Cos’ha fatto il rugby per ridurre i danni delle botte alla testa
E cosa ancora può fare, soprattutto negli allenamenti, da un estratto del libro "Colpi in testa" di Tommaso Clerici

Se si parla di danni cerebrali legati allo sport, il primo che viene in mente a molti è il pugilato. Non è però l’unico. Anche nel football americano, nell’hockey su ghiaccio, nel rugby e nel calcio sono stati documentati diversi casi di gravi conseguenze legate a traumi cranici subiti da sportivi e sportive. È un argomento di cui esperti e addetti ai lavori hanno cominciato a discutere da qualche anno; Tommaso Clerici è tra i primi in Italia a farlo con dettagli, interviste e approfondimenti nel libro Colpi in testa. La strage silenziosa degli sport da contatto. Il libro è uscito il 30 gennaio per la casa editrice 66thand2nd, e visto che è periodo di Sei Nazioni, pubblichiamo un estratto sulle strategie adottate dal rugby per contrastare i danni derivanti dalle botte in testa, e su cosa ancora può migliorare.
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Sébastien Chabal si accomoda in quello che assomiglia a uno studio televisivo, anche se la registrazione dell’intervista verrà pubblicata su YouTube. Capelli brizzolati, sopracciglia folte, barba nera lunga, quando giocava Chabal era un metro e novanta per centoquindici chili. Negli anni successivi al Mondiale del 2007, era stato promosso a titolare inamovibile della Nazionale francese, diventandone un simbolo e il volto dell’intero movimento, affermandosi come personaggio pop tra pubblicità, campagne mediatiche e simili, fino al ritiro nel 2014. Chabal resta una leggenda del rugby, ecco perché ad aprile 2025 viene invitato nel video podcast del media francese «Legend» – per l’appunto. Un’intervista che fa scalpore per il contenuto, dato che Chabal confessa: «Non ricordo un solo secondo delle partite che ho giocato, né delle sessantadue Marsigliesi che ho sentito suonare in campo con la Nazionale. Non ho memoria della nascita di mia figlia, né della maggior parte della mia infanzia. Credo sia dovuto ai colpi alla testa presi in campo. Se ne ho parlato con un medico? No, tanto è una situazione che non si può risolvere».
Quanto è sicuro il rugby?
Ho affrontato la questione della pericolosità di questo sport e della tutela della salute dei giocatori con Niccolò Gori, medico della Nazionale italiana di rugby – e dell’Acf Fiorentina nel calcio –, che chiarisce: «Il rugby è all’avanguardia nella ricerca, nella prevenzione e nel trattamento di traumi cranici e commozioni cerebrali, con protocolli ben definiti e criteri sempre più precisi, oggettivi e imparziali nella valutazione dei casi specifici. È un processo in atto da diverso tempo: credo che il rugby abbia osservato con attenzione ciò che è avvenuto nel football e sia intervenuto con tempestività per evitare conseguenze simili. Ci sono stati, ci sono e ci saranno giocatori che hanno denunciato di soffrire di demenza, di depressione e problematiche del genere, riconducendole ai traumi subiti in campo, e che hanno fatto causa alle federazioni di riferimento (come è accaduto in Inghilterra, Nuova Zelanda e Australia), ma il sistema del rugby ha agito per evitare che il fenomeno assumesse dimensioni preoccupanti».
Chiedo al dottor Gori in che modo siano intervenute le federazioni: «Anni fa è stato introdotto il protocollo per la gestione dei traumi cranici (l’Head Injury Assessment Protocol),» afferma «più nuove regole con sanzioni (cartellini gialli o rossi) per i placcaggi vicini alla zona del collo e della testa dei giocatori – e per i placcaggi in generale, che un tempo erano l’aspetto più apprezzato del rugby – e la possibilità per gli staff medici di rivedere in tempo reale episodi di gioco per cui si sospettano conseguenze rischiose. Già, perché a bordocampo di una partita di rugby ci sono due revisori, un medico e un video analista, che valutano quello che può sfuggire nel vivo del gioco.
È possibile anche fare dei check medici sul momento per capire se un giocatore uscito per infortunio può rientrare in campo o meno. C’è quindi tanta attenzione, sforzo, impiego di risorse economiche e umane. Ci sono organi indipendenti, imparziali, che vigilano e giudicano guardando ogni partita, verificando ciò che è stato segnalato, oppure facendo notare dettagli che sono sfuggiti. C’è un team di professionisti che viene chiamato a valutare la situazione di un giocatore che mostra una ripresa rapida e vuole accelerare il recupero da infortuni di questo tipo, e si tratta di collaboratori della federazione internazionale, quindi esterni alle singole società e Nazionali. Ciò fa sì che ci sia un criterio di giudizio oggettivo, e che persone nel mio ruolo non subiscano pressioni da parte dei giocatori o dell’ambiente».
