I giorni in cui la famiglia è unita
La scrittrice albanese Lindita Arapi racconta su The Passenger il breve periodo in cui gli emigrati tornano a casa, d'estate

L’estate è il momento in cui le famiglie albanesi, frammentate dall’emigrazione, approfittano delle vacanze per ritornare brevemente nel loro paese d’origine. La scrittrice Lindita Arapi, che è nata in Albania ma vive da anni in Germania, ha raccontato questo appuntamento importante nel nuovo numero di The Passenger, il libro-rivista dedicato ai viaggi della casa editrice Iperborea, incentrato sull’Albania.
Arapi scrive che «il ritorno dell’estate è un impegno familiare non negoziabile»: è il momento in cui si cerca di mantenere i rapporti, di riallacciare quelli allentati, le donne strette in cucina e gli uomini attorno a un tavolo a mangiare, parlare, scherzare, abbracciarsi. Sono, però, anche i giorni in cui emergono le distanze e le rivendicazioni di chi è rimasto, mentre chi se n’è andato si rende conto di essere diverso, contaminato dalla sua nuova storia.
Oltre all’articolo di Arapi, questo numero di The Passenger contiene, tra le tante cose, un’intervista alla nota scrittrice albanese Lea Ypi, un ritratto della città costiera di Durazzo, una rassegna dei momenti calcistici più importanti per il paese, una descrizione del movimento ambientalista albanese. Tutte le fotografie sono state realizzate da Ilir Tsouko, fotografo e regista albanese che vive tra Tirana, Atene e Berlino.
Di seguito potete leggere come inizia l’articolo di Arapi, intitolato “La famiglia d’estate”, tradotto da Fatjona Lamçe.

Un ristorante sul lungomare di Durazzo, con vista sull’Adriatico. (Ilir Tsouko per The Passenger)
La famiglia d’estate
di Lindita Arapi, tradotto da Fatjona Lamçe
Il ritorno dell’estate è un impegno familiare non negoziabile, adulti hanno troppe cose da dirsi dei nuovi mondi in cui vivono, l’amore tiene unite le famiglie, i rapporti si allacciano in quei pochi giorni
Con uno sbalzo finisce la discesa in aria. Le nuvole, i contorni delle montagne, le macchie blu dei laghi, gli ettari di terra non coltivata. L’aereo tocca la pista e prosegue la sua corsa, come se avesse fretta di arrivare a destinazione. L’Albania.
Non si sentono più, come un tempo, gli applausi al pilota, ma il ticchettio delle cinture di sicurezza che si sganciano rapidamente, una dopo l’altra. L’impazienza, come un’onda, si propaga di fila in fila e nonostante l’aereo sia ancora in movimento e si stia avviando verso il parcheggio, i primi viaggiatori albanesi si alzano in piedi, aprono la cappelliera e tirano fuori borse e valigie. La hostess con tono fermo ricorda agli impazienti che devono rimanere ancora seduti. Il messaggio non arriva, però, a chi non parla inglese e continua a scavare alla ricerca delle proprie cose. I passeggeri più pazienti protestano, alzano la voce e ricordano le regole da rispettare finché l’aereo non si ferma. Benvenuti nel paese dove ognuno infrange le regole secondo le proprie possibilità, e alla fine ci si lamenta tutti insieme che qui non funziona mai niente.
Si sentono pianti di bambini, alcuni passeggeri in piedi si spingono leggermente l’un l’altro, si girano e rigirano nel tentativo di creare un po’ di spazio per sé e per i propri bagagli, si percepisce nell’aria l’eccitazione e sembra quasi che tutti siano sulla linea di partenza: manca solo il fischio per lanciarsi di corsa verso l’uscita dell’aereo.
D’estate la maggior parte dei passeggeri sono emigrati che tornano a trovare la famiglia, o a passare le vacanze nel paese natio. Un miscuglio di nostalgie, il magico momento del ritorno. Appena l’autobus apre le sue porte, parte la gara di velocità verso il controllo dei passaporti: anni di code hanno eroso totalmente la pazienza. I passeggeri non vedono l’ora di prendere le valigie e correre dai propri cari, che continuano ad aspettarli all’aeroporto come facevano una volta. Gli stranieri li riconosci dalla calma, si muovono ancora inconsapevoli della fila allo sportello. Per fortuna da qualche tempo hanno introdotto i controlli digitali, che hanno abbassato notevolmente i tempi di attesa.
Per molti anni il ritorno è stato come una cerimonia che si doveva preparare nei minimi dettagli per mesi e mesi, fino al giorno della partenza. La festa iniziava una volta arrivati. Lavoravi e ti sfiancavi tutto l’anno per poter fare le vacanze in patria. Regali, vestiti nuovi comprati appositamente per il viaggio, le lunghe ore passate a fare la valigia, i test per vedere se ci stava tutto. La valigia che non voleva saperne di chiudersi, che si riapriva, toglievi dei vestiti, pesavi, toglievi altri vestiti, ma non i regali, i regali mai, pesavi, fino al momento in cui uscivi di casa, sempre col dubbio di avere scordato qualcosa di importante, qualcosa di indispensabile per i tuoi genitori, che non potevi e non dovevi affatto dimenticare.
Solo quando ti chiudevi la porta alle spalle, potevi finalmente metterti l’anima in pace con quello che avevi dovuto lasciare. In valigia non ci stava e chissà se ci sarebbe stato spazio nel viaggio successivo. La notte prima della partenza la si passava rotolandosi nel letto e controllando continuamente l’ora. Anche i parenti lontani, a casa, controllavano a loro volta l’orologio e uscivano in gruppo per aspettare i loro cari. A questi incontri bisognava munirsi di una scorta di fazzoletti, per asciugare le lacrime.

