di controllo su come la criminalità utilizzi questi spazi.

Tra l’altro il sistema fognario non è che una parte minima e molto superficiale della fitta rete di tunnel e stanze che si trova nel sottosuolo di Napoli. Più in profondità, decine di metri sotto terra, ci sono infatti gallerie di tutt’altro tipo, create in epoche diverse e destinate a vari usi nel corso della storia. L’insieme di questi spazi viene chiamato “Napoli sotterranea”. Oggi alcuni ambienti sono visitabili con tour guidati, ma parte di questa rete è ancora da scoprire.

Si compone di tombe e luoghi di culto, ma anche cave, cisterne, acquedotti e strade. Spesso questi vari utilizzi si sono incrociati e sovrapposti nel corso del tempo, e gli ambienti sotterranei hanno cambiato più volte destinazione d’uso, adattati alle esigenze delle varie epoche storiche.

Le cavità sotterranee più antiche di Napoli sono le tombe di Materdei, risalenti al 2.500 avanti Cristo circa. Attorno al secondo secolo dopo Cristo, invece, i fedeli cristiani realizzarono le catacombe, anche se non è escluso che alcuni di questi ambienti siano nati in realtà come cave per l’estrazione del tufo e poi siano stati riutilizzati per scopi funerari.

Napoli, infatti, è stata costruita su un terreno composto in gran parte da tufo giallo, una roccia molto morbida e friabile formatasi grazie a eruzioni vulcaniche avvenute migliaia di anni fa. Uno dei motivi che spinse i primi abitanti a scavare nel sottosuolo, attorno al quarto secolo avanti Cristo, fu proprio l’estrazione di questo materiale, usato per costruire la città in superficie.

L’estrazione di altre rocce come il lapillo e la pozzolana (entrambi materiali vulcanici) portò alla creazione anche di altri ambienti sotterranei, chiamati “tane”. Gli scavi per l’estrazione del tufo crearono enormi cavità nel sottosuolo a forma di campana, spesso alte diversi metri e collegate da cunicoli, che nelle epoche successive vennero utilizzate per altri scopi. Dopo essere state impermeabilizzate furono trasformate, per esempio, in grosse cisterne per la conservazione dell’acqua.

Con l’aumento della popolazione l’acqua piovana non bastò più e per sopperire a questa mancanza furono costruiti gli acquedotti, che diramandosi in tutte le direzioni collegavano le cisterne alle falde acquifere e le rifornivano d’acqua. Il primo acquedotto fu quello chiamato “della Bolla”, costruito dai coloni greci nel quarto secolo e poi ampliato dai romani, che costruirono anche l’acquedotto del Serino.

Ai romani si deve la costruzione delle prime strade sotterranee per il collegamento veloce di diverse aree della città, a scopi soprattutto militari. L’uso di costruire strade sotto terra fu ripreso nel diciannovesimo secolo, quando i Borboni tentarono di scavare un tunnel carrozzabile tra Palazzo Reale e piazza della Vittoria, da utilizzare come via di fuga in caso di pericolo. È quella che oggi viene chiamata Galleria Borbonica.

Una cisterna nell’antico acquedotto greco-romano di Napoli (Steve Christo/ Corbis via Getty Images)

Durante la Seconda guerra mondiale parte della rete sotterranea di Napoli fu riadattata come rifugio antiaereo per proteggere la popolazione dai bombardamenti. A questo scopo molti ambienti furono dotati di scale di accesso, infrastrutture, servizi igienici e sistemi di illuminazione. Le gallerie di alcuni acquedotti furono ampliate e le cisterne riadattate.

Alla fine della guerra il sottosuolo napoletano fu in gran parte abbandonato e si trasformò in pochi anni in un’immensa discarica di calcinacci e rifiuti, gettati nel sottosuolo attraverso i pozzi. Il geologo Gianluca Minin, presidente dell’associazione che si occupa della Galleria Borbonica, documenta sul suo profilo Instagram le esplorazioni di questi spazi, durante le quali trova gli oggetti più disparati: automobili d’epoca, motorini, giocattoli, bottiglie di medicinali antichi, carretti, banchi e sedie di scuola.

Minin è stato coinvolto come consulente della procura di Napoli nelle indagini sulla rapina in banca di giovedì scorso. I ladri sono entrati nella filiale e poi fuggiti utilizzando un buco nel pavimento collegato a una condotta fognaria. Secondo il geologo, che ha realizzato una mappatura tridimensionale del tunnel usato per la fuga, i rapinatori potrebbero aver realizzato il cunicolo in diverse settimane, interrompendosi almeno una volta, forse anche a causa delle forti piogge di questo inverno, che hanno trascinato via parte della terra smossa per scavare il foro.

Il geologo Gianluca Minin alla fine del sopralluogo nel sottosuolo di piazza Medaglie d’Oro, a Napoli, dove il 16 aprile è avvenuta la rapina alla banca Crédit Agricole (ANSA/Ciro Fusco)

Minin ha spiegato che solitamente i rapinatori entrano nei collettori fognari principali, rompono una parete e iniziano a scavare tunnel laterali di 60 o 70 centimetri di diametro finché non sbucano in corrispondenza del luogo prescelto. Minin ha anche detto che muoversi nelle cavità fognarie e in generale negli spazi sotterranei non è semplice per via dei miasmi, degli spazi particolarmente ristretti e del pericolo di frane e allagamenti.