La metaniera russa danneggiata è ancora alla deriva al largo della Libia

In un mese e mezzo ci sono stati vari tentativi di rimorchio falliti per le condizioni difficili e perché la nave è imponente

Un rimorchiatore, un pattugliatore della marina militare della Libia orientale e il relitto della Arctic Metagaz nel mar Mediterraneo (fermo immagine da un video diffuso da Sergio Scandura su X il 10 aprile 2026)
Un rimorchiatore, un pattugliatore della marina militare della Libia orientale e il relitto della Arctic Metagaz nel mar Mediterraneo (fermo immagine da un video diffuso da Sergio Scandura su X il 10 aprile 2026)
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Dopo un mese e mezzo il relitto della metaniera russa Arctic Metagaz è ancora alla deriva nel mar Mediterraneo, al largo della Libia, dopo che il 3 marzo la nave era stata danneggiata da alcune esplosioni. Eppure nessun paese costiero ha ancora fatto sapere se e come intende occuparsene. Nel frattempo ci sono stati vari tentativi di rimorchio da parte delle autorità libiche, falliti a causa delle difficoltà dell’operazione, delle correnti e delle cattive condizioni meteorologiche.

Il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura, esperto di tracciamenti delle navi nel Mediterraneo, ha seguito la rotta della Arctic Metagaz tramite immagini satellitari e osservando gli spostamenti dei rimorchiatori mandati dalla Libia per tentare di recuperarla. Secondo le ultime rilevazioni di Scandura la Arctic Metagaz si trova a circa 113 miglia nautiche (200 chilometri) a nord di Bengasi. La Russia sostiene sia stata l’Ucraina ad attaccare la nave con droni marini esplosivi, come aveva già fatto in passato: l’Ucraina finora non ha confermato né smentito.

Per seguire la rotta della Arctic Metagaz si può osservare la posizione della nave Maridive 701, un rimorchiatore specializzato per operazioni in mare aperto, che la compagnia petrolifera nazionale della Libia, la National Oil Corporation, aveva coinvolto a fine marzo nelle operazioni di recupero. I monitoraggi pubblicati da Scandura su X mostrano come nelle ultime settimane la Maridive 701 e la Arctic Metagaz abbiano navigato al largo della Libia, arrivando in più occasioni a poche decine di miglia nautiche dalla costa. «Il cavo del rimorchio si è spezzato più volte, anche perché la metaniera è enorme rispetto al rimorchiatore», dice Scandura.

Il risultato è che la nave è di fatto da giorni in balìa del vento e delle correnti, a nord della Libia. Sembra che la Maridive 701 stia tentando un nuovo rimorchio ma non si capisce bene ancora cosa vogliano farne.

La Arctic Metagaz è lunga 277 metri e trasportava migliaia di tonnellate di gas naturale liquefatto nel mar Mediterraneo. Al momento non si sa quante ce ne siano ancora a bordo, né se ci siano stati sversamenti in mare del gasolio usato come carburante. Quando ci sono state le esplosioni la nave si trovava tra la Libia e Malta: i trenta membri dell’equipaggio erano stati soccorsi dalle autorità maltesi ed erano poi stati portati a Bengasi dai libici.

La Arctic Metagaz figura in un elenco del governo ucraino in cui sono nominate le navi accusate di fare parte della “flotta fantasma” russa, cioè quelle navi (anche non russe) che trasportano clandestinamente il petrolio e il gas per aggirare le sanzioni contro la Russia, ed è anche sottoposta a sanzioni europee e statunitensi.