La tecnologia gioca un ruolo essenziale: «Ad esempio, di recente è stato introdotto l’utilizzo di un paradenti intelligente: grazie al micro-chip contenuto al suo interno, è in grado di rilevare le accelerazioni anomale della scatola cranica, illuminandosi di un colore diverso a seconda dell’entità dell’impatto» spiega il dottore. «Permette inoltre di monitorare i carichi di allenamento con contatto, consentendo così di raccomandare periodi di riposo e scarico specifici per i giocatori. Per far sì che il nuovo paradenti venga utilizzato nei campi di tutto il mondo, la federazione internazionale ha investito circa due milioni di euro».
Perché l’utilizzo del casco non è mai stato introdotto? «Anzitutto, è una protezione che evita i traumi superficiali, non quelli cerebrali – anzi, a volte amplifica lo scossone che il cervello accusa in alcuni impatti, dato che il trauma concussivo non deriva per forza da una collisione diretta, ma dallo scuotimento del cervello all’interno della calotta cranica, in seguito a un movimento brusco. E poi, nel rugby è vietato indossare qualsiasi componente rigida proprio per evitare conseguenze gravi sui giocatori, vista la velocità a cui avvengono i contrasti, la dinamicità del gioco e le interruzioni meno frequenti, ad esempio, di quelle del football. Alcuni rugbisti scelgono di indossare un caschetto di gommapiuma che serve a proteggere sopracciglia, orecchie, tempie, eccetera dalle lesioni da strusciamento in mischia e da piccole contusioni» mi dice il dottore.
Risorse importanti, disponibili al vertice della piramide, ma nei livelli inferiori come funziona? «Non è semplice riportare un sistema tanto efficace ed efficiente quanto dispendioso anche nel rugby amatoriale» ammette il dottor Gori. «In Italia diamo il massimo per tutelare chiunque giochi con la palla ovale, e infatti in qualsiasi partita, che si tratti di bambini o adolescenti, c’è l’obbligo di presenza di un medico a bordocampo. Ogni episodio sospetto viene segnalato nel referto arbitrale e l’atleta in questione viene sospeso per un determinato periodo in via precauzionale. Successivamente si svolgono esami più approfonditi e si valuta come procedere per il recupero. Insomma, qualsiasi caso, dal campo del Sei Nazioni a quelli di periferia, finisce sulla mia scrivania. Mentre ad alto livello credo sia stato fatto il massimo e siamo in una situazione di monitoraggio e consapevolezza totale, per il rugby di base c’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto a livello di formazione, ma la strada è quella giusta, e siamo molto più avanti di altri sport, tra cui il calcio».
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Un’azione della recente partita del Sei Nazioni tra Francia e Italia (David Rogers/Getty Images)
Si entra in campo
Tommaso Benvenuti è un ex rugbista italiano di trentaquattro anni che ha giocato nel Benetton Rugby Treviso sin dalle giovanili, nel club francese del Perpignan e nel Bristol, in Inghilterra. Vanta sessantadue presenze in Nazionale. […] Addentrandoci nell’argomento, domando come viene gestita la componente di contatto durante gli allenamenti: «Partiamo dal presupposto che il tema delle concussion nel rugby è d’attualità da almeno una decina d’anni, e ci sono stati tanti interventi preziosi e utili», di cui abbiamo già parlato con il dottor Gori. «Interventi che però riguardano le partite, mentre l’allenamento resta una zona grigia e credo che costituisca addirittura l’aspetto più tassante del rugby odierno, soprattutto se si parla di colpi alla testa. Mi spiego: quando si lavora al placcaggio o alle dinamiche della mischia, ci si mette praticamente lo stesso impeto della partita per far sì che ci sia un condizionamento fisico e tecnico. Il problema è che in allenamento si fanno ripetere questi gesti decine di volte con il risultato che, finita la settimana e alla vigilia della partita, magari hai già fatto un centinaio di placcaggi.
Il problema quindi è la somma di colpi che non causano traumi evidenti, ma che si ripetono troppo spesso. Nonostante anche in allenamento ci sia una supervisione medica e un monitoraggio degli atleti, spesso alcune settimane di lavoro prevedono tante “collisioni”, ed è capitato che tra giocatori ci chiedessimo se un volume del genere potesse essere controproducente, soprattutto alla vigilia delle partite. La mentalità del rugbista, in generale, resta quella di stringere i denti e di sopportare il dolore, quindi nessuno si opporrà mai a un’indicazione in campo, anche se non la condivide. Servirebbero insomma delle direttive che disciplinino la preparazione alle partite. La gestione del contatto nella settimana pre gara può fare la differenza nel rendere il rugby uno sport ancora più sicuro».
Anche perché la World Rugby consiglia un quarto d’ora a settimana di full contact in allenamento, quaranta di contatto controllato e trenta di mischia e simili, con l’obiettivo di ridurre il carico e il volume di lavoro, il principale fattore di infortunio durante la stagione. Si tratta però di suggerimenti, non c’è un’obbligatorietà e quindi neanche un sistema di controllo sull’applicazione o meno di queste indicazioni.

La copertina del libro (66thand2nd)
© 66THAND2ND 2026