La Piramide di Tirana, costruita come museo dedicato al dittatore comunista Enver Hoxha, è stata trasformata in un centro culturale. (Ilir Tsouko per The Passenger)
Anche oggi le valigie si riempiono di regali, anche se non come negli anni Novanta, quando si aspettavano con trepidazione le rare visite dei figli e delle figlie che portavano soldi, televisori, apparecchi elettronici, indispensabili e non. Gli incontri in aeroporto adesso ti fanno capire che l’emigrazione è ormai una consuetudine, una nuova normalità. La magia si è spenta. Le compagnie aeree hanno scoperto che i migranti sono i clienti più fedeli, ma comunque lasciano portare solo una piccola borsa, la valigia più grande la devi pagare profumatamente.
La fame di Occidente si è saziata, non ci sono più oggetti tanto desiderati, adesso in Albania si trova facilmente tutto quello che si vuole, chi è rimasto aspetta solo regali che riempiano il cuore. Whatsapp, Viber, Facetime alleviano la nostalgia, le separazioni fanno meno male, ma le madri non dimenticano di spolverare regolarmente le cornici delle fotografie dei figli e riempirle di baci e lacrime. Non dimenticano mai nemmeno il telefono, accompagnatore insostituibile, per non perdere mai una telefonata, ché non si sa mai quando può squillare.
Dall’aeroporto verso Tirana!
Si alza il livello del rumore. Alcuni la chiamano vitalità, molto diversa dalla vita composta e senza allegria di un paese come la Germania, altri sono stanchi della polvere e della confusione. Nelle strade spesso non vigono le normali regole della circolazione. Chi arriva dalla Germania e dall’Europa potrebbe rimanere colpito da un aspetto molto positivo di questo traffico confusionario: gli albanesi sono gli automobilisti più tolleranti d’Europa, mantengono stoicamente la calma a ogni contravvenzione, pazienti con gli altri e con se stessi. Non ci sono urla e imprecazioni, nessuno alza il dito medio. Ah, se anche la politica fosse rinomata per questa stessa tolleranza.
In agosto Tirana è un forno. A mezzogiorno le piazze si svuotano. Le vetrine brillano al sole. Tirana si sente la New York dei Balcani. Intorno al centro: Tirana rock, Met building Tirana, Downtown one. In una città del genere, dove si costruisce senza sosta, la brama di denaro risucchia le notizie sul riscaldamento globale e gli effetti nel Mediterraneo: con un aumento di due gradi centigradi, l’Europa meridionale rischia di trasformarsi in un deserto a causa della crisi idrica.
«Un’Albania desertica nel futuro? No, mai. Noi siamo benedetti. Abbiamo il mare! Abbiamo il sole!» «Qui le cose non cambieranno mai, mamma» mi ha detto mia figlia più piccola al quinto anno di fila che passavamo per la stessa strada dissestata. Invece, nel frattempo, le arterie del quartiere Komuna e Parisit sono state sistemate, come molte altre parti dell’infrastruttura cittadina, ma rimane il fatto che molte strade di Tirana non sono state pensate per questa quantità di automobili.
Vicoli stretti appena esci dagli assi centrali, la povertà ti si ripresenta davanti sul volto di un’anziana con il fazzoletto bianco in testa. E ti ricorda che non se ne è mai andata da questo paese. Seduta su un foglio di giornale, posto sopra un sasso, ti guarda con occhi che ti supplicano di comprare un po’ di cipolla, frutta, aglio o basilico. Quando intravedi i buchi e le crepe dei vecchi palazzi della dittatura. In ogni angolo una parrucchiera, un salone di bellezza, un chiosco. Tirana è tutta negozi, dove ti giri trovi tutti i servizi di cui hai bisogno. Dove non c’è molto lavoro, devi inventartelo tu.
Ogni governo e ogni sindaco ha lasciato il suo segno su Tirana, nel nome dello sviluppo si è distrutto il vecchio per tirare su grattacieli, la capitale del cemento conserva qualche sporadica area verde tra i palazzi, come brandelli sputati dalla coscienza di coloro che l’hanno cementificata. Accanto ai grattacieli lussuosi, i palazzi e gli edifici dell’epoca comunista.
Una fame insaziabile per la vita e la libertà ha fatto fiorire bar e locali ovunque. In Albania non si sono costruite le migliori fabbriche, ma i ristoranti e le caffetterie più belle, dove forse si può assaggiare il miglior macchiato d’Europa. Tirana è tra le prime città al mondo per il numero di bar per persona. Ho contato i bar da Kodra e Diellit fino alle stradine dietro lo stadio Dinamo. A trenta mi sono fermata. Guardando gli albanesi seduti nei caffè affollati, ti ritrovi a pensare che sono gli epicurei ancora sconosciuti d’Europa. Qui sì che si vive, senti dire con orgoglio dalla gente, subito dopo essersi lamentata per gli stipendi troppo bassi nel paese. Lassù, in Europa, non fanno altro che lavorare, ironizzano, come a volere insegnare agli europei l’unica cosa che davvero si può imparare dagli albanesi: sapere come godersi la vita.
Sempre più spesso mi capita di incontrare turisti tedeschi che scoprono l’Albania, si percepisce l’entusiasmo: alla fine qui si trova cibo buono e poco costoso. L’Albania, che un tempo era considerata una macchia bianca nelle mappe, perché sconosciuta ai più, oggi prende i colori delle esperienze vissute dai visitatori stranieri.
(Pubblicato in accordo con Iperborea)