– Leggi anche: Cos’è questa flotta fantasma che trasporta petrolio in tutto il mondo

Inizialmente le autorità libiche avevano detto che la nave era affondata, e solo alcuni giorni dopo si è scoperto che non era vero. Nei dieci giorni successivi le correnti e il vento di scirocco l’avevano sospinta fino a 24 miglia nautiche, circa 44 chilometri, dalla piccola isola di Linosa, in Sicilia. Nel frattempo le autorità maltesi avevano imposto un divieto di navigazione attorno al relitto, che è stato sorvegliato anche da navi italiane. Nessuno però è intervenuto per fermarlo, sebbene i governi di Italia, Francia, Spagna e di altri sei paesi dell’Europa meridionale avessero scritto una lettera alla Commissione Europea definendo la nave una grande minaccia ecologica, e chiedendo l’intervento coordinato delle istituzioni europee.

A un certo punto il relitto aveva cambiato rotta a causa dei venti e delle correnti, ed era stato trascinato verso sud, fino al largo della Libia. Verso la fine di marzo era stato sospinto in una zona di mare a nord di Tripoli dove ci sono molte piattaforme petrolifere, tra cui quelle di Eni, e navi container per il trasporto del greggio. La National Oil Corporation aveva quindi fatto sapere di avere coinvolto una società specializzata nel recupero dei relitti.

Era stato tentato un primo rimorchio della Arctic Metagaz, che però era fallito dopo che il 2 aprile il cavo del rimorchiatore si era rotto a causa di una tempesta. In quei giorni il relitto era stato trascinato a meno di dieci miglia nautiche dalla costa libica.

Nei giorni successivi le autorità libiche avevano nuovamente tentato di rimorchiare la metaniera, e poi avevano dovuto interrompere l’operazione a nord della città di Misurata.

Il relitto era stato quindi trascinato di nuovo alla deriva da un ciclone, finché il 6 aprile era stato individuato dalla marina della Libia orientale, controllata dal 2020 dal governo del generale Khalifa Haftar. I video propagandistici girati dalle forze militari e diffusi dai media libici permettono di vedere bene i grossi squarci nello scafo della Arctic Metagaz.

Nei giorni successivi la Maridive 701 era riuscita di nuovo ad agganciare la metaniera e a trascinarla lontana dalle coste libiche. Inizialmente sembrava che la nave dovesse essere portata verso un porto libico, ma come documentato non è stato così: finora si è tentato, con molte difficoltà, di tenere il relitto lontano dalle coste libiche. Come fa notare Scandura però, la situazione resta instabile, perché se le condizioni meteorologiche dovessero peggiorare la metaniera e il rimorchiatore potrebbero essere sospinti nuovamente altrove. In quel caso, come già successo nei giorni scorsi, il rimorchiatore potrebbe non riuscire più a controllare la Arctic Metagaz, che è molto più grande e pesante, finendo per esserne trascinato.

Nel frattempo nessun paese si è ancora fatto davvero carico del problema. La Russia sostiene che debbano occuparsene gli stati costieri, anche se in teoria l’armatore, cioè il proprietario della nave, dovrebbe essere responsabile del recupero del relitto. È vero però che in alcune circostanze gravi – per esempio quando c’è il rischio di un danno ambientale – potrebbero doversene occupare gli stati coinvolti, che sono comunque tenuti a sorvegliare una nave alla deriva nelle loro acque territoriali. A metà marzo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio italiano, Alfredo Mantovano, aveva detto che l’Italia era pronta a intervenire con navi specializzate nel contenimento del danno ambientale se le istituzioni europee lo avessero chiesto. Da allora però non se n’è più saputo niente.

C’è infine almeno un altro problema, oltre ai rischi ambientali e a quelli per la navigazione. Secondo Claudia Gazzini, analista dell’International Crisis Group ed esperta di Libia, le aziende specializzate temono conseguenze negative se dovessero recuperare una nave sottoposta a sanzioni. A France24 Gazzini ha spiegato che le sanzioni dell’Unione Europea consentono l’intervento di recupero in caso di disastro marittimo o ambientale, ma poiché la metaniera è soggetta a sanzioni anche di altri paesi le aziende dovrebbero chiedere anche a loro di non subire ritorsioni in caso di intervento.